Abitare l’Appennino: ricostruire comunità

di Marco Ranocchiari.

Per decenni le luci delle case dell’Appennino, da nord a sud, si sono spente una dopo l’altra. Oggi alcune si riaccendono, ma a intermittenza, tra nuovi abbandoni e presenze che provano a restare. L’allarme per lo spopolamento delle aree interne è diventato quasi un cliché, che non regge più alla prova dei dati: se al sud l’esodo continua, in molte zone del centro-nord la popolazione torna a crescere. Ma abitare non è solo questione di numeri. Senza servizi, lavoro e legami sociali, i territori non riescono né a trattenere né ad accogliere. Tra i problemi concreti spicca il paradosso delle case vuote da decenni ma fuori dal mercato degli affitti. Tra rigenerazione dal basso, ricerca-azione e patti territoriali, diverse esperienze stanno provando a ricostruire le condizioni per vivere e non solo transitare.

Chi arriva e chi resta

Nonostante la retorica dell’abbandono, la montagna italiana registra una fase di crescente attrattività: con il clima che cambia e le città percepite come invivibili e costose, trasferirsi in montagna è una scelta che attira sempre più persone. Nel solo 2024, circa 35.000 nuovi abitanti hanno scelto di vivere in montagna, non solo sulle Alpi ma anche in molte zone dell’Appennino, in particolare quello tosco – emiliano. Anche Lazio e Umbria registrano crescita, mentre il sud continua a perdere popolazione, con poche eccezioni. «L’Italia è spaccata in due: tutto l’Appennino mleridionale resta in crisi demografica, mentre più a nord alcune aree guadagnano abitanti», osserva Andrea Membretti [vedi articoli di Andrea Membretti su Montagne in Rete], docente di Sociologia del territorio all’Università di Pavia e tra le voci dell’associazione Riabitare lItalia.

Tra i «nuovi montanari»,  continua lo studioso, i più visibili sono i giovani adulti di origine urbana, spesso istruiti, che si trasferiscono «per aprire un’attività o costruire un progetto di vita» più vicino alla natura e con costi più accessibili rispetto alle città. In realtà – spiega – a salire verso le aree montane sono tutte le classi. Quelle più alte, che acquistano seconde case e proprietà di lusso, interagiscono però poco con il territorio. Molto più numerosi e dinamici sono invece gli arrivi dalle fasce più basse della scala sociale: migranti impiegati in agricoltura e nei servizi, ma anche negli impianti sciistici e pastori provenienti da Balcani, Europa orientale e Nord Africa. Con circa 20 mila nuovi arrivi, gli stranieri rappresentano oggi la componente più consistente dei nuovi abitanti della montagna.

A questo va aggiunto chi resta: il termine «restanza» coniato dall’antropologo Vito Teti ha avuto fortuna, ma l’evidenza non è solo teorica. «Oltre il 66% dei giovani delle aree interne, compreso il sud – osserva Membretti –  vorrebbe restare se ne avesse la possibilità».

Abitare oltre i numeri

A Gagliano Aterno, incastonato nel Parco Regionale Sirente – Velino in Abruzzo, lo spopolamento era già strutturale quando nel 2009 il terremoto rischiò di comprometterne definitivamente il futuro. Oggi, grazie al progetto NEO (Nuove Esperienze Ospitali),  promosso da Montagne in Movimento, gruppo di ricerca-azione del centro universitario GREEN dell’Università della Valle d’Aosta, la situazione è decisamente migliorata. Raffaele Spadano, antropologo, ne è tra i promotori. «Non basta portare nuove persone nei paesi – spiega – serve un approccio qualitativo capace di contrastare il fatalismo delle comunità locali». Il nodo, continua, è culturale oltre che demografico: la trasmissione dei saperi tra generazioni si è interrotta, rendendo fragili le comunità. Diventare un nuovo abitante significa diventare «ricettore di quella cultura», entrando in relazione con pratiche e conoscenze locali.

Il progetto NEO offre un percorso strutturato: sei mesi di casa garantita, formazione e una fase di accompagnamento per aiutare i neo arrivati a inserirsi nel tessuto locale. Per la maggior parte giovani, relativamente istruiti, ma senza lavori già avviati e con scarse disponibilità finanziarie, i partecipanti  vengono scelti dai poco più di 250 abitanti rimasti, per iniziare un percorso che dà vita a figure nuove o ne recupera altre ormai scomparse. Tra le più incisive, «l’infermiere di comunità», che svolge mansioni a domicilio, ha trasformato in positivo la vita di non pochi residenti, molti dei quali anziani.

Non sempre tutto è stato facile. «L’incontro tra nuovi arrivati e abitanti storici genera inevitabilmente tensioni», nota Spadano. Ma costruire «un ancoraggio alternativo dentro le comunità» significa favorire accoglienza, formazione e inserimento progressivo, e alla fine ha funzionato: il 40-45% dei partecipanti ha scelto di restare.

Visto il successo dell’esperimento, l’iniziativa si è allargata e quest’anno è stato firmato un patto di comunità che la farà diventare una politica pubblica a scala territoriale perseguita dalla locale unione dei comuni. «Sarà attiva 12 mesi l’anno – spiega Spadano – con tutor e case stabilmente a disposizione per facilitare l’integrazione».

Il paradosso dell’abitare e nuovi paradigmi

Abitare in Appennino comporta ostacoli concreti. La casa è il primo: «Spesso sono chiuse per questioni ereditarie, con proprietari scomparsi che hanno lasciato molti eredi in giro per il mondo, o per disinteresse: sono in pochi a rendersi conto che esiste una domanda di alloggi. Conosco paesi dove è in affitto solo lo 0,2% delle case», osserva Spadano. Il risultato è un paradosso diffuso: edifici vuoti, ma inaccessibili a chi vorrebbe viverci.

Accanto alla casa, pesa la mobilità: i trasporti sono spesso inefficienti e costosi, spesso pensati per le città anziché per territori a bassa densità. «Servono sistemi flessibili, a chiamata, piccoli e sostenibili», osserva Vanni Treu [vedi articoli di Vanni Treu su Montagne in Rete], esperto di sviluppo locale e innovazione sociale, e ideatore del progetto AlternaVita che punta a mantenere vivi i territori montani mettendo in relazione bisogni concreti dei territori e competenze di chi arriva.

L’obiettivo di AlternaVita, basato su un metodo consolidato e un’analisi attenta dei contesti, non è solo recuperare edifici, ma creare condizioni perché possano essere abitati. «La nuova famiglia non deve essere un visitatore che arriva come un UFO», spiega Treu. Servono economie quotidiane, non solo turismo – osserva – visto ancora spesso come la panacea di tutti i mali. Tantomeno quello di massa (lo sci, dove nevica, e  «borghi» da cartolina senza un reale tessuto sociale).  Tra le alternative, aggiunge, ci sono agricoltura sostenibile e turismo lento; dove prevalgono pensioni e redditi passivi, l’intervento   diventa più difficile.
Applicato con successo sulle Alpi, AlternaVita sbarca ora sugli Appennini, in due contesti profondamente diversi: uno in Molise (Castel del Giudice) e un altro, di 2000 abitanti, nella molto più ricca Emilia Romagna (Lizzano in Belvedere). La caratteristica che li accomuna è una sola: la disponibilità della comunità a reinventarsi.

A Castel del Giudice abitare diventa un progetto collettivo

Nel cuore dell’Appennino molisano, Castel del Giudice è passato in poco più di un secolo da oltre 1500 abitanti a poco più di 300. Ma quella rimasta è tutt’altro che una popolazione residuale: molti sono arrivati da fuori, attratti da politiche innovative pensate per venire incontro ai bisogni della comunità. Uno dei primi passi è stato trasformare una debolezza come l’invecchiamento della popolazione in un’occasione.  «Abbiamo iniziato 20 anni fa, grazie alla lungimiranza del sindaco Lino Gentile, con  la rigenerazione di una scuola chiusa in una RSA. Pratiche di welfare che hanno generato lavoro, servizi e ripopolamento», racconta Luciana Petrocelli, consigliera comunale e responsabile del Centro Studi Casa Frezza.

Turismo e agricoltura sono colonne portanti: vecchie stalle abbandonate sono diventate l’albergo diffuso «Borgo Tufi», mentre per valorizzare l’agricoltura è stata creata l’azienda di mele biologiche Melise, che ha dato opportunità di lavoro per giovani e migranti. L’accoglienza funziona: «l’80-85% dei ragazzi transitati nel progetto SAI (sistema accoglienza integrazione, ndr) sono rimasti a vivere a Castel del Giudice».

Per rispondere alla scarsità di case, il Comune ha sviluppato cohousing, residenze per smart workers e residenze d’artista, con festival come «Radicalmente» e il Festival degli artisti di strada. AlternaVita si è quindi inserito, grazie ai fondi Pnrr del «Bando Borghi», in un percorso ormai rodato, e coordina i flussi di nuovi abitanti «incanalandoli nelle varie dimensioni che stiamo mettendo a terra».

Lizzano in Belvedere: vivere la montagna oltre il turismo

Lizzano in Belvedere parte da condizioni più favorevoli: porta d’accesso alle piste del Corno alle Scale, è ai margini della «metro-montagna» che mette in strettissima relazione le città produttive del fondovalle con le terre alte. È urgente, però, ripensare il modello turistico messo in crisi dal cambiamento climatico e affrontare problemi demografici come l’invecchiamento della popolazione.

Investire su piani articolati per rimettersi in gioco non è scontato, osserva il vicesindaco Paolo Piacenti: «Possono farlo solo comunità vivaci con voglia di impegnarsi. Noi lo siamo, basti pensare che il 10%  è impegnato nel volontariato».

Il comune ha adottato da poco AlternaVita, grazie al Bando Partecipazione della regione, e lavora contemporaneamente su diverse criticità interconnesse. Si valutano nuove formule abitative come  il «rent-to-buy», per facilitare a chi arriva in affitto l’acquisto della casa, iniziative per facilitare l’accesso al credito e garanzie per i proprietari. Si punta anche sullo smart working: «si deve poter lavorare da Lizzano come dal centro di Bologna». La  diversificazione turistica è fondamentale, con la rimodulazione degli impianti per lavorare su quattro stagioni per escursionisti e  mountain bike. Decisiva, infine, anche l’integrazione di famiglie straniere provenienti dai centri di accoglienza. «Chi ha voglia di lavorare, si fa ben volere, viene accolto calorosamente, alla maniera emiliana».

 «Un comune dove gli abitanti vivono bene  – conclude Piacenti – sarà più attrattivo anche per chi volesse decidere di cambiare vita e venire a vivere in montagna».

[pubblicato il 13 aprile 2026]

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