Il 90° minuto delle montagne terrazzate

La fase a gironi dei Campionati europei di calcio 2024 è entrata nel vivo. Inutile ricordare come, almeno per il nostro Paese, il pallone non si limiti ad essere uno sport qualunque ma assuma, soprattutto in occasione di simili rituali (si legga “partite”), la valenza di un fenomeno pervasivo. Nelle montagne del nostro Paese, siano esse la dorsale appenninica o la catena alpina, tale valenza è stata assunta, lungo il corso dei secoli, da un’altra attività, stavolta non sportiva: quella della costruzione e dell’utilizzo di terrazzamenti, che hanno reso le nostre terre alte degli autentici balconi, affacciati sul fondovalle esattamente come si affacciano i tifosi dagli spalti di uno stadio.

Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani. Chiunque ami il calcio sa citare la formazione di Italia ’82 a memoria: magari non tutta, magari non in quest’ordine, ma sicuramente – e con una buona dose di approssimazione – sa citarla. Ogni nome altrimenti asettico rimanda d’altronde a qualche gesto atletico degno di menzione: l’urlo di Tardelli con la Germania, la tripletta di Rossi contro il Brasile, ma anche, nella stessa partita, la parata decisiva di Zoff.

Probabilmente sono proprio i gesti ad imprimersi nella mente, definendo i contorni di un ricordo. Ecco perché anche soltanto citare a memoria una formazione significa in qualche modo riportarne in vita le prodezze. Se la salvaguardia del paesaggio fosse un torneo di calcio e i progetti capaci di perseguirla fossero giocatori, varrebbe più o meno lo stesso: una rosa di iniziative verrebbe schierata in campo, pronta a vincere contro una squadra molto più insidiosa di quanto fossero, nel 1982, Brasile e Germania messe insieme. Ovvero la squadra del disinteresse e dell’oblio, conseguenza di una wilderness di ritorno spesso tollerata, quando non addirittura auspicata.

Ma “dove il bosco avanza, – leggiamo ne I paesaggi delle Alpi di Annibale Salsa – i prati e i pascoli che l’uomo aveva costruito mediante interventi di decespugliamento e di spietramento vengono inghiottiti dalla boschina. Molte superfici coltivate di grandissimo valore paesaggistico rischiano di veder crollare i muretti a secco che le sostenevano”. Tali superfici coltivate rispondono al nome di terrazzamenti: opere precipuamente umane, atte ad addomesticare la difficile morfologia dei paesaggi montani, modellandola alle esigenze dell’agricoltura. Addomesticare e modellare. Due verbi che ho quasi paura ad usare, nel timore di far storcere il naso a qualcuno – o agli ambientalisti intransigenti citati poc’anzi. Due parole invero bellissime, che richiamano, nelle rispettive etimologie, la casa (domus) e la misura (modus). Rendere il paesaggio casa, prendendone le misure e dunque venendo a patti con esso è quello che ciascuno di noi fa ogni giorno, abitando il mondo. E abitare la montagna non è qualcosa di tanto differente. Ecco dunque che le montagne terrazzate si configurano come il frutto di un’azione antropica ineludibile, ma dettata precisamente dalle condizioni dell’ambiente, con cui, in questo caso, l’uomo non entra solo in contatto ma anche in profonda sinergia.

Per ripristinare queste sinergie preziose, c’è allora bisogno che la partita contro l’abbandono venga giocata e vinta, schierando la migliore rosa possibile. E guardando alla storia recente del Premio Fare Paesaggio – selezione triennale di opere e iniziative realizzate nel territorio alpino – abbiamo individuato fra tutti quei progetti partecipanti che mirano alla salvaguardia dei paesaggi terrazzati, immaginandoli in una formazione da Coppa del Mondo, ben consci di come un catenaccio, in questo caso, non funzionerebbe mai. Le montagne non devono infatti ragionare in difesa, schermandosi dietro a politiche di protezione, quanto piuttosto spingere in attacco, dimostrandosi propositive ed innovative. Il modulo 4-4-2, con un centrocampo dinamico, a rombo, è dunque quello con più chance di successo.

Per dirla con Vitruvio, architetto e scrittore romano attivo nella seconda meta del I secolo a.C, alla base dell’architettura devono coesistere tre condizioni: firmitas (stabilità), utilitas (utilità) e venustas (bellezza). Parimenti, l’architettura della nostra difesa terrazzata non può assolutamente prescindere da una base altrettanto stabile, utile e bella. Così come stabili, utili e belli sono i muretti a secco, a loro volta base imprescindibile dei terrazzamenti. I nostri difensori centrali saranno allora due progetti che valorizzano primariamente proprio l’arte della pietra a secco: “Muri di pietra a secco a Santa Massenza” (Fare Paesaggio 2019) e il progetto di “Tutela e valorizzazione dei muri merlati e di confinamento a Gemona” (Fare Paesaggio 2022).

Il primo, promosso dall’ENAIP di Villazzano (TN), è un corso per la posa indirizzato agli studenti degli istituti professionali, che intende trasmettere tutte le nozioni tecnico-pratiche necessarie per affrontare la costruzione dei muri a secco. Il secondo, presentato dall’associazione culturale Valentino Ostermann, intende recuperare i muri merlati di Gemona del Friuli e dintorni, eretti un tempo per delimitare le proprietà e per agevolare la coltivazione della vite. Si tratta di manufatti che hanno rischiato davvero di cadere nell’oblio, non solo in seguito al terremoto, ma anche al degrado naturale o all’azione divergente dell’uomo. Un processo inclusivo di mappatura ha coinvolto altre associazioni e scuole, suscitando l’interesse amministrativo.

Sulle due ali invece, pronte a fiondarsi a centrocampo, altrettante iniziative che dalla costruzione e riqualificazione dei muri a secco intendono partire per promuoverne una maggiore consapevolezza. Sulla sinistra, il progetto di TSM e Scuola Trentina della Pietra a Secco che mira a “Diffondere la conoscenza, valorizzare, preservare e ricostruire i manufatti in pietra a secco del Trentino: patrimonio culturale, ambientale, storico, paesaggistico, agronomico e turistico di inestimabile valore” (Fare Paesaggio 2019). Sulla destra, il festival “Sassi e non solo” (sempre Fare Paesaggio 2019).
Il primo, premiato con una menzione di qualità, propone corsi di formazione rivolti a tutti, con l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza di salvaguardare i manufatti in pietra. Di più: tali percorsi formativi consentono l’ottenimento della qualifica di “Costruttore esperto”, una sorta di specializzazione creata ad hoc per rafforzare la spendibilità lavorativa delle competenze acquisite nei corsi. Il secondo progetto è una manifestazione che si tiene a Terragnolo, sempre in Trentino, e che promuove l’arte della costruzione del muro a secco attraverso un vero e proprio festival e un concorso internazionale di costruzione di manufatti in pietra, con tanto di premio al vincitore. Una buona pratica replicabile in tutti i territori terrazzati.

Costruita – letteralmente – la difesa, non ci resta che spostarci a centrocampo, dove si muovono quattro realtà capaci di compiere lo step successivo: occuparsi del recupero agricolo e gestionale delle aree terrazzate. Centrocampista difensivo è il progetto di Nuova gestione del territorio e riqualificazione del paesaggio terrazzato del Canale di Brenta (Fare Paesaggio 2016). Degna di una menzione speciale, l’iniziativa – promossa dal comitato Adotta un terrazzamento – vanta il coinvolgimento diretto della cittadinanza nel recupero del paesaggio terrazzato del Canale di Brenta, in Veneto. L’attività principale del progetto consiste nella mediazione fra i proprietari dei terrazzamenti in stato di abbandono e chiunque sia interessato a recuperare l’uso di questi terreni: l’affidamento dei terreni da parte dei proprietari viene sancito attraverso un contratto di comodato d’uso a titolo gratuito, della durata di 5 anni rinnovabili, che da un lato tutela la proprietà dei terrazzamenti e dall’altro ne consente il recupero, la cura e la coltivazione. Sullo stesso terreno di questo primo centrocampista difensivo, si muove anche l’ala destra: Paesaggio terrazzato dall’Astico alla Brenta (Fare Paesaggio 2019), promosso dall’associazione TerrazziAmo, che propone corsi di formazione, incontri, mostre, workshop e percorsi formativi, per la consapevolezza del valore del paesaggio terrazzato e l’avvio di processi incisivi orientati al riuso e alla riqualificazione. Sull’ala sinistra, il progetto di Recupero di antichi vitigni e terrazzamenti a Borgo Valsugana (Fare Paesaggio 2016), che proprio attraverso la valorizzazione degli antichi vitigni promuove il recupero sostenibile dei terrazzamenti che li ospitano, il ripristino dei relativi muri a secco e una gestione attenta del paesaggio.
Infine, il centrocampo offensivo ovvero il progetto di Recupero agricolo e ambientale dell’area collinare della destra Adige Lagarina (Fare Paesaggio 2019). Analogamente a quanto detto per il recupero degli antichi vitigni a Borgo Valsugana, tale iniziativa – promossa dai comuni della Destra Adige Lagarina – ha come obiettivo il recupero e la valorizzazione del paesaggio agricolo attraverso l’operazione di ricostruzione e mantenimento dei luoghi. Di più: il progetto non riguarda infatti solamente l’agricoltura, ma anche la fruizione del luogo stesso, attraverso l’elaborazione di un percorso collinare a mezza montagna, che parte dal Comune di Isera e prosegue sui comuni di Nogaredo, Villa Lagarina, Pomarolo e Nomi.

Arriviamo alle due punte: una menzione di qualità sulla sinistra, ovvero il progetto dei Paesaggi terrazzati dell’Alto Eporediese (Fare Paesaggio 2022) e una menzione speciale sulla destra, ossia il progetto Scrigni di biodiversità, il recupero dei terreni incolti e dei paesaggi terrazzati a Stregna (Fare Paesaggio 2019).
Per quanto riguarda la prima iniziativa, si tratta di un progetto promosso dall’associazione Dislivelli, che intende accompagnare il territorio dell’Alto Eporediese, in Piemonte, attraverso un processo di conoscenza, comunicazione, condivisione e formazione relativamente ai valori e al potenziale dei paesaggi terrazzati, con un approccio inclusivo e attento alla trasmissione intergenerazionale nella definizione degli eventi e delle pratiche messe in campo.

Volto al futuro è anche il secondo progetto, Scrigni di biodiversità. Voluto dal comune di Stregna, in Friuli Venezia Giulia, condensa in sé diverse azioni di promozione dei terrazzamenti recuperati. La prima, più importante, è stata aver contribuito in maniera determinante alla fondazione della prima associazione fondiaria in Friuli Venezia Giulia: l’ASFO di Erbezzo. Si tratta di un’associazione di volontariato, della quale l’amministrazione comunale è socia e che raccoglie la delega degli aderenti a stipulare contratti d’affitto sui terreni agricoli conferiti in gestione all’associazione stessa, affrontando l’annoso problema del frazionamento fondiario e della multiproprietà in ambiente montano e contribuendo in modo significativo alle attività di recupero dei terreni incolti promossi dall’Amministrazione comunale con il sostegno della Regione e con il coinvolgimento del Dipartimento di Agraria dell’Università di Udine.

Infine, l’estremo – e chilometrico – difensore: la via dei terrazzamenti a Sondrio (Fare Paesaggio 2016). Si tratta dell’esito di un progetto – “Distretto culturale della Valtellina”, attivato nel 2011 – che ha previsto la creazione di un percorso ciclo-pedonale, eno-gastronomico e culturale posto sul versante retico della valle.

A dimostrazione che – qualora la palla di un nuovo impiego agricolo dei terrazzamenti non sfondasse la difesa avversaria e tornasse indietro a mo’ di pericoloso boomerang – una nuova chiave di lettura del territorio terrazzato è ancora possibile.

di Monica Malfatti

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