di Gianluca Cepollaro.
Veniamo da un tempo in cui i luoghi di montagna erano spazi di vita, abitati in modo stabile da comunità di persone che costruivano quotidianamente appartenenza, condivisione, progetti per un futuro che immaginavano di lunga durata. Guardando ai territori di montagna lo scenario appare profondamente cambiato: “sembra che la stabilità dell’abitare stia diventando un optional, e neppure troppo opzionato” ha recentemente scritto Paolo Castelnovi. Temporaneità e frammentazione sembrano essere i fattori caratterizzanti una domanda insediativa che presenta tratti per molti versi nuovi e inattesi. I cosiddetti “nuovi montanari”, più o meno giovani, siano essi “montanari per scelta” o “per forza”, “aspiranti montanari” o “migranti climatici verticali”, si distinguono per motivazioni e aspettative eterogenee e differenti. Dal bisogno di nuove relazioni, “con la natura” e “con la comunità”, alle esigenze di affrontare condizioni di difficoltà o precarietà emergono orientamenti di residenzialità non convenzionale da parte di persone che possono rappresentare importanti risorse per i territori di montagna. E non si tratta solo delle aree montane interessate dai fenomeni di spopolamento e di abbandono, ma della gran parte delle terre alte che vedranno, anche per ragioni legate alla transizione demografica e alle dinamiche di relazione tra flussi e luoghi, cambiare decisamente la propria composizione sociale dando luogo a nuove comunità.
Il tema delle nuove comunità richiede un approccio decisamente diverso da quello tradizionale che, spesso nostalgicamente, pretende di ri-costruire legami allentati e indeboliti. Un approccio in grado di superare i postulati della sociologia classica rispetto alla dicotomia tra “comunità e società”. Pensiamo metaforicamente ad un “vaso rotto”. Un vaso, cadendo sul pavimento, si rompe. I tentativi di rimettere insieme i cocci per ri-costruire il vaso così come era, casomai impreziosendolo con l’oro attraverso la tecnica di restauro del kintsugi, sono pura illusione. Ci rendiamo conto che i pezzi non sono più gli stessi, alcuni sono inutilizzabili, altri non sono più disponibili sul pavimento e che ce ne sono di nuovi che non pensavamo esistessero e che casomai provengono da altri “vasi rotti”. Scopriamo così che non è più possibile avere un vaso della stessa forma. Forse non è nemmeno possibile ri-costruire un qualsiasi vaso ma è necessario pensare ad un nuovo oggetto sintesi delle continuità custodite nei pezzi del “vaso rotto” e delle potenzialità insite nell’unione dei nuovi pezzi. Bisogna saper pensare il “ri-”, nell’esempio riferito alla ri-costruzione del vaso, non come ad un ritorno ad una situazione precedente ma come un’occasione di rinnovamento che emerge dalla valorizzazione delle nuove possibilità relazionali.
Forse è di una “svolta relazionale” che ha bisogno un nuovo pensiero del “ri-”. Si tratta di pensare le comunità come costituite in buona parte da attori mobili e temporanei che abitano e lavorano non solo in un luogo ma in un insieme di luoghi, che costruiscono la loro vita “in comune” individuando nuove forme di territorialità capaci di offrire (ri)contenimento alle progettualità collettive. Ecco che una rappresentazione monolitica può essere sostituita da una visione reticolare e policentrica che fa delle terre alte un laboratorio di sperimentazione. L’invito è quello di guardare alle montagne come luoghi dove sperimentare un nuovo modo di abitare nel quale riconoscere la reciprocità e ricercare convergenze tra le “antiche ragioni dei montanari” e i desideri di chi arriva. Il dibattito sul futuro delle montagne ha visto un uso massiccio di termini quali ri-configurare, ri-comporre, ri-popolare, ri-generare, ri-utilizzare, ri-vitalizzare e potrebbe molto agevolarsi da una riflessione proprio su un significato del “ri-”, meno nostalgico, certamente attento alla storia, più aperto alle discontinuità. Sappiamo che i territori di montagna, sostenuti da politiche appropriate, che non si rappresentano come “residui”, “chiusi ed isolati”, “luoghi da salvare”, non sono stati condannati affatto a vivere un destino di minorità: un approccio relazionale al futuro dell’abitare può aiutare a immaginare e progettare nuovi percorsi e nuove occasioni.
Sul tema, puoi leggere:
Fare spazio ai residenti temporanei di Paolo Castelnovi.
