Se la scuola chiude, il paese muore

Intervista a Riccardo Milani, regista di “Un mondo a parte”.

Parlare di temi seri e complessi utilizzando il linguaggio della commedia è sempre un terno al lotto. Tanto più quando tali tematiche riguardano argomenti cui il grande pubblico è poco avvezzo. Fra questi, le scuole “resistenti” che hanno sede in luoghi periferici, il che al giorno d’oggi è sempre più sinonimo di “montani”. Costrette, per sopravvivere, a contrarre sé stesse negli spazi di una pluriclasse, vengono poi sistematicamente dimenticate, senza che nessuno ne abbia colpa ma con la responsabilità di tutti, allo stesso modo in cui dimentichiamo un vecchio soprammobile; salvo poi ricordarcene in caso di furto, millantando un non meglio precisato “valore affettivo”.

«Ecco, se ci derubassero di tutte le scuole “resistenti” finiremmo per reagire nello stesso identico modo: con un appello al valore perduto, dimentichi però del fatto di non averci prestato la dovuta attenzione prima». Parole di Riccardo Milani, che il terno al lotto di aver raccontato un argomento tanto difficile in forma di commedia l’ha brillantemente vinto. Un mondo a parte infatti non è soltanto il film italiano più visto al cinema dall’inizio dell’anno, ma è anche un riflettore finalmente puntato sul destino dell’istruzione dei ragazzi – soprattutto dei bambini – che abitano le terre alte più marginali.

Già lo scorso autunno, l’approvazione di un disegno di legge da parte del Consiglio dei Ministri che prevede alcune agevolazioni per i docenti che decidono di insegnare nelle zone di montagna, compresi bonus affitto e surplus di punti in graduatoria, aveva fatto notizia per un paio di settimane. Ma, in questo caso, la notizia si è poi sgonfiata, e chissà se una manovra del genere potrà riuscire davvero ad arginare il problema. Forse ci riesce meglio una commedia, perché capace di creare autentico interesse intorno ad un tema, senza condirlo di alcuna sovrastruttura che non sia la catarsi del ridere. Perché fa ridere il maestro Michele (Antonio Albanese), spinto da ideali, tanto nobili quanto astratti, a spostarsi da una scuola di città – anzi, di metropoli, nel cuore di Roma – alla sperduta pluriclasse di Rupe, nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio Molise. E fa ridere anche la vicepreside di questa minuscola scuola, Agnese (Virginia Raffaele): totalmente assorbita dalla sua missione, meno dalla propria famiglia, ma sempre più dalla sprovvedutezza del collega, di cui s’innamora senza ragione ma piena di un sentimento tanto vivido quanto difficile da rendere a parole.

Perché, mentre l’antropologo Vito Teti, citato nel film, parla di “restanza” come di quel restare nella terra d’origine “con intenti propositivi ed iniziative di cambiamento”, ciò che caratterizza Michele è un sentimento quasi antitetico ma decisamente complementare – e forse anche più forte. Si tratta di riuscire a rendere propria la terra degli altri, comprendendola nel senso etimologico del termine: “prendere con”, “assumere su di sé”. Esiste una differenza abissale fra capire e comprendere: il primo è mera ragione, qualcosa di estremamente cerebrale, mentre il secondo presuppone un’apertura totale, quasi fisica. Ecco allora che si può capire senza comprendere, creando relazioni destinate a fallire. Ma si può anche comprendere senza necessariamente capire, in un rapporto senz’altro più duraturo e salvifico. Ed è esattamente questo il rapporto che lega Michele a Rupe, e insieme a lui anche quei ragazzini ucraini che si trovano a dover rimpinguare un’aula ormai smunta, priva quasi del numero di bambini necessari dalla legge per tenerla in vita. Integrazione, in fondo, non significa null’altro che questo: comprensione. «E si tratta di una scelta concreta, di vita vera e quotidiana, – commenta Milani – lontana da ogni decisione politica»

Concreta è stata anche la sua scelta di affrontare questi temi in un film. Partiamo allora dal principio: com’è nato Un mondo a parte?
«I territori di cui parlo nel film sono territori che conosco bene da sempre, che frequento e che ho frequentato. Ne conosco dunque anche le trasformazioni e le difficoltà, che ne hanno accompagnato il destino negli anni. Lo spopolamento è stato il primo effetto di queste fatiche: scuole che andavano riducendo il proprio organico e il numero di ragazzi a cui rivolgevano il loro servizio, fino all’epilogo di una chiusura. Parallelamente però ho visto anche comunità molto forti, che quand’era il momento sceglievano di compattarsi tentando di accantonare ogni ostilità personale o politica per ampliare le proprie vedute e cercare di sopravvivere»

Nel film però racconta anche di un certo immobilismo: quale atteggiamento prevale oggi, secondo la sua esperienza?
«Sicuramente l’inevitabilità di andare via è insita nell’esperienza di molti giovani abitanti dei borghi di montagna. E ho voluto inserire questo tema anche nel mio film. Ultimamente però una certa inversione di tendenza c’è stata e anche questa è ben rappresentata nella pellicola, con la figura di Duilio ad esempio»

Non solo nel film, peraltro, visto che l’attore che lo interpreta – l’omonimo Duilio Antonucci – è veramente un coltivatore di lenticchie che ha deciso di non abbandonare la propria terra, laddove tutti facevano il contrario.
«Realtà e finzione non sono poi così distinte. Duilio è un ragazzo di 22 anni che ha dato vita ad una propria piccola azienda per recuperare la coltivazione di terreni d’alta quota abbandonati da decenni. E lo fa a Pescasseroli, paese dell’Appenino abruzzese da cui provengono anche tutti gli altri attori che ho scelto, ad eccezione dei protagonisti. Mentre giravo ho capito che, per alcuni di loro, potersi trovare a casa nella terra dove sono nati è un privilegio: sentivo l’esigenza di raccontare anche questo»

Contemporaneamente però persone come Michele arrivano a sentirsi a casa in una terra che non è la loro, lottando addirittura per la sua sopravvivenza. Al di là del contesto squisitamente montano, c’è un parallelo interessante anche con la storia di Gigi Riva, ad esempio, di cui lei è grande fan e sulla cui figura ha curato un docufilm qualche anno fa (Nel nostro cielo un rombo di tuono, 2022).
«Certo, è assolutamente così. E qui il tema centrale sono i valori. Se parliamo di Gigi, lui è rimasto folgorato e conquistato dai valori del popolo sardo: per questo motivo, e questo soltanto, ha deciso di restare. Lo stesso accade nel caso del maestro Michele, che ha riconosciuto negli abitanti e nei bambini di Rupe quella purezza mista a concretezza capace di rendere una comunità dura e tenera al contempo, forgiata da situazioni ed immagini severe ma comunque mai rassegnata a lasciare che la severità prenda il sopravvento»

Fra le immagini severe, di abbandono, nel film ci sono una piscina e una palestra diroccate, che i bambini di Rupe guardano privi di alcun stupore perché cresciuti senza averne visto la precedente bellezza.
«A tal proposito c’è una frase che Agnese, il personaggio interpretato da Virginia Raffaele, pronuncia proprio davanti alle rovine di Sperone, altro paese, stavolta totalmente abbondonato, la cui ombra aleggia anche su Rupe. Agnese dice: “Abituarsi al peggio è la cosa più brutta che un essere umano possa fare”. Io penso che sia realmente così e penso che la vera battaglia da portare avanti sia quella di non abituarsi mai alle cose con indifferenza, come spesso facciamo, ma di mettere dei punti sui valori importanti, da assumere per sé e per gli altri, che siano dunque realmente nostri e per i quali è bene battersi davvero»

Si tratta di valori di per sé trasversali come l’autenticità, la resistenza, la purezza e la concretezza di cui abbiamo parlato sinora. Ma a volte si ha come il sentore di riuscire a comprenderli davvero soltanto in determinati contesti – vedi il paese di Rupe. Nella scuola romana in cui insegnava prima Michele, ad esempio, questi valori sembravano quasi non esistere.
«Togliamo il verbo sembrare: non esistevano affatto. L’ambito fa molto e i valori nascono dai fatti, non dalle teorie. Prendiamo ad esempio l’integrazione. Io ho voluto renderla nel film attraverso il coinvolgimento dei profughi ucraini nella “strategia” voluta da Michele ed Agnese per far rinascere la scuola. Ma, anche nella rappresentazione che ne ho fatto, credo fermamente che l’integrazione non abbia mai una matrice politica o ideologica: non è una scelta imposta da altri, bensì una scelta concreta, personale e per questo totale. Non dobbiamo pensare che la comunità sia qualcosa di altro da noi, altrimenti equivarrebbe a dire che il senso di comunità non dipende mai dalle nostre scelte individuali. Invece proprio quelle sono centrali, e si configurano come qualcosa che è in grado davvero di trascendere le percentuali statistiche, quelle per esempio che riguardano lo spopolamento o il ripopolamento di determinate aree. Il senso di comunità, e l’integrazione di cui necessita, non è dunque quantificabile, però è esperibile. E i bambini ucraini “trapiantati” nella scuola di Rupe l’hanno esperito»

Una scuola le cui sorti, lungo tutto l’arco del film, sono cruciali non soltanto per i bambini che la frequentano, ma proprio per questa comunità che sta descrivendo.
«Assolutamente. Se la scuola chiude, il paese muore. E non è una frase fatta. Per evitare che le scuole “resistenti” chiudano, lasciando un vuoto enorme nell’economia, nella cultura e nella civiltà di una comunità montana, occorre davvero ripensare per bene i nostri valori, metterli in atto attraverso scelte quotidiane. E ripristinare bellezza, senza mai abituarsi al peggio»

La scuola di cui racconta nel film, ed è l’ultima domanda, è intitolata ad un personaggio realmente esistito: Cesidio Gentile, detto Jurico. Perché?
«Cesidio Gentile era un poeta pastore abruzzese di fine Ottocento. Prima pastore, per nascita. Poi poeta, per scelta. Imparò da solo a leggere e a scrivere durante le lunghe transumanze, sostenuto da una memoria formidabile. Sono quelle figure che non vanno soltanto omaggiate, ma ricordate a più riprese: perché l’istruzione parte dal desiderio di conoscenza, che bisogna alimentare sempre, costantemente, per evitare che diventi soltanto un vecchio soprammobile».

Un soprammobile dal “valore affettivo” inestimabile, ma al quale rischiamo di appellarci soltanto dopo averlo perduto.

di Monica Malfatti

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