Fare spazio ai residenti temporanei

di Paolo Castelnovi.

In un mondo in cui è sempre più facile muoversi e comunicare, la stabilità dell’abitare diventa un optional, e neppure troppo opzionato. Per le nuove generazioni è del tutto normale stare in un posto qualche mese o qualche anno e poi andare da un’altra parte. I più giovani lo hanno imparato con l’Erasmus o con le stagioni lavorative nei centri turistici ed è diventato sinonimo di libertà: andarsene, diventare maestri nell’arte della fuga.

La città, che ha attratto per le opportunità di relazioni sociali e lavorative, si rivela anaffettiva tanto che la si lascia senza rimpianti andando spavaldamente in luoghi sconosciuti, talvolta scelti per convenienza (minori costi, maggiori possibilità di guadagno), altre volte per il loro fascino e perché li si pensa adatti al proprio futuro, senza comunque impegnarsi ad una stabilità delle scelte.

Quindi soli o in coppia, per lo più con pochi soldi e molto tempo, ci si aggira per i territori in disarmo per riuscire a stare nelle pieghe, in controra stagionale o negli spazi abbandonati dalle famiglie secolari, con lavori strani e una ingenua attenzione ai problemi ambientali che si incontrano.
Anche i pensionati che si sentono ancor giovani, senza vincoli di lavoro o impicci di parenti, sono attratti da una vita in vacanza, con permanenze stagionali in luoghi diversi, con la parsimonia lussuosa di chi può permettersi di vivere di rendita, se sta attento a stare nel budget.

Insomma si sta formando una nuova domanda di gente di città che vuole abitare per un po’ in montagna, con bassa impronta, forse disponibile a servizi di cura dell’ambiente e delle persone, ma con una bassa capacità di spesa e per periodi imprecisati.
Giovane o vecchia che sia questa domanda, insieme a quella invisibile dei migranti in cerca di sistemazione, non è facilmente collocabile in un mercato immobiliare ingessato dagli affitti brevi e da un modello di “turismo servito” che ha con il territorio un rapporto “usa e getta” senza alcuna ricaduta positiva.

Quindi è probabile che la crescita delle residenze temporanee comportino un aggravamento della situazione già malmessa delle residenze per i lavoratori stagionali nelle località turistiche: nessuna offerta economicamente accessibile dal privato e pressoché nulla dal soggetto pubblico, che da oltre 20 anni non sfrutta più (se mai lo ha sfruttato) il complesso di norme e agevolazioni per l’edilizia residenziale pubblica o convenzionata, da sempre poco adatto ai piccoli centri.
Per i comuni più piccoli non si tratta solo di non saper bene come affrontare un nuovo bisogno del territorio, ma anche di non riuscire ad accogliere le avanguardie dei nuovi abitanti della montagna, forse pronti a dare il loro contributo per la manutenzione del territorio e il consolidamento delle comunità locali infragilite, ma con promesse di impegno temporale non indefinite come sinora nel sistema rurale tradizionale: staranno mesi, anni, “ma non tutta la vita”, come dice il tormentone della scorsa estate.

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Paolo Castelnovi: architetto ed esperto di paesaggio, ha fondato e presiede l’Associazione Culturale Landscapefor che, fra i tanti progetti per la cura del paesaggio e dell’architettura, dal 2014 ha sviluppato AtlasFor, un atlante web collaborativo.

https://www.landscapefor.eu/

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Pensare il “ri-”: nuove comunità e vasi rotti di Gianluca Cepollaro.

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