di Marco Ranocchiari.
Questo articolo si inserisce nel crescente interesse verso il rapporto tra salute e ambiente, oggi al centro delle politiche sanitarie nazionali ed europee. In questo contesto la montagna emerge come un ambiente capace di offrire benefici concreti per il benessere delle persone e promuovere esempi di vivibilità. Attraverso ricerche, esperienze e testimonianze, l’articolo ne esplora opportunità e limiti.
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Dai sanatori ottocenteschi in poi, l’idea che “l’aria di montagna” faccia bene alla salute è così radicata da assomigliare quasi a una frase fatta. Oggi ne sappiamo abbastanza da quantificare i benefici non solo fisici, ma anche psicologici, legati alla frequentazione delle terre alte e al rapporto più stretto con l’ambiente naturale.
Una consapevolezza che impone una riflessione più ampia sul significato stesso della salute. Poiché quella delle persone e quella degli ecosistemi sono intrecciate in maniera inestricabile, è sempre più diffusa la convinzione che benessere umano e ambientale debbano essere trattati insieme. È il principio “One health”, al centro delle linee guida delle principali istituzioni sanitarie internazionali, e in cui la montagna può giocare un ruolo chiave.
Dalla cura delle patologie respiratorie all’educazione alla salute delle nuove generazioni, dal benessere psico-fisico degli adulti al recupero della fiducia in sé delle persone con fragilità, le terre alte offrono una gamma di possibilità per una larga parte della società che aspira a stare meglio. Opportunità che possono tradursi in rinnovate modalità di frequentazione e di vivibilità dei territori, anche di quelli più marginali.
La montagna e “One health”
Per decenni l’ambiente è stato considerato dalle scienze mediche soprattutto come fattore di rischio o strumento terapeutico. La pandemia di Covid-19 ha reso evidente a molti ciò che il dibattito scientifico sosteneva da tempo: la salute umana e quella ambientale sono inseparabili. Il principio «One Health», promosso dall’Oms e adottato anche dalla Commissione europea e dall’Istituto superiore di sanità, è noto soprattutto per i temi delle zoonosi, della resistenza antimicrobica, dell’inquinamento e della sicurezza alimentare. Non a caso, il nuovo Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 lo indica tra i riferimenti delle politiche sanitarie italiane.
È però nei benefici diretti (quantificabili come servizi ecosistemici), che la montagna mostra tutte le sue possibilità: «È uno degli ultimi ambienti relativamente poco alterati, in cui beneficiamo dell’aria più pulita e degli effetti dell’altitudine», osserva Ermanno Baldo, segretario del gruppo di studio Pediatria di Montagna della Società italiana di pediatria. In un contesto segnato dal cambiamento climatico e dal peggioramento ambientale, le terre alte assumono anche il ruolo di rifugi climatici. «Nella settimana successiva a un’ondata di calore gli accessi ospedalieri per asma possono aumentare fino al 34%», aggiunge il pediatra Fabio Agostinis durante il convegno “Pediatria di montagna” tenutosi sul monte Bondone (Trento) nel maggio 2026.
Ma i benefici non riguardano solo il corpo. Da decenni la montagna viene utilizzata in percorsi rivolti a persone con disagio psichico e sociale, dipendenze, e disabilità.
Da queste esperienze ha preso forma la montagnaterapia, sviluppata in Italia a partire dalla fine degli anni Novanta grazie alla collaborazione tra servizi sanitari e CAI – Club Alpino Italiano. Più che una semplice attività all’aria aperta, la montagnaterapia considera l’ambiente naturale come strumento terapeutico e relazionale.
Anche sul piano della formazione cresce l’attenzione verso il rapporto tra salute e ambienti montani. In Trentino, TSM-ADM Accademia della Montagna ha promosso negli ultimi anni diverse iniziative dedicate a questi temi, anche in collaborazione con il Gruppo di Studio Pediatria di Montagna della Società Italiana di Pediatria e il MUSE. «L’idea che la montagna faccia bene alla salute è molto diffusa, ma spesso resta generica – osserva Ilaria Perusin referente di TSM-ADM -, per questo è importante creare occasioni di incontro tra ricerca scientifica, professionisti e cittadini, offrendo strumenti e conoscenze sulla montagna in grado di valorizzarne le potenzialità per la salute, il benessere e quindi per la sua vivibilità».
Asma e patologie respiratorie: quando “l’aria di montagna” fa bene davvero
Tra i 1500 e i 2000 metri diversi fattori si combinano a favore dei pazienti asmatici: minore densità dell’aria, riduzione di inquinanti e allergeni e una minore concentrazione di alcuni allergeni, come gli acari della polvere, che contribuisce ad alleviare i sintomi respiratori. «Numerosi studi dimostrano il miglioramento dei parametri clinici e la riduzione della terapia necessaria», spiega lo pneumologo Massimiliano Appodia durante il convegno sul monte Bondone. I benefici sono rapidi e persistenti: già dopo 24 ore si osservano miglioramenti misurabili, che possono durare settimane dopo il rientro in pianura, e nei casi di allergia anche più a lungo.
D’asma si può soffrire a tutte le età, ma trattarlo in età pediatrica è fondamentale. «Fino ai 18-25 anni il polmone è ancora in crescita, mentre dopo non è più possibile correggere volumi respiratori rimasti ridotti», ricorda Ermanno Baldo. «È nell’età pediatrica che si può influenzare il destino respiratorio del paziente. E la montagna è importante per l’aria pulita e per la pressione barometrica ridotta, soprattutto se accompagnata da stili di vita sani».
Dai sanatori allo sport: nuovi modi di vivere la montagna
Per decenni il modello di riferimento per la cura delle patologie polmonari è stato quello dei soggiorni prolungati in quota, come all’Istituto Pio XII di Misurina, nei pressi di Cortina, simbolo della cura dell’asma pediatrica fino alla chiusura nel 2022. Oggi quel paradigma è stato superato: «Non ha più senso far vivere intere generazioni in queste strutture solo perché hanno l’asma», osserva Baldo. «Sappiamo che bastano 24 ore per ottenere effetti positivi che durano diversi giorni, mentre soggiorni di 10-15 giorni portano benefici per settimane». L’attenzione si è spostata verso soggiorni brevi ma efficaci e verso un uso più diffuso e consapevole della montagna.
In questa direzione si muove il Campus Salute per l’asma pediatrica della Doganaccia, sull’Appennino pistoiese, nato con l’ospedale Meyer di Firenze, dove i ragazzi sperimentano attraverso lo sport i benefici della quota. Ancora più particolare è l’esperienza raccontata da Mario Canciani, presidente di ISDE-Medici per l’Ambiente Friuli-Venezia Giulia e dell’associazione ALPI – Associazione Allergie e Pneumopatie ODV, che pratica da oltre vent’anni la “speleoterapia” nelle ex miniere di Raibl-Cave del Predil: un ambiente stabile, con minor concentrazione di pollini, acari e muffe, dove i bambini giocano e svolgono attività fisica.
«Sport e montagna – aggiunge Appodia – costituiscono una “associazione sinergica” particolarmente preziosa in età evolutiva. Per gli adulti, discipline moderate come il Nordic Walking, che uniscono movimento, controllo del respiro e immersione nella natura, rappresentano una delle espressioni più efficaci di questa sinergia. L’attività fisica in montagna – conclude – ha quindi un valore preventivo, ma può diventare anche terapeutico, a condizione di mantenere equilibrio e gradualità».
Le foreste che curano
Le iniziative che mettono in relazione salute e ambiente nascono non solo in ambito sanitario, ma anche nell’offerta culturale e turistica di diversi territori. È il caso del Giardino Botanico Alpino delle Viote (Trento), che ha dedicato l’intera programmazione estiva al tema One Health, con visite guidate, laboratori e incontri tra botanica, educazione e salute.
Se è intuitivo che immergersi nella bellezza e nel silenzio dei boschi rilassi corpo e mente, meno noto è che parte di questi effetti ha anche una base chimica. Le piante, spiega la ricercatrice e responsabile del Giardino Helen Catherine Wiesinger, «comunicano e si difendono attraverso oltre 100.000 molecole bioattive, tra cui i terpeni, che, inalati, entrano nel flusso sanguigno influenzando diversi parametri fisiologici». Tra i più studiati: il pinene, che favorisce il rilassamento; il cedrolo, che riduce il cortisolo e stimola le cellule del sistema immunitario; e il limonene, con effetti antinfiammatori e possibili benefici sui sintomi dell’asma. «Già dopo pochi minuti dall’esposizione queste molecole possono essere rilevate nel sangue», aggiunge Wiesinger.
Questa evidenza è alla base della “terapia forestale”, oggi oggetto di ricerca strutturata, anche se in Italia non esiste ancora un riconoscimento organico nel Servizio sanitario nazionale. Mentre in paesi come la Svezia sono attive forme di “prescrizione verde”, in Italia si procede con sperimentazioni e linee guida in costruzione: dal progetto CNR-IBE Consiglio Nazionale della Ricerca – Istituto per la BioEconomia sulla mappatura dei siti idonei fino all’inclusione della terapia forestale tra le medicine complementari in alcune regioni, come la Toscana, che l’ha recentemente inserita tra le “medicine complementari” per il triennio 2025-2027.
La necessità di una frequentazione consapevole
La montagna “salutare” non è però priva di rischi. L’aumento della frequentazione e la crescente accessibilità delle terre alte impongono una maggiore attenzione ai problemi sanitari specifici legati all’ambiente alpino. Funivie, strade e mezzi motorizzati consentono oggi di raggiungere rapidamente quote che richiederebbero tempi di adattamento più graduali, favorendo «un approccio turistico che – secondo Baldo – rischia di ignorare i limiti fisiologici dell’organismo, soprattutto nei bambini. Il mal di montagna acuto, con sintomi spesso confusi con semplice stanchezza, è uno degli esempi».
Anche la diffusione di attività sempre più impegnative, dal downhill allo scialpinismo, espone bambini e adolescenti a nuovi rischi. La pediatra Simona Bursi, con specializzazione in Pediatria d’Urgenza, al convegno sul monte Bondone, richiama l’attenzione sulla sottovalutazione degli incidenti e sulla complessità dei soccorsi in quota, aggravata da distanza, meteo e comunicazione. Alle sfide tradizionali si aggiungono quelle del cambiamento climatico: ondate di calore, disidratazione e maggiore esposizione ai raggi ultravioletti, particolarmente dannosi nei primi anni di vita. L’idea di una montagna “salutare” non deve quindi tradursi in una falsa sicurezza. I benefici dell’ambiente montano richiedono educazione, gradualità e consapevolezza.
I benefici della montagna, dunque, si esprimono solo attraverso una frequentazione consapevole. Secondo Ermanno Baldo, la salubrità rappresenta una peculiarità soprattutto alle aree marginalizzate: «le zone non ancora massacrate dal turismo hanno una ricchezza particolare. Puntare sulla qualità ambientale, limitando l’impatto e preservando gli ecosistemi – conclude – significa non solo proteggere la salute delle persone, ma anche costruire un modello di vivibilità sostenibile per il presente e per il futuro».
[pubblicato il 24 giugno 2026]
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