Montanari per forza e comunità montane accoglienti

di Maurizio Dematteis.

Il decennio scorso è stata la stagione dell’accoglienza mancata. Negli anni ‘10 del nuovo millennio un’accoglienza emergenziale di richiedenti asilo e rifugiati investe anche i territori montani del nostro Paese trasformandosi faticosamente in impegno di comunità, con progetti di sviluppo in piccoli comuni delle Alpi e degli Appennini, all’interno dei quali gli stranieri fanno la loro parte. Ma alla fine del 2018 arriva il “Decreto Legge 4 ottobre 2018, n. 113”” che cambia le regole lasciando tutti nella confusione totale: in pratica diventa impossibile utilizzare i fondi per l’accoglienza all’interno di progetti di sviluppo territoriale, e le comunità montane che avevano investito sull’accoglienza di potenziali nuovi montanari rimangono deluse, si sentono tradite e impotenti nel governare i fenomeni di accoglienza in maniera adeguata. Cosa è rimasto di quella stagione sul nostro Paese?

«Chi non include, esclude – scrive un’operatrice dell’accoglienza di migranti di un piccolo comune alpino sui social -, sempre più famiglie decidono di togliere il disturbo e vanno a investire il loro futuro da un’altra parte. Sì, proprio di investimento si parla, perché la vita è un’impresa su cui investi tutto il capitale che hai […]. È un fenomeno sempre più consistente quello che vede intere famiglie ripartire verso altri mondi dopo decenni di vita in Italia […] persone con il lavoro, a un passo dalla cittadinanza italiana, con figli nati e cresciuti con i nostri, se ne vanno. Ci abbandono al nostro destino. Facciamocene una ragione o gioiamo, se vogliamo. È inutile vivere nella narrazione di un’Italia invasa dagli stranieri. Siamo un paese da cui si fugge via».
All’accorato post risponde un giornalista di origine straniera con la cittadinanza italiana: «Purtroppo è così, il mio lavoro di giornalista mi porta in molti paesi europei […]. Lavoro con le comunità migranti, e devo dire che l’Italia è un paese da cui si fugge».

Dichiarazioni forti, allarmanti. Forse il nostro paese alla fine, anche questa volta, se la caverà. Eppure rimane in tutti noi un po’ di quell’ansia e di quella insicurezza provate dall’operatrice, noi che restiamo e che ancora ci sforziamo di credere in questo Paese. In Italia il saldo naturale (nati meno morti) è negativo ormai dal lontano 1993 (nel 1993: -5.559; nel 2023: -379.000 unità). Un paese dove secondo il Rapporto “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero”, realizzato dalla Fondazione Nord Est, nei tredici anni che vanno dal 2011 al 2023 i giovani italiani (18-34 anni) emigrati all’estero sono 550.000. Segno di una mancanza di prospettiva che dovrebbe far preoccupare tutti. Tanto che l’OCSE lancia l’allarme: l’Italia è tornata ai primi posti per emigrati, per la precisione all’ottavo nel mondo, dopo il Messico e prima di Vietnam e Afghanistan.
Eppure fino al 2015, nonostante il persistere del saldo naturale negativo, l’Italia ha comunque sempre continuato a crescere grazie all’immigrazione. Poi la ritirata: dai 60.795.612 abitanti totali registrati al primo gennaio del 2015 ai 58.990.000 del 2024 (dati provvisori ISTAT all’1° gennaio 2024). Dal 2015 comincia la discesa, e anche i residenti stranieri, che fino all’anno prima crescevano con numeri a tre cifre, negli ultimi anni crescono più lentamente. Quindi la sfiducia nei confronti del nostro paese, proprio come enfaticamente segnala il giornalista italiano di origine straniera, esiste. Facciamocene una ragione.

E se il problema dello spopolamento investe ormai tutto il territorio nazionale, comprese alcune città, figuriamoci lo stato di salute della montagna, da sempre in affanno nel tentativo di trattenere o attrarre persone. Ma in questo scenario preoccupante, da qualche anno a questa parte, era comparso un flebile segnale di speranza, capace in alcuni casi di diventare un piccolo motore di sviluppo endogeno all’interno dei territori montani del nostro Paese: si tratta del sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, che per effetto rimbalzo dalle realtà cittadine si è spostato verso le aree interne del paese. Si tratta di ben 50.762 persone straniere (a fine 2016, ultimo dato disponibile) giunte sulle nostre montagne ad aggiungersi a una popolazione di 20.207.344 residenti. Queste persone provenienti da tutto il mondo si sono trovate all’interno di un sistema di accoglienza raffazzonato, messo su in fretta e furia per tamponare una situazione di emergenza, con luci ed ombre e la possibilità per i soliti furbetti di infilarsi e lucrare sulla pelle della povera gente (vedi l’esempio di Mafia Capitale).

Eppure all’interno di questo confuso e magmatico mondo dell’accoglienza, tra i pochi progetti capaci di coinvolgere direttamente le amministrazioni locali e i molti gestiti da realtà più o meno professionali, qualcosa di buono è nato e stava crescendo, come raccontato nella pubblicazione “Il mondo in paese” (a cura di Compagnia di San Paolo, Città metropolitana di Torino, Regione Piemonte, FIERI – Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione e Associazione Dislivelli). E sì, perché la società civile montana, fatta di piccole comunità e di paesi ridotti al lumicino ma anche di capacità e potenzialità che non ti aspetti, si era organizzata a macchia di leopardo lungo tutto l’arco alpino e appenninico, dando vita a progetti in cui il privato sociale lavorava a stretto contatto con le amministrazioni comunali, i servizi territoriali, le Prefetture e qualsiasi risorsa residua potesse esserci sul territorio. Di più, in alcuni casi i confusi strumenti messi a disposizione dall’accoglienza sono serviti a chi lavora in buona fede per creare nuovi servizi e opportunità per tutta la comunità artefice dell’ospitalità, con arrivo di nuove persone, risorse economiche e formative di cui oggi godono tutti i cittadini, stranieri e autoctoni.
Il “Decreto Legge 4 ottobre 2018, n. 1132” ha cambiato le regole, lasciando beneficiari e artefici dell’accoglienza nella confusione totale: operatori licenziati, ospiti lasciati per strada, progetti interrotti con tutto ciò che ne consegue. Ma soprattutto, ancora una volta, le comunità montane che avevano ben inteso gli strumenti dell’accoglienza ed erano riuscite a sfruttarne le opportunità a vantaggio di tutto il territorio – con sindaci, pro loco, forze dell’ordine, parrocchie e chi più ne ha più ne metta – si sono viste tradite, umiliate. Persone ormai entrate nelle reti locali, conosciute e stimate sono state costrette ad andarsene, lasciando dietro di loro ancora una volta incuria e abbandono. Perché come diceva l’operatrice in apertura di questo articolo, chi con include esclude. E questo vale tanto per le persone che per i territori.

E chissà se oggi, alle soglie del 2025, rimane qualcosa di tutto quel lavoro fatto dalle comunità montane. Quanti sono gli stranieri che hanno deciso, nonostante tutto, di rimanere nei piccoli comuni montani per inventarsi una nuova vita? Per rispondere questa domanda il FIERI – Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione promuove una ricerca attraverso un questionario rivolto alle amministrazioni comunali montane, per conoscere l’impatto delle migrazioni nelle aree interne. Per capire se l’arrivo di nuovi residenti può favorire o meno lo sviluppo locale e quali nuove sfide genera per i comuni. Attraverso la testimonianza di chi, negli ultimi cinque anni, ha fatto parte di un’amministrazione comunale di un’area interna.
Il questionario, che fa parte del progetto SETT finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi PNRR, e compilabile in soli dieci minuti al seguente indirizzo: https://it.surveymonkey.com/r/TCKS5GH

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Maurizio Dematteis: è giornalista, ricercatore e videomaker, si occupa di temi sociali e ambientali e di tematiche legate ai territori alpini. È direttore dell’associazione Dislivelli.

www.dislivelli.eu

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