di Valentina Chizzola e Liria Veronesi.
Canal San Bovo è un piccolo comune del Trentino che in cinquant’anni ha perso quasi il 40% della sua popolazione. Le case si svuotano, la scuola rischia di perdere classi, per le strade si vedono sempre meno bambini. È la storia di molte montagne italiane – ma anche il punto di partenza di un esperimento sociale che prova a invertire questa rotta.
Il fenomeno dello spopolamento montano è studiato da decenni. Corrado, Dematteis e Di Gioia (Nuovi montanari. Abitare le Alpi nel XXI secolo, FrancoAngeli, Milano 2014) hanno mostrato come la presenza di una popolazione residente stabile sia condizione necessaria per preservare comunità attive e territori curati. Eppure, negli ultimi anni, si registrano i primi segnali di inversione di tendenza, legati al fenomeno dei “nuovi montanari” documentato da Giuseppe Dematteis (Montanari per scelta. Indizi di rinascita nella montagna piemontese, FrancoAngeli, Milano 2011): persone che scelgono deliberatamente di trasferirsi in montagna, riempiendo – socialmente ed economicamente – il “vuoto” lasciato dallo spopolamento (Viazzo, P.P. – Zanini, R.C., “Approfittare del vuoto?” Prospettive antropologiche su neo-popolamento e spazi di creatività culturale in area alpina,in Journal of Alpine Research, 102(3), 2014).
In questo contesto si inserisce il progetto “Coliving: collaborare, condividere, abitare”, promosso nel 2021 da un partenariato pubblico-privato. Seguendo l’approccio dell’economia della saturazione (Malfer, L. – Antonini, I., a cura di, Atti del Festival della famiglia. La “società” trasformata: verso un’economia della sostenibilità? Sfide e opportunità dopo la pandemia da Covid-19, PAT, Trento 2020), il progetto ha selezionato cinque famiglie disposte a trasferirsi nel comune, offrendo loro un alloggio in comodato d’uso gratuito per quattro anni in cambio di un impegno attivo nella vita comunitaria. Nell’estate del 2022, dieci adulti e dieci bambini/e hanno fatto le valigie. Ma cosa succede quando persone con storie e valori diversi si trovano a condividere uno stesso spazio vitale?
Per rispondere, abbiamo adottato come chiave interpretativa il concetto filosofico di riconoscimento. Da categoria fondamentale della filosofia hegeliana, questa nozione è diventata centrale per le discussioni contemporanee su identità, differenza e inclusione (Pirni A., Comunità, identità e sfide del riconoscimento, Diabasis, Reggio Emilia 2003). Per Hegel, il riconoscimento (Anerkennung) non è semplicemente accorgersi dell’altro: è il processo attraverso cui l’identità stessa si forma nell’incontro con un’altra soggettività autonoma. L’individuo, scrive Hegel nella Fenomenologia dello Spirito (Einaudi, Torino 2008), non si costituisce come soggetto autonomo se manca il riconoscimento da parte di altri soggetti. Come ha sottolineato Charlers Taylor in La politica del riconoscimento (in Habermas, J., Taylor, C. Multiculturalismo, Feltrinelli, Milano 1998), il riconoscimento non è “una cortesia che dobbiamo ai nostri simili”, ma “un bisogno umano vitale”. Una comunità non nasce dalla semplice compresenza di individui nello stesso luogo, ma da una rete di relazioni in cui ciascuno si sente visto, valorizzato e parte di qualcosa che lo trascende.
Attraverso diciassette interviste condotte nell’estate del 2023 – un anno dopo l’arrivo dei nuovi abitanti – il quadro che emerge è sfaccettato. Le bambine e i bambini arrivati con le nuove famiglie sono diventati catalizzatori di relazioni spontanee: “quando ci sono i bambini, si crea un’apertura diversa: si finisce per parlare e tutto diventa più facile”. Un neoabitante apicoltore ha recuperato spazi abbandonati; un’arte terapeuta ha proposto attività nella casa di riposo locale. La scuola materna ha mantenuto due sezioni, salvando il posto di lavoro a un’insegnante del posto. Tuttavia, il processo non è privo di attriti. Alcuni residenti storici hanno percepito i nuovi arrivati come beneficiari di un privilegio ingiusto. C’è chi li chiama “i tagliani”, marcando una distanza non solo geografica, ma valoriale e culturale. Il riconoscimento, come aveva già anticipato nei primi decenni dell’Ottocento Hegel (Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Utet, Torino 2002), è infatti un processo dialettico che richiede tempo, apertura e la capacità di rinunciare alla propria “certezza di sé”, ovvero alla pretesa di bastare a se stessi.
Nel corso della nostra analisi abbiamo individuato tre condizioni che favoriscono questo processo: una cultura dell’accoglienza diffusa; la consapevolezza del valore che i nuovi abitanti portano; la partecipazione attiva alla vita collettiva. In questa prospettiva, il riconoscimento sociale va oltre la semplice tolleranza delle differenze, elevandole come parte integrante del tessuto comunitario (Honneth A., Lotta per il riconoscimento. Proposte per un’etica del conflitto, Il Saggiatore, Milano 2002). Va detto inoltre che alle istituzioni pubbliche spetta un ruolo strategico. Non sono considerabili solo come semplici erogatrici di alloggi, ma come facilitatrici di quello che Brighenti e Mattiucci chiamano “interstizio territoriale” – uno spazio relazionale in cui biografie, aspettative e visioni diverse possono incontrarsi e trasformarsi (Le aree alpine interne come interstizi urbani: appunti da una ricerca in corso, in “Tracce Urbane. Rivista Italiana Transdisciplinare di Studi Urbani”, 3(5), 2019).
La montagna, in conclusione, può diventare laboratorio di innovazione socio-territoriale solo dove si superano approcci assistenzialistici a favore di un paradigma relazionale e generativo. Non esiste comunità senza riconoscimento e imparare di nuovo a riconoscerci è forse la sfida più urgente che abbiamo davanti.
[pubblicato il 09 giugno 2026]
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