“Qualcosa che è importante non distruggere”: come tutelare la fragilità dei paesaggi terrazzati di montagna

Riscoprire, ricostruire, riadattare. Potrebbero essere riassunte in questi verbi, coniugati all’infinito di un domani sempre in divenire, le tre azioni capaci di sancire la rinascita dei paesaggi terrazzati di montagna, sia in termini di salvaguardia che soprattutto di nuove pratiche.
Se riscoprire significa, letteralmente, “svelare di nuovo” – nel senso di rendere palese e manifesto un paesaggio che, per quanto evidente, resta celato nelle sue funzionalità ai più –; ricostruire ha in sé lo scopo di abitare di nuovo lo spazio, affinché lo si possa riadattare ai bisogni del presente, scongiurando il rischio di guardare indietro e alimentando invece il desiderio di andare avanti.
Ogni riscoperta, ogni ricostruzione e ogni riadattamento è dunque condizione necessaria affinché la montagna terrazzata resista e si rigeneri. Ed è così che, per ciascuno di questi importanti verbi, abbiamo individuato nelle montagne italiane un esempio concreto di buona pratica.

Riscoprire: i terrazzamenti di Vetto d’Enza

Il paesaggio terrazzato di Vetto rappresenta un unicum di inestimabile valore, capace di caratterizzare in maniera precipua un angolo della Val d’Enza all’interno della Riserva MAB Unesco dell’Appennino Tosco-Emiliano. I terrazzamenti in questione sono stati costruiti sui versanti esposti a Sud, prospicenti il nucleo più antico del paese, a quote variabili comprese tra i 450 e 570 metri. Si tratta di fatto dell’unico paesaggio terrazzato in Emilia Romagna, dove si è ripreso a coltivare dopo decenni di abbandono totale, grazie ad un progetto di recupero e riscoperta incentrato sulla sinergia tra pubblico e privato.
Dalle ricerche effettuate, sembra che i muri a secco dei terrazzamenti di Vetto – oltremodo massicci – siano stati costruiti tra la fine del Settecento e l’inizio del Novecento. Vetto d’altronde sorge esattamente lungo la direttrice di collegamento tra Parma e la Lucchesia: si crede dunque che proprio dalla Toscana, attraverso i passi appenninici, siano giunte fino in Emilia le tecniche per la realizzazione di questi manufatti, subito impiegati in maniera mastodontica nella sistemazione dei versanti della zona. Una scelta riconducibile alla loro singolarità climatica: protetti dai venti freddi dal monte Faillo ed esposti in modo molto favorevole al sole, tali zone rendevano praticabili coltivazioni inconsuete per le quote altimetriche locali, ad esempio quella del cappero. Proprio le particolari condizioni del microclima che permettono coltivazioni insolite per questa altitudine hanno attirato l’attenzione della Newcastle University che ha inserito i terrazzamenti all’interno del progetto Historic Landscape and Soil Sustainability (Hilss), finanziato dall’European Research Council e diretto da Filippo Bardolini. Lo studio sta permettendo inoltre di valutare i potenziali benefici in termini di conservazione del suolo attraverso la reintroduzione di sistemi agricoli tradizionali, con l’auspicio di sviluppare strategie sostenibili per la salvaguardia del patrimonio paesaggistico rurale, alla luce dei cambiamenti climatici in atto.

Ricostruire: il Collettivo Miralepa

Il Collettivo Milarepa si occupa dal 2014 di promuovere e divulgare la costruzione e la manutenzione di muri a secco in Liguria, promuovendo il ripristino dei terrazzamenti e la salvaguardia del paesaggio, ma anche attivandosi, soprattutto nelle zone del Levante ligure, in iniziative di promozione e sensibilizzazione in merito al paesaggio terrazzato.
Centrali in questo senso i corsi di formazione, dedicati agli addetti ai lavori ma anche a semplici curiosi, per diffondere le competenze di conservazione, restauro e costruzione dei manufatti. Un’attività analoga a quella portata avanti in Italia da moltissime altre realtà, facenti tutte parte di una rete capillare di artigiani e professionisti che è la Scuola italiana della pietra a secco, promossa da ITLA Italia, il cui compito principale è la trasmissione di buone pratiche costruttive, oltre che il riconoscimento delle qualità tecniche e strutturali dei muri: in una parola, la “cultura” della pietra a secco.
Un aspetto innovativo ed importante nel lavoro svolto dal Collettivo Miralepa riguarda però il progetto AQUAE all’Eremo di Niasca, nell’immediato entroterra di Paraggi (Portofino). Si tratta di un’iniziativa nata nel 2023 e che sta venendo alla luce proprio in queste ultime settimane, dopo l’aggiudicazione del bando PNRR “Protezione e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale” da parte dei gestori dell’Eremo. L’obiettivo, in questo caso, non è tanto il recupero attraverso i muri a secco di una superficie coltivabile ma la valorizzazione di un’altra fondamentale funzione dei manufatti: quella idrogeologica.
“Ri-terrazzare” la zona dell’Eremo permetterà infatti da un lato di difendere il territorio da frane e smottamenti, proprio grazie al recupero dei muri a secco e alla costruzione di nuovi tratti, mentre dall’altro, attraverso la creazione di piccoli invasi e di un “acquidoccio”, per canalizzare l’acqua in eccesso dei muri a secco e quella proveniente dal naturale impluvio sovrastante l’Eremo verso l’enorme cisterna storica lì presente ai fini dell’irrigazione nei mesi estivi.
L’idea è quella di diversificare gli approvvigionamenti d’acqua e generare un modello sperimentale di sfruttamento della risorsa idrica grazie alle potenzialità di drenaggio dimostrate dai muri a secco, al fine di misurarne e studiarne l’efficacia e promuovere questa tecnica su altri territori di pendenza, evitando così lo sperpero di acqua potabile per l’irrigazione e l’innaffiamento. Il tutto nell’ottica di una cura del paesaggio che passi attraverso la gestione altrettanto accurata della risorsa idrica.

Riadattare: la lavanda di Mattie

Un colorato angolo di Provenza in Val di Susa? Non proprio: la lavanda c’è, il profumo e i colori anche. Ma la disposizione delle piante, su fazzoletti terrazzati, è un colpo d’occhio totalmente diverso.
Stando ai documenti del Comune di Chiomonte, la presenza di lavanda in Val di Susa è attestata più o meno sino alla fine del secondo conflitto mondiale, anche se si trattava esclusivamente di piante spontanee. A partire dagli anni Cinquanta tuttavia anch’esse spariscono, per venire reintrodotte soltanto nel 2013 da un giovane pioniere della valle, in via del tutto sperimentale e all’interno di una coltura espressamente dedicata a queste piante, sui terrazzamenti di Chiomonte.
L’anno seguente, i fratelli gemelli Efrem e Walter Alberto decidono di rilevare proprio questa coltivazione, che constava allora di 4.000 piante, per provare a farla crescere e prosperare. Nasce così l’azienda agricola Il Brusafer, che negli anni si è dedicata alla coltivazione, raccolta e trasformazione di erbe officinali sia di montagna che mediterranee, grazie al particolare clima valsusino, ampliandosi poi in un agriturismo, ricavato da un antico rustico. Un’azienda che oggi sorge tuttavia sulle alture di Mattie e non più a Chiomonte, perché costretta a riadattarsi – come la lavanda che produce – per via dei cantieri Tav, al cui cemento i fratelli Alberto hanno preferito e continuano a preferire la pietra a secco dei loro terrazzamenti.

Tutelare la fragilità come un punto di forza

«Tu sei qualcosa che è importante non distruggere / Hai quella fragilità che chiunque vorrebbe raggiungere». Cantavano così i Coma_Cose, in uno dei brani (Sei di vetro) del loro ultimo disco, Un meraviglioso modo di salvarsi. E se non si trattasse di due innamorati che si parlano l’un l’altro, questi versi potrebbero benissimo riferirsi alla montagna terrazzata e all’importanza di non distruggerne gli spazi, esponendola al rischio di venire fagocitata dal “mostro” dell’abbandono. Ma soprattutto all’importanza ancora più trasversale di tutelarne la fragilità. Una fragilità “che chiunque vorrebbe raggiungere”: perché, nel caso di questo tipo di paesaggio, è proprio l’intrinseca vulnerabilità a decretarne, paradossalmente, anche la forza.
La fragilità di un paesaggio terrazzato risiede infatti nelle sue caratteristiche principali: la relazione con l’ambiente di declivio, difficile e altrimenti inospitale, e la conseguente compresenza di elementi, funzioni e paradigmi sempre diversi, “costretti” a dialogare in maniera serrata e sinergica.
Per il consorzio umano la relazione, la compresenza e il dialogo sono costitutivamente fonte di fragilità, in quanto si tratta sempre di rimodulare se stessi sulla presenza dell’altro. Ma sono anche fonte di forza, perché non significa solamente adattarsi all’altro ma anche confermare la propria stessa presenza con salda gentilezza. Salda come i muri a secco e gentile al pari delle pratiche agricole, lente e dolci, che caratterizzano i terrazzamenti. Ecco allora che, nel caso delle montagne terrazzate, la forza gentile della loro presenza sul territorio – e del loro ruolo spesse volte salvifico – si configura come una fragilità da tutelare (e viceversa), in uno spirito di riscoperta, ricostruzione e riadattamento che abbiamo visto essere, attraverso gli esempi sopra descritti, non solo vincente ma anche foriero di nuovi sviluppi.

di Monica Malfatti

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