Gestire un sentiero: corpi, pratiche e significati

di Sara Luchetta.

Due famosi versi del poeta spagnolo Antonio Machado (1875–1939) recitano: “caminante, no hay camino, / se hace camino al andar” (viandante, non c’è cammino / il cammino si fa andando). Questi versi racchiudono la necessità umana di pensarsi liberi e creatori della propria strada, fuori da ogni sentiero pretracciato, alla ricerca di un sé che si va costruendo passo dopo passo. Eppure, fuori di efficaci metafore, sappiamo quanto importante sia avere la traccia di un sentiero da seguire quando il nostro obiettivo è quello di raggiungere un luogo o semplicemente di camminare in un bosco, sul fianco di una montagna, lungo la dorsale di una collina, tra una frazione e l’altra di un borgo. Spesso si tende a dare il sentiero per scontato; tuttavia, la traccia che seguiamo non è elemento naturale del paesaggio all’interno del quale siamo immersi, ma il frutto del lavoro (a volte secolare) di uomini e donne che quel paesaggio lo hanno disegnato con i loro piedi e le loro mani. Un lavoro di cura, perché di cura possiamo senza dubbio parlare. Questo articolo vuole esplorare le forme della gestione di un sentiero, tenendo a mente il ruolo dell’umano come soggetto che percorre o cura, le pratiche che costituiscono la gestione e i significati che l’atto di prendersi cura può assumere nel processo di disegno del territorio.

Manutenere un sentiero significa fare i conti con i vuoti e con i pieni, con l’assenza e con la presenza. La montagna italiana soffre ormai da tempo di una dilagante polarizzazione nella fruizione degli spazi (oltre che nella residenzialità). Ce lo ricorda bene il geografo Mauro Varotto quando porta all’evidenza, nel suo Montagne di mezzo (Einaudi, 2021), attraverso il concetto di estremizzazione degli habitat, quanto sia rischioso il rapporto tra luoghi troppo pieni e luoghi troppo vuoti per la prosecuzione della vita delle terre alte. Le dinamiche che ben sappiamo incidono in maniera importante anche sulla rete sentieristica del nostro Paese; l’overtourism ha degli impatti importanti sugli ecosistemi che tocca, ma anche l’assenza quasi completa di gambe e piedi rischia di impattare in maniera negativa su un ambiente che è storicamente il risultato di una relazione costante, quella fra l’umano e le forme della montagna. Manutenere un sentiero troppo affollato è complesso come prendersi cura di una traccia che non viene mai utilizzata e che rischia di scomparire.

I numerosi corpi in cammino costante (o comunque in attraversamento, anche con altri mezzi, come per esempio la bicicletta) causano una significativa erosione del suolo, il danneggiamento del patrimonio vegetale, un impatto consistente sulla fauna selvatica e infine la dispersione di rifiuti che, nei casi di frequentazione assidua, vanno a loro volta a influire sull’ecosistema in cui vengono abbandonati. La presenza di una frequentazione insostenibile rende di fatto impossibile la prima convivenza che i sentieri stessi hanno reso possibile nel tempo, quella tra la vita umana e tutta la vita non-umana che abita la montagna. Come afferma la Federazione italiana escursionismo, il sentiero è il percorso di connessione tra l’umano e la natura, che assume forte valenza simbolica oltre che funzionale; una frequentazione troppo impattante mette a rischio questi percorsi di connessione trasformandoli di fatto in continui conflitti.

La dimensione dell’assenza dell’umano dalla rete sentieristica non è indagata come gli effetti dell’overtourism sulla stessa, ma le assenze possono essere pesanti come le presenze. Di certo numerosi studi ci ricordano prima di tutto quanto l’abbandono della produzione legata al settore primario (non necessariamente collegato a un declino demografico) incida sulla riforestazione: l’abbandono della terra per scopi produttivi cede il passo a un ritorno più o meno rapido del bosco. Il declino del settore primario ha necessariamente a che vedere anche con un declino della cura della rete sentieristica. Abbandonare un sentiero perché non si ha più bisogno di percorrerlo quotidianamente significa, prima di tutto, lasciare spazio alla vegetazione. A seconda della dimensione dell’infrastruttura, la linea scompare, si riassorbe, diventa invisibile. Le uniche presenze, in boschi magari scarsamente frequentati dall’essere umano, sono le linee tracciate dai selvatici (in primis gli ungulati) che si confondono con sentieri già presenti e, a volte, traggono in inganno l’escursionista di passaggio, portandolo inaspettatamente fuori rotta. 

Ma dunque, alla luce di quanto emerso, che cosa significa gestire e prendersi cura di un sentiero? Il CAI, uno dei più importanti attori del settore, responsabile di una rete capillare di sentieri dagli Appennini alle Alpi, redige periodicamente guide alla gestione della sentieristica (attraverso i suoi quaderni di escursionismo, documenti ad uso dei soci, e manuali nati in seno a progetti nelle diverse realtà regionali del Club). Recentemente, inoltre, il CAI ha siglato un accordo per la manutenzione della rete sentieristica con l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), un accordo che sottolinea prima di tutto quanto cruciale sia, come patrimonio naturale e culturale, la rete dei sentieri del Paese; in seconda battuta, questo patto sancisce che la manutenzione è un fatto collettivo, una questione di convivenza, e che i principali attori che hanno a che fare con i sentieri devono collaborare per raggiungere i più alti obiettivi. Come recita la pubblicazione Sentieri a cura del CAI Lombardia (progetto INTERREGUpkeep Alps, 2019), il sentiero ha assunto una diversa funzione rispetto al passato e oggi costituisce la condizione necessaria se non indispensabile per riavvicinarsi, frequentare e conoscere il territorio montano. Si rende necessario dunque pensare fattivamente a tutte le pratiche che possono facilitare una manutenzione il più capillare possibile.

Il lavoro dei manutentori di sentieri va ben oltre la semplice pulizia. Si tratta di un insieme di interventi mirati a contrastare il degrado causato dagli agenti atmosferici (non dimentichiamo quanto impattanti possano essere gli eventi climatici estremi che si fanno sempre più frequenti, come ci ricorda la tempesta Vaia) e dal passaggio umano. Le operazioni principali hanno a che fare con la sua struttura: la vegetazione da tagliare (sfalcio erba, per esempio), la gestione dell’acqua come principale fattore di erosione, la cura del piano di calpestio (che in zone particolarmente pendenti può rovinare in fretta). C’è tuttavia una parte importante che ha a che vedere con la visibilità del sentiero stesso, con la sua accessibilità: la segnaletica. Se è importante mantenere la traccia, è fondamentale identificarla, renderla riconoscibile e dunque fruibile. Ma al di là delle pratiche di manutenzione, che vedono in campo un ecosistema di attori (dal volontario del CAI, all’ente locale, ai gruppi informali di cittadini) ci sono altre pratiche che forse vale la pena menzionare. Si tratta di pratiche più sottili, a tratti impalpabili, ma ugualmente potenti nell’impatto. La prima è l’esercizio del silenzio. Abbiamo potuto riflettere brevemente sulle conseguenze dell’overtourism sui sentieri in alcune zone della montagna; quel turismo così impattante nasce e cresce soprattutto grazie alla comunicazione. Ecco, alcuni sentieri percorsi meritano il silenzio narrativo, la negazione di un racconto a tutti i costi. Un silenzio che diventa a tutti gli effetti piccolo gesto di cura. La seconda pratica è quella della costruzione di conoscenza come strumento di conservazione. Conoscere significa rispettare: la consapevolezza costruita durante la percorrenza di un sentiero (riconosciuto come un frammento di patrimonio e non solo come un’infrastruttura per la mobilità) è fondamentale per la sua esistenza. In questo campo hanno un ruolo cruciale le guide alpine e gli accompagnatori di media montagna che diventano i mediatori di un’esperienza che può dirsi veramente piena nel momento in cui genera consapevolezza nei confronti di ogni centimetro camminato.

A proposito della costruzione di conoscenza e consapevolezza, chiudiamo questo approfondimento inseguendo l’onda di una serie di progetti del CAI che hanno preso luogo in diverse regioni e che si raccolgono sotto l’evocativo titolo “Adotta un sentiero”. Al pari di una creatura che ha bisogno di protezione e supervisione costante, il sentiero necessita di qualcuno che se ne prenda cura, con la responsabilità del cittadino consapevole del valore che possono avere queste reti incredibili di percorsi passati, presenti e futuri.

Documenti disponibili: