Abitare bene le montagne, abitare bene il mondo

Qualsiasi riflessione sull’abitare e sul vivere le terre alte è prima di tutto una riflessione sull’abitare e sul vivere il pianeta. Abitare bene il mondo: un progetto culturale. Interventi di Roberto Gambino (a cura di Paolo Castelnovi, Editrice Bibliografica, Milano 2022) è un’antologia. L’antologia è per sua definizione un florilegio, una scelta dei fiori più belli tra i tanti che qualche volta capita di avere a disposizione. Una scelta non sempre semplice, che richiede metodo, attenzione, soprattutto se la selezione interessa più di trecento interventi che testimoniano la straordinaria vicenda intellettuale e professionale di Roberto Gambino che, nel corso di quasi cinquanta anni a cavallo tra la fine del Novecento ed i primi anni duemila, ha contribuito al rinnovamento concettuale ed operativo dell’approccio al governo del territorio e degli ecosistemi.

Roberto Gambino, urbanista e pianificatore, è stato professore emerito al Politecnico di Torino nonché coordinatore scientifico di molti piani territoriali in diversi luoghi della penisola, impegnandosi in un incessante lavoro teso a sintetizzare la teoria con la pratica “fuori dagli schemi funzionali ed economicistici dell’urbanistica”. Gli interventi di Gambino raccolti nel volume sono il sedimento di un percorso sperimentale fatto sul campo durante il quale sono attraversate anche esperienze di pianificazione in territori di montagna tra cui quella del Piano Urbanistico della Provincia autonoma di Trento del 2008.

I saggi sono raggruppati in tre sezioni che fanno riferimento rispettivamente alla valorizzazione del patrimonio storico, ai parchi e alle aree protette, al paesaggio. Alla lettura dei saggi ci accompagna Paolo Castelnovi con una acuta e profonda introduzione, la presentazione delle tre sezioni ed una riflessione finale, ma non conclusiva, sulle “porte aperte” dal lavoro di Gambino. L’introduzione di Castelnovi è un racconto chiaro e schietto che intreccia, partendo dagli anni Sessanta, l’evoluzione del pensiero che ha mosso l’urbanistica e la pianificazione territoriale, la tecnica gestionale e amministrativa del territorio e la storia di un Paese talvolta troppo “modesto e fragile” per salvaguardare il proprio straordinario patrimonio storico e culturale. È un intreccio di politica, società e tecnica che definisce il contesto italiano, spesso degradato e mortificato dal ritardo culturale della sua classe dirigente, all’interno del quale Gambino si muove con curiosità e rigore.

Teoria e pratica, in Gambino, non sono momenti differenti: l’analisi, la ricerca, lo studio avvengono sempre nel coinvolgimento diretto con il lavoro situato nei contesti. Gambino sembra ricordarci costantemente che l’unico modo che abbiamo per conoscere questo mondo, chiaramente al fine di saperlo abitare, è impegnarsi “esplicitamente” con esso, coltivando il nostro apprendimento dall’interno, attraverso un impegno diretto e concreto. Dal continuo confronto con l’esperienza “sul campo”, Gambino si rende conto dell’urgenza di dover innovare i metodi e gli approcci del governo del territorio cercando di percorrere innanzitutto la via dell’interdisciplinarietà e dell’integrazione. Con un gioco di parole potremmo dire che già da molti anni la pianificazione territoriale aveva sperimentato i limiti derivanti dalla “territorializzazione” dei saperi, ossia dall’inefficacia dello specialismo di discipline separate da netti confini nell’affrontare problemi estesi e complessi.

Per emancipare l’urbanistica dal ruolo di “disciplina minore, figlia dell’architettura”, Gambino è consapevole che è necessario innanzitutto “riconnettere i saperi con i saperi”, e poi riconnettere “quegli stessi saperi con le pratiche”. Ad essere rilevante non è più il solo sapere tecnico ed esperto, monopolio di un ristretto gruppo di persone, ma un elevato numero di punti di vista da coinvolgere e da accompagnare sostenendo la partecipazione, la negoziazione, il confronto. Il processo di pianificazione da esclusiva prerogativa di un sapere esperto si espande così al coinvolgimento di un numero di attori più ampio nel tentativo di ricercare convergenze tra punti di vista spesso conflittuali. Definirei quella di Gambino una prospettiva di “interdisciplinarietà critica e pratica”, capace di superare i confini tra lo specialismo delle discipline, ma nello stesso tempo di selezionare i saperi intrecciando quelli differenti ed utili alla comprensione di uno specifico fenomeno in un determinato contesto. Che si tratti di azioni per la valorizzazione dei centri storici, per lo sviluppo di parchi e aree protette o per la costruzione di piani paesaggistici, lo stile di lavoro di Gambino rimanda alla concretezza del principio di “separare ove necessario ed unire ovunque possibile” non perdendo mai di vista un obiettivo di utilità operativa.

La ricerca della convergenza possibile è appunto uno stile, direi un modo di stare al mondo, praticato da Gambino innanzitutto come possibilità per trattare in modo integrato territorio, ambiente e paesaggio. È dalla loro scissione, infatti, che derivano quelle scelte che si sono manifestate inadeguate per una buona qualità della vita, per cui solo la ricerca di una rinnovata integrazione potrà favorire il benessere delle comunità, la valorizzazione del patrimonio culturale, la salvaguardia ambientale. La pianificazione può trovare in una aggiornata idea di paesaggio un importante riferimento che pone le aspettative, le preferenze, le competenze, i comportamenti delle persone al centro delle scelte future. Ciò in virtù del valore politico del concetto di paesaggio e della sua stretta connessione con la vivibilità. Quello di paesaggio è un concetto polisemico, “luogo dei sentieri che si biforcano”, non facilmente definibile. L’ambiguità insita nel costrutto di paesaggio non è negata o rimossa ma viene riconosciuta come qualcosa di costitutivo dell’esperienza umana e dello stesso processo di conoscenza e di progettualità strategica. Essa può essere trattata anche come risorsa se accompagnata dalla capacità di contenere gli opposti, senza cedere all’impulso di definizioni dogmatiche e definitive, ma coltivando “insieme” ciò che ci appare “tradizionalmente” come separato e distante. Ecco che poli di sterili dualismi vengono trattati come “coppie motrici”, quali ad esempio natura-cultura o conservazione-innovazione che, in termini di complementarietà, permettono di affrontare in modo originale problemi complessi senza arenarsi nelle secche di un’arida contrapposizione.

Forse proprio per questo il paesaggio può essere occasione non solo per rileggere e comprendere il passato ma anche per pensare il futuro, perché oggi le persone ne riconoscono sempre più “il valore”, e in particolare lo ritengono un bene collettivo, qualcosa che riguarda tutti, dal quale può dipendere una vivibilità “sufficientemente buona”. Gambino intuisce, probabilmente prima di molti altri, il “senso” ed il significato innanzitutto politico del paesaggio, ben prima anche della stessa approvazione della Convenzione europea che alimenterà un fecondo dibattitto ancora oggi aperto. Il ruolo di chi abita e attraversa il paesaggio, il suo valore identitario, il legame con la vivibilità sono aspetti attraverso i quali è possibile risalire “dai problemi pratici del progetto alle preoccupazioni politiche e culturali più generali che tali problemi sottendono”, a “legare l’agire progettuale al discorso sociale”. Ed è probabilmente in questo processo di risalita, di emersione, che attraverso il paesaggio è possibile mettere a nudo le contraddizioni di un modo di intendere lo sviluppo che mette a repentaglio il patrimonio di risorse che può essere trasmesso alle generazioni future.

Un percorso di ampio respiro capace di uscire dall’angustia di una visione prevalentemente normativa per promuovere la necessità di un “progetto culturale”, di connettere la dimensione locale con quella internazionale, di porre domande, di “aprire porte” per continuare una ricerca che trova forse il senso più profondo nella sua impossibilità e nella sua incompiutezza ma che si alimenta nella tensione di curare quelle relazioni che possono aiutarci ad “abitare bene il mondo”.

di Gianluca Cepollaro, Tsm|step Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio

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