Il lascito di un terremoto: ricostruire, tornare, abitare

di Marco Ranocchiari.

Cinquant’anni dal terremoto del Friuli e dieci dal sisma del Centro Italia offrono l’occasione per riflettere su cosa significhi abitare un territorio dopo una catastrofe. Due esperienze profondamente diverse che interrogano anche il futuro delle aree montane, dove il terremoto si innesta su trasformazioni demografiche, sociali ed economiche già in corso. Attraverso libri e prospettive istituzionali, emerge il rapporto tra ricostruzione materiale, comunità e condizioni dell’abitare.

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Cinquant’anni dal sisma del Friuli, dieci da quello del Centro Italia: un’occasione per interrogarsi sulla differenza tra ricostruire gli edifici e ricostruire la vita di un territorio.

Tra l’11 e il 15 settembre del 1976 in Friuli, due scosse tornarono a scuotere una terra già devastata dal terremoto del 6 maggio, abbattendo, con le ultime case pericolanti, l’illusione che dopo una catastrofe fosse possibile un lento ma costante cammino a ritroso verso il «prima». Dieci anni fa, il 30 ottobre 2016, nell’Appennino centrale accadde qualcosa di simile. Il più forte terremoto in Italia dal 1980 colpì un territorio già ferito dalle scosse iniziate nell’agosto precedente, che avevano fatto 299 vittime soprattutto tra Amatrice e Accumoli. All’indomani della prima catastrofe lo slogan era stato quello che aveva accompagnato il Friuli: «dalle tende alle case», senza passare per le baracche, e quindi per una precarietà che invece si verificò puntualmente e non è ancora finita.

È difficile vivere le due ricorrenze «tonde» – cinquant’anni dall’«Orcolat», e dieci dal sisma del Centro Italia – senza immaginare, anche involontariamente, un confronto. Da una parte, una ricostruzione finita da decenni e dipinta come un esempio virtuoso; dall’altra, un dramma ancora in corso, con migliaia di famiglie che non hanno ancora riavuto la propria casa.

In fasi storiche tanto diverse, in realtà, analizzare queste vicende con la stessa lente sarebbe insensato. Più interessante è soffermarsi su che cosa significa, a distanza di anni, abitare un territorio dopo che una catastrofe l’ha trasformato.

Il «Modello Friuli» e la «faglia dentro»

La gestione del sisma friulano viene spesso considerata un modello, sia nelle fasi dell’emergenza sia nella ricostruzione. A renderlo tale non furono solo rapidità e trasparenza, ma soprattutto il coinvolgimento delle comunità nelle decisioni, con Comuni e società civile che seppero evitare una gestione centralizzata, un fatto tutt’altro che scontato in una regione che ospitava una parte consistente dell’esercito italiano, dando invece ascolto ai bisogni locali, conservando l’identità storica dei centri ed evitando lo spopolamento. Tra le eredità nel lungo termine di quegli eventi, anche l’affermarsi della Protezione civile come la conosciamo oggi.

Il «modello Friuli», però, è solo una parte della storia. Per lo storico e scrittore Walter Tomada, nel suo La faglia dentro. Cosa resta del 6 maggio 1976 (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2026), il 1976 non segna solo uno spartiacque nella storia del territorio, ma qualcosa ancora gravido di conseguenze. Per spiegarlo Tomada parte, inevitabilmente, dal racconto di quei giorni drammatici. A colpire è soprattutto il ritratto di una società vivace e coesa, in una regione che iniziava a scoprire il benessere ma conservava ancora lo spirito di una civiltà contadina e montanara, fortemente comunitaria. Il legame con i paesi, cementato dalla lingua friulana, era stretto, e la casa era un simbolo potente per una società segnata ancora dall’emigrazione e perciò da ricostruire a tutti i costi.

La richiesta di «fare da soli», spiega Tomada, non era un atteggiamento di chiusura, ma la rivendicazione di un ruolo attivo nella ricostruzione. Erano, anche tra le tende, gli anni Settanta con una voglia di incidere e una capacità di mobilitarsi oggi difficilmente immaginabile, e che trovò interlocutori capaci di assecondare questa spinta, sapendo correggere in tempo molti errori che pure vi furono. Anche lo slogan «prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese», lanciato dai cattolici autonomisti delle Glesie furlane, raccontava una consapevolezza precisa: ricostruire non significava solo rimettere in piedi gli edifici, ma riportare in vita un’economia e una società. Così, il Friuli riuscì a ripartire, senza new town in pianura ma nei suoi paesi rimasti vivi, che diedero il loro contributo al rapido sviluppo che avrebbe reso il Friuli parte integrante della «locomotiva» del Nordest. La nascita dell’Università di Udine diede inoltre alla regione una centralità culturale prima sconosciuta.

Nel frattempo, però, il Friuli stava cambiando così velocemente da portare Tomada a chiedersi se il terremoto sia «riuscito a spegnerci senza distruggerci». È questa la «faglia dentro», più difficile da vedere perché non passa attraverso le case crollate ma nella società che le ha ricostruite. La civiltà coesa che aveva reso possibile quella ripartenza così sorprendente diventava infatti rapidamente più individualista, un passaggio reso visibile anche nel paesaggio. Le vecchie case a corte chiusa – ricostruite minuziosamente secondo lo slogan «dov’era, com’era» – avrebbero perso la loro funzione sociale, come le piazze e i centri storici; intanto, le villette unifamiliari spuntavano come funghi e la vita si spostava verso aree industriali e commerciali sorte in pianure un tempo agricole. Fino ad arrivare all’oggi, in cui la regione è tra quelle con più metri quadrati di centri commerciali per abitante.

Paradossi che lo scrittore individua sin dagli inizi e che riassume nel destino del fogolâr, il focolare domestico al centro della vita familiare. L’assenza, in molte sistemazioni provvisorie, dello strumento che più lo evocava, la cucina economica, fu vissuta come uno choc. Nelle case nuove, però, più comode e moderne, l’oggetto e la sua funzione furono presto dimenticati: la casa era stata ricostruita, il modo di abitarla no.

A ben guardare, però, quelle trasformazioni erano già pienamente in atto alla vigilia del sisma: lo spopolamento colpiva le frazioni montane più isolate e il trend delle villette, tipico segno del Nordest ricco e individualista, era già iniziato. Il terremoto, in fondo, ha quindi agito soprattutto da acceleratore di processi già in corso. Questa considerazione, però, non indica un destino già segnato, a patto che si sappia riconoscerli e indirizzarli verso un futuro più desiderabile.

2016: un terremoto di tutti e di nessuno

Con una ricostruzione la cui fine appare ancora lontanissima, oltre 2000 famiglie ancora in abitazioni provvisorie e molte di più che non sono mai tornate, il post terremoto del Centro Italia è in una fase totalmente diversa, dall’esito finale ancora incerto. A differenza del Friuli, il cratere non rappresenta un territorio compatto, ma è frammentato alle periferie di quattro regioni – Lazio, Umbria, Marche, Abruzzo. Tanto che non c’è unità di veduta nemmeno sul nome della catastrofe: Amatrice, Norcia o genericamente Centro Italia. Un dettaglio solo apparentemente linguistico che l’etnografo Enrico Mariani definisce «terremoto di nessuno» (Abitare sospeso. Etnografia nel post-terremoto del 2016-2017 in Appennino centrale, 2025, Rosenberg & Sellier).

Nelle dense pagine del libro, risultato di un lungo soggiorno nella parte marchigiana del cratere, Mariani esplora lo spaesamento vissuto dalle comunità, che continua a perdurare, specie tra le famiglie ancora relegate ai margini dei paesi nelle SAE (soluzioni abitative di emergenza), spesso scomode e impersonali, e che iniziano a mostrare l’usura del tempo. Ma anche dove il tetto è garantito, lo sradicamento resta, con i centri storici crollati o chiusi quasi ermeticamente in «Zone Rosse» vecchie ormai un decennio, e in cui negozi e centri commerciali sorti ai margini dei centri non possono sostituire il ruolo delle piazze.

«L’esclusione fisica prolungata ha generato un paradossale distacco: la popolazione, pur rimanendo visceralmente legata ai propri luoghi, si sente completamente estromessa», spiega Mariani. Il risultato è una sfiducia generalizzata che Mariani chiama «strategia dell’abbandono»: la percezione da parte di alcuni segmenti della popolazione, cioè, che anziché creare le condizioni per tornare ad abitare i centri e le frazioni, si finisca per accompagnarne lentamente l’uscita. «Quell’espressione è un’iperbole provocatoria – spiega – per indicare il senso, largamente percepito, di essere stati lasciati da parte».

La responsabilità, per Mariani, non è dovuta tanto, o almeno non solo, a mancanze politiche, quanto al contesto, a partire dalla gestione stessa dell’emergenza, sicuramente più avanzata dal punto di vista tecnico, ma che ha finito per limitare il ruolo della comunità, arrivando alle dinamiche più generali che interessano le aree interne. «Il terremotato viene individualizzato, ognuno con la propria pratica, ognuno col proprio percorso burocratico e questo contribuisce a creare frammentazione». Questo non significa, puntualizza, che le popolazioni abbiano rinunciato a rivendicare un ruolo attivo. «C’è stata molta mobilitazione. Tuttavia, dopo due o tre anni, con la normalizzazione dell’emergenza, la gestione tecnico-burocratica del disastro ha frammentato i percorsi collettivi».

Anche in questo caso, infatti, il terremoto ha esasperato dinamiche già in atto, ponendo i decisori davanti alla «consapevolezza che in determinati contesti sia talmente difficile ricostruire e ripristinare le condizioni minime di abitabilità da non avere un’idea chiara su come intervenire». Nel cratere, infatti, l’abbandono dei centri più piccoli e delle frazioni montane era in atto da decenni, con molte zone che dagli anni Cinquanta a oggi hanno perso in media il 30% degli abitanti per decennio. In compenso, alcune aree avevano visto un exploit del turismo di massa, tanto invernale quanto estivo, con l’affermarsi di piccole monocolture turistiche legate spesso ai centri più pittoreschi e alla gastronomia, con l’affermarsi di veri e propri brand, come quello della pasta all’amatriciana.

Negli ultimi decenni è inoltre sorto un numero spropositato di seconde case – molte delle quali appartenenti a famiglie cittadine in parte originarie di quei paesi – che ha fatto triplicare il numero complessivo delle abitazioni, al netto di un calo generalizzato della popolazione e di case dei centri storici sfitte o abitate solo per brevi periodi.

Lo slogan friulano «com’era, dov’era», mostra nel Centro Italia i suoi esiti più paradossali: «Diverse seconde case risultano già ricostruite, mentre le prime case dei residenti che vivono ancora nelle SAE rimangono bloccate nei centri storici a causa delle notevoli complessità urbanistiche, idrogeologiche e dei vincoli paesaggistici». La decisione da prendere è quindi, per Mariani, come interpretare il senso dell’abitare nel cratere e che direzione dare al suo sviluppo. La via più semplice è puntare tutto sul turismo, visto come «carta pigliatutto». Decisamente poco per garantire un futuro reale a questi territori, tra cambiamenti climatici che rendono irrealistico il rilancio dello sci sui Sibillini e capacità ricettive che saranno sottodimensionate ancora a lungo.

Oltre la ricostruzione

Su un piano più istituzionale, differenziare le prospettive è anche il cuore della proposta che UNCEM, l’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani, ha presentato in una lettera aperta in occasione dell’anniversario del sisma del 24 agosto. Riconoscendo che «molto è stato fatto e tanto resta da fare», UNCEM riconosce l’interpretazione del terremoto «acceleratore di fenomeni sociali ed economici che tutta la montagna italiana (ed europea) sta vivendo», ma crede che possa provocare cambiamenti positivi. Bisogna però restituire autonomia ai territori, uscendo da «logiche commissariali», tenere al centro il tema dei servizi e «legare definitivamente la ricostruzione alla sicurezza del territorio».

È una prospettiva che richiede di sottrarsi anche alle semplificazioni. «Togliamo di mezzo una volta per tutte la parola spopolamento!, inutile e dannosa, al pari del “turismo che salva i borghi”», scrive UNCEM. Non si tratta di negare il ruolo del turismo o la crisi demografica, ma di evitare che diventi una sentenza che fotografa un destino già segnato. Alla ricostruzione materiale, prosegue la lettera, vanno affiancate risposte strutturali su servizi, casa, sanità, scuola, infrastrutture, connettività e opportunità per giovani, famiglie e imprese.

In questa direzione, per UNCEM possono avere un ruolo determinante le Green Communities, forme di cooperazione tra Comuni e comunità locali pensate per gestire risorse e servizi del territorio, dalla prevenzione del dissesto alla produzione e gestione dell’energia, fino alla valorizzazione del patrimonio naturale. Non una ricetta per «salvare i borghi», insomma, ma uno strumento per costruire condizioni concrete perché continuino a essere abitati.

[pubblicato il 22 settembre 2026]

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