2017: le Alpi vanno a fuoco

Nella terza decade di ottobre del 2017 una grave sequenza di estesi e persistenti incendi boschivi ha colpito le Alpi occidentali e in particolare i rilievi cuneesi e torinesi, con gli episodi più importanti concentrati tra il 22 e il 29 nelle valli Stura di Demonte, Varaita, Chisone, Susa, Orco, Chiusella, e nei territori di Cumiana e Cantalupa (Pinerolese), cui si sono aggiunti, a fine mese, altri eventi sulle Alpi e Prealpi lombarde. Tanto che residui focolai erano ancora attivi tra il 31 ottobre e il 1° novembre intorno a Ribordone, Cumiana e Giaveno (Torino).
I roghi, molto probabilmente almeno in gran parte di origine dolosa, hanno potuto propagarsi in maniera esplosiva e talora incontrollabile a causa di un’eccezionale e sfavorevole combinazione di fattori climatici e ambientali:

– siccità tra le più marcate da un secolo;
– disseccamento del suolo e del sottobosco e stress della vegetazione aggravati anche dal caldo estivo estremo e dalla conseguente intensa evapo-traspirazione;
– forti raffiche di föhn nei giorni 22, 23, 27 e 29 ottobre;
– assenza di neve anche in quota, talora con estensione delle fiamme oltre i 2000 m;
– abbondante biomassa secca (arbusti, foglie da poco cadute…) disponibile anche a seguito dei processi di ri-naturalizzazione di versanti di bassa montagna coltivati fino ad alcuni decenni fa.

 

Spariscono i boschi

Gravissima la perdita di superfici boschive: almeno 7000 ettari (> 70 km2) secondo il data base satellitare EU-Copernicus, di cui ben 2400 attribuibili all’incendio più vasto nell’area tra Mompantero e Bussoleno (Valle di Susa). Inoltre si annovera la morte per infarto di un giovane di 28 anni – Alberto Arbrile – mentre tagliava alberi intorno alla sua casa di Cantalupa (presso Pinerolo) per contrastare l’avanzata delle fiamme, la distruzione di edifici rurali di montagna, di ripetitori e linee elettriche (ad esempio sulle alture di Mompantero, Val Susa). Le fiamme hanno lambito anche i rifugi alpini “Piazza” (Traversella) e “Melano-Casa Canada” (Frossasco), salvati dall’azione di volontari.
A stupire è stata peraltro la stagione inconsueta in cui gli incendi si sono sviluppati con tale estensione e violenza: sulle Alpi infatti la maggior parte degli episodi si concentra in genere tra febbraio e marzo, a seguito del minimo annuale di precipitazioni, con il sottobosco ricco di biomassa secca dopo la caduta autunnale delle foglie e prima dell’inizio delle (solitamente regolari) piogge primaverili.

 

Fumo dalla Val di Susa a Torino

L’incendio più esteso e persistente si è sviluppato in Val di Susa, intorno alle ore 10 di domenica 22 ottobre 2017 sui versanti subito a monte di Bussoleno, appena rinforzato il vento di föhn. Sospinto dalle raffiche, il fuoco ha percorso oltre mille metri di dislivello in meno di tre ore, lambendo le borgate Argiassera e Richettera (evacuate in serata) e nei giorni seguenti si è spostato verso Ovest coinvolgendo il Sic (Sito di Interesse Comunitario) dell’Orrido di Foresto e poi le pendici meridionali del Rocciamelone. Qui, al nuovo insorgere del vento secco occidentale all’alba di venerdì 27 ottobre, il fuoco si è propagato in vaste pinete di pino silvestre, trasformandosi in un impressionante incendio “di chioma” difficilmente controllabile nonostante l’intervento di elicotteri e canadair, che fino alla notte tra domenica 29 e lunedì 30 ha devastato i pendii soprastanti Mompantero a quote tra 700 e 2200 m circa, ma con estensione su pascolo fino a 2800 m presso il Rifugio Cà d’Asti. La stagnante coltre di fumi generati dai numerosi incendi concomitanti ha quasi oscurato il sole e reso irrespirabile l’aria soprattutto nel Pinerolese, in bassa Valle Orco, in bassa Val Chiusella, e perfino a Torino, dove al mattino di venerdì 27, giunto il pennacchio di fumo dell’incendio sul Rocciamelone, si sono osservate inconsuete ricadute al suolo di cenere (a circa 45 km dal punto di origine).

 

Cosa capita ai boschi di montagna?

Il riscaldamento globale rende le foreste più vulnerabili agli incendi.
Anche se non è possibile collegare direttamente (e interamente) i singoli episodi di siccità e incendi boschivi ai cambiamenti climatici, indubbiamente il riscaldamento globale sta rendendo più facile la propagazione del fuoco in foresta attraverso più rapidi processi di evaporazione e disseccamento del sottobosco, cui si aggiunge la tendenza a lunghi periodi senza precipitazioni, previsti peraltro in ulteriore intensificazione futura intorno al Mediterraneo. Tale evoluzione è già stata attestata sia per l’Europa, sia per gli Stati Unitinel novembre 2018 la California è stata funestata dagli incendi forestali più mortali da un secolo negli USA, con 85 vittime e danni per oltre 16 miliardi di dollari). In questo contesto, gli incendi dunque potranno sempre più contribuire alla drammatica frammentazione di ecosistemi, alla perdita di biodiversità, alla mancata cattura di CO2  da parte della vegetazione, alla degradazione di suoli e all’instabilizzazione di versanti montuosi.

Di Daniele Cat Berro

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