Ecomuesi di montagna: spazi della comunità

Ecomuseo della Montagna Pistoiese

di Sara Luchetta.

Un museo a cielo aperto o, per meglio dire, le case, i paesi, le valli che si trasformano in un museo. È l’idea racchiusa etimologicamente nella parola ecomuseo: ciò che ci circonda, il nostro oikos (la casa), è degno di essere riconosciuto, tutelato e valorizzato. Non più racchiuso tra le mura di un edificio, ma diffuso tra le strade della quotidianità, nei gesti e nelle pratiche. L’idea di ecomuseo si fonda su tre pilastri: la comunità, il patrimonio, il territorio. Il Manifesto culturale strategico degli ecomusei del 2016 li descrive come “processi partecipati di riconoscimento, cura e gestione del patrimonio culturale locale al fine di favorire uno sviluppo sociale, ambientale ed economico sostenibile”.  

Di ecomusei si occupa Fabio De Lorenzo Smit, dottorando in Studi storici, geografici e antropologici per l’Università di Padova e Ca’ Foscari di Venezia. Fabio sta dedicando la sua ricerca di dottorato proprio agli ecomusei e, dopo una prima fase di inquadramento della situazione degli ecomusei in Veneto (in cui, come in tante altre regioni, esiste una legge che li regola), ha capito che per proseguire con la ricerca valeva la pena ampliare lo sguardo e cercare di capire cosa sta succedendo a livello nazionale. Abbiamo deciso di fargli qualche domanda per entrare più a fondo in questo affascinante mondo che è strettamente legato alla montagna italiana.

Fabio, possiamo dire che gli ecomusei sono una realtà in crescita a livello nazionale?

Possiamo dirlo senz’altro, ci bastino alcuni dati: dai 15 ecomusei che erano presenti sul territorio nazionale nel 1999, siamo passati a 193 nel 2008 per arrivare oggi a 266 ecomusei attivi. Si tratta di un fenomeno relativamente recente – il concetto di ecomuseo nasce e si sviluppa in contesto europeo e americano tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. I primi ecomusei nascono con la riscoperta dell’importanza di patrimoni ambientali e delle tradizioni culturali. In Italia si è cominciato a parlare di queste realtà a partire dagli anni Novanta. Gli ecomusei storici italiani sono nati tutti in questo periodo di tempo.
Per quanto riguarda la situazione attuale, per molte delle 266 realtà formalmente recensite oggi sarebbe più opportuno parlare di realtà culturali che si definiscono ecomusei; il proliferare di queste realtà in Italia è stato molto rapido e in alcuni casi il confine tra un museo tradizionale e un ecomuseo è piuttosto sfumato. 

Ci sono ecomusei nella montagna italiana?

Tra le 266 realtà di cui parlavo, ben 92 nascono in montagna, tra Alpi e Appennini e isole. Inoltre, la particolare relazione che gli ecomusei instaurano con il territorio e le comunità locali fa sì che la quasi totalità degli ecomusei nasca in ambito rurale. 

Che ruolo hanno le comunità all’interno di queste realtà?

Uno dei pilastri degli ecomusei, se non il fulcro stesso dell’idea di ecomuseo, è la comunità. Si tratta di un concetto mobile e molto complesso da definire. Per gestire un patrimonio si deve sempre parlare comunque di una comunità. Nelle diverse realtà ecomuseali, in genere c’è un gruppo di persone che cerca di trainare le attività legate al patrimonio. Non è un caso che un terzo degli ecomusei appartengano alla montagna, un contesto geografico peculiare caratterizzato da marginalità che spinge le comunità locali a mobilitarsi per tutelare e valorizzare la propria identità, le proprie tradizioni. 

Si possono riconoscere delle finalità comuni negli ecomusei italiani?

Gli ecomusei sono molto diversi l’uno dall’altro, proprio perché si innestano in territori molto diversi, con comunità e patrimoni vari. Ogni ecomuseo persegue i suoi obiettivi, a seconda delle esigenze sul territorio, e fare un discorso generale rischia di banalizzare una realtà molto sfaccettata. Faccio alcuni esempi: c’è un ecomuseo in Piemonte che ha puntato tutto sulla vendita e il commercio dei prodotti caseari che si producevano in passato; questo ecomuseo è una sorta di presidio di tutela di un cibo tradizionale. Un altro esempio è quello di un ecomuseo in Lombardia che ha come obiettivo quello di insegnare ai giovani i mestieri legati alla peculiarità del territorio. Altri si pongono come obiettivo quello di valorizzare il  patrimonio materiale e immateriale. In Lombardia, ancora, esiste un ecomuseo che lavora con degli orti urbani come strumento di rigenerazione di una zona industriale; da quella rifunzionalizzazione territoriale è stata attivata la filiera alimentare corta del pane di Parabiago.

Per quanto riguarda i patrimoni, di che tipo di patrimoni stiamo parlando?

Si tratta di patrimoni sia materiali che immateriali. Più della metà dei progetti esistenti lavora con la dimensione immateriale e poco meno della metà lavora con il patrimonio materiale. Siamo però in una fase in cui si valorizza soprattutto l’immateriale (la memoria, le tradizioni, le ritualità). Ci sono ecomusei che nascono proprio con l’obiettivo di salvare la memoria di qualcosa, contro la minaccia della perdita di identità. Molti altri invece, lavorando sempre con patrimoni materiali o immateriali, vogliono promuovere la consapevolezza nei confronti dei patrimoni stessi. È il caso dell’ecomuseo della Valle del Biois, in Agordino (BL). Il progetto cerca di lavorare sulla necessità di non dare per scontata la ricchezza culturale di cui la comunità è parte. Ci sono ecomusei che nascono come narrazioni che guardano al turista come potenziale ascoltatore, ma ci sono anche ecomusei rivolti esclusivamente alle comunità.
Per le zone marginali (di montagna o rurali in generale) gli ecomusei sono il braccio civico e associativo di cui si dotano le amministrazioni comunali e le Unioni montane là dove non riescono ad arrivare. È una situazione complessa, ma si sta riscontrando in sempre più soggetti. Sappiamo comunque che gli ecomusei, attraverso la partecipazione comunitaria, la cura condivisa del patrimonio e la valorizzazione territoriale contribuiscono all’attivazione di processi capaci di rispondere alle sfide dello sviluppo locale.

Ecomuseo della Montagna Pistoiese

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