IPCC a Guadalajara

L’IPCC è un organismo scientifico formato nel 1988 da due agenzie delle Nazioni Unite:

  • l’Organizzazione Meteorologica mondiale (WMO – World Meteorological Organization);
  • il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP – United Environment Program).

Diffonde periodicamente i suoi Rapporti di valutazione: una base autorevole per gli accordi mondiali e la comunità internazionale, fondati principalmente su letteratura scientifica pubblicata a seguito di peer review. I rapporti analizzano e descrivono lo stato delle conoscenze nel campo in questione.

Il Fifth Assessment Report, presentato a ottobre 2014, consta di 1454 pagine ed è intitolato Climate Change 2014 – Mitigation of Climate Change.

Nel corso della 43ª sessione svoltasi a Nairobi in Kenya dall’11 al 13 aprile 2016, l’IPCC ha deciso di programmare un Rapporto speciale: un resoconto imponente sul cambiamento climatico, la desertificazione, l’erosione del suolo, la gestione territoriale sostenibile, la sicurezza alimentare e l’influsso dei gas serra sugli ecosistemi terrestri.

I principali punti all’ordine del giorno della 45ª seduta si occuperanno di delinearne i contenuti, dedicando estrema attenzione allo stato degli oceani e della criosfera.

Tutti i documenti prodotti saranno disponibili in lingua inglese, appena possibile, nel sito dell’IPCC www.ipcc.ch, in una sezione dedicata all’evento.

L’Intergovernmental Panel on Climate Change è organizzato in tre gruppi di lavoro:

  • il 1° gruppo si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici;
  • il 2° gruppo si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, delle opzioni di adattamento e della loro vulnerabilità;
  • il 3° gruppo si occupa della mitigazione dei cambiamenti climatici, cioè della riduzione delle emissioni climalteranti.

Il Paris Climate Agreement afferma in maniera incontrovertibile che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per la società umana e per il pianeta. L’Unione Europea ha svolto finora un ruolo guida nella lotta al global warming impegnandosi a ratificare – con una procedura straordinaria – l’Accordo di Parigi in tempi record.

Si è inteso così superare l’impostazione del Protocollo di Kyoto adottando una strategia bottom-up, fondata sulla partecipazione e la responsabilità comune ma differenziata nonché sull’autodeterminazione dei singoli contribuenti. L’obiettivo è mantenere l’aumento della temperatura terrestre al di sotto dei 2°C in più rispetto al periodo pre-industriale, possibilmente entro 1,5°C.

193 Paesi membri dell’ONU hanno adottato per questo l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: un programma di azione che comprende 17 obiettivi o SDGs – Sustainable Development Goals.

L’Europa ha inoltre intrapreso soluzioni indipendenti dal contesto internazionale, varando un pacchetto di misure su clima ed energia note come Strategia Europea 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva.

Il primo «bilancio globale» delle finalità raggiunte dall’attuazione dell’Accordo di Parigi è fissato per il 2023.

I dati scientifici e i risultati dei rapporti dell’IPCC sono il presupposto di tutte queste misure. L’Accordo di Parigi è entrato in vigore il 4 novembre 2016. La ventiduesima e ultima edizione della Conferenza delle Parti – svoltasi a Marrakech dal 7 al 18 novembre 2016 – ha confermato gli impegni presi ma ha mancato l’obiettivo di definirne le modalità di implementazione.

La COP 22 si è conclusa dunque con la promessa di precisare il regolamento per l’attuazione entro dicembre 2018.

Nel contesto nazionale sappiamo bene come le zone montane risentano sensibilmente degli effetti prodotti del cambiamento climatico e non dimentichiamo che l’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente ha posto l’Europa Mediterranea sul podio delle aree che pagheranno i costi maggiori in termini di vivibilità e sicurezza. Per questo è necessario seguire con estrema attenzione i lavori di questo cruciale appuntamento.

Vesna Roccon