Arrivavano a Trento con le pizze. Dialogo con Luana Bisesti

Luana Bisesti, direttrice artistica e organizzativa del Trento Film Festival ha condotto per anni la sezione editoriale Montagnalibri. Dal 2011 ha preso in mano le redini della fittissima rassegna cinematografica, giunta quest’anno alla 65esima edizione.

Nel corso della conferenza stampa di presentazione del Trento Film Festival il Presidente Roberto De Martin ha detto che «andar per monti è anche un’attività culturale». Che cosa intendeva dire secondo lei?

L.B.: Io la leggo così: l’aspetto culturale è una sorta di fondamento che sta alla base di tutto. Nel momento stesso in cui mi muovo necessito di un insieme di conoscenze che posso cercare di costruire prima o acquisire direttamente sul campo. Ma anche in quest’ultimo caso devo comunque possedere un bagaglio minimo ed è proprio per tale motivo che ogni singola azione, di fatto, è anche un’azione culturale.

 

A proposito della relazione fra montagna e cultura, crede si possa parlare di “brand territoriale montano”? In altre parole, sussistono alcune caratteristiche concrete capaci di unire le montagne e le loro popolazioni grazie a tratti comuni simili?

L.B.: I valori connaturati ai territori montani sono una base trasversale a tutte le montagne e a tutti i continenti. Poi si manifestano diversamente anche per un discorso molto lungo che ci porterebbe a dover parlare di etica e bioetica. Questa molteplicità locale nasce dal fatto che ognuno si è adattato al proprio territorio trovando i modi migliori per interagire con esso. Ma gli aspetti cruciali permangono immutabili, che si tratti di Himalaya, Alpi o Ande.

 

Il Trento Film Festival è riconosciuto a livello internazionale come la rassegna cinematografica che più di ogni altra ha saputo dare senso alla cultura di montagna. Un laboratorio che nel corso del tempo ha intensificato le proprie attività, sdoppiandosi persino in due edizioni: quella autunnale di Bolzano e quella primaverile di Trento. Si tratta di una scelta collegata alla nascita del circuito TFF365?

L.B.: No, non in questo caso. La città di Bolzano si è sempre molto interessata alla parte editoriale del festival, cominciando oltre venti anni fa, di sua spontanea volontà, ad ospitare Montagnalibri, la rassegna letteraria con annesso un programma di eventi targati su quel territorio e legati alle nuove uscite. Nata come “ospitata annuale” l’edizione altoatesina è poi diventata, con l’entrata del Comune di Bolzano nella compagine del festival, un’attività dell’ente a tutti gli effetti.

 

Cosa ci può dire invece di TFF 365?

L.B.: TFF 365 è il tour del festival, il circuito organizzato nel quale vengono estrapolati gli argomenti e i contenuti che ci sono piaciuti di più. Per essi chiediamo le liberatorie e acquisiamo dei diritti, per circa un anno. Predisponiamo così un catalogo che mettiamo online, a disposizione di tutti gli enti o i soggetti che hanno intenzione di organizzare delle serate filmiche.  In questo modo offriamo un supporto effettivo alla diffusione di approfondimenti culturali, promuovendo occasioni di scambio e conoscenza reciproca. TFF 365 include anche Montagnalibri ed è, in sostanza, il festival che continua a vivere tutto l’anno. Nel 2016 abbiamo chiuso con 205 appuntamenti, in Italia e all’estero.

 

I due soci fondatori del Trento Film Festival sono il CAI e il Comune di Trento. Che ruolo ha avuto la componente pubblica sulla longevità ed il successo di questa iniziativa?

L.B.: L’amministrazione comunale ha svolto un ruolo fondamentale perché ha pensato fin da subito al Trento Film Festival come a un prodotto culturale istituzionale. Questo ci ha trasformato in una piccola impresa con soci che annualmente versano la loro quota, un particolare di estrema rilevanza che ci garantisce una certa continuità. Molte manifestazioni nascono infatti sull’onda di sensibilità e passioni individuali e sia chiaro, il volontariato e lo slancio sono fattori positivi, perché se c’è la voglia di mettersi in gioco è facile che le cose crescano e abbiano successo. Ma è proprio in quel momento che iniziano i problemi ed è allora che le stesse realtà volenterose rischiano di implodere. Al successo sull’esterno bisogna rispondere con un’adeguata struttura interna, dotandosi di alcuni strumenti organizzativi, economici ed aziendali. Dopodiché, è ovvio che i contenuti debbano rimanere di tipo creativo, artistico, culturale. Aggiungo inoltre che il fatto che il nucleo fondante del Trento Film Festival abbia sempre potuto contare sulla presenza di due realtà eterogenee ha garantito un costante dialogo interno. L’arrivo del comune di Bolzano ha poi portato con sé una ventata mitteleruopea ed una spiccata sensibilità macroregionale: uno sguardo rivolto al mondo nordico, in primis tedesco. La Camera di Commercio, entrata recentemente, ha aggiunto la componente imprenditoriale. Tutto ciò si trasforma in una ricetta effervescente, che ci permette di raccogliere impressioni che non vanno mai in un’unica direzione. La fortuna di avere una sede e di essere, di fatto, un ente, ci ha reso persistenti, capaci dunque di cogliere i cambiamenti della società. Un tempo, tanto per dire, arrivavano a Trento con le pizze.

 

Con le pizze?

L.B.: Si chiamano “pizze” le bobine delle pellicole. Guardi le foto, vede come le tenevano sotto braccio? Si portavano le pizze a mano ed era quello l’unico modo per vedere i reportage di certe spedizioni incredibili, di cui la gente leggeva solo sui giornali o ne sentiva gli echi attraverso i passaparola… Adesso siamo arrivati al punto in cui direttamente da casa nostra guardiamo Simone Moro in cima alla montagna e non c’è più bisogno di attendere le proiezioni del Trento Film Festival. Una rassegna che non poteva rimanere com’era ma doveva assolutamente cambiare pelle, pur non snaturandosi e restando fedele ai suoi ideali fondativi. L’idea è stata allora quella di raccontare le storie in maniera diversa, approfondendole e legandole molto più all’attualità.

 

Qual è l’impatto economico di questa “piccola azienda”?

L.B.: È molto importante. Ogni euro investito dall’ente pubblico sul Trento Film Festival comporta una ricaduta economica sul territorio cinque volte superiore. Anche in questo siamo anomali, perché mica diamo tutto gratis! Siamo convinti, comunque la si voglia vedere, che una compartecipazione ai costi da parte dello spettatore debba essere mantenuta. Noi cerchiamo il più possibile di fare prezzi popolari e garantiamo una serie di servizi e appuntamenti totalmente gratuiti, accessibili a tutti. Ma se uno ha i soldi per pagarsi una birra perché non dovrebbe averli per venire al cinema? L’arricchimento culturale deve essere riconosciuto come un diritto e un dovere da parte del cittadino. Diamo solo un numero: la scorsa edizione in otto giorni abbiamo staccato 19.800 biglietti.

 

Il cinema e l’industria culturale ad esso collegata possono favorire anche a Trento tutta una serie di abilità capaci di alimentare l’economia del territorio e la trasmissione di importanti strumenti cognitivi, non trova?

L.B.: Assolutamente sì. Proprio ieri sera è tornato Giovanni, una delle nostre “facce da festival”, come amiamo chiamarle. Questo ragazzo ci segue da cinque. Si sta laureando però, in realtà, si è già specializzato diventando una figura di coordinamento indispensabile per una manifestazione così complessa come la nostra. Tant’è che è stato contattato dal Cinema Ritrovato di Bologna – con il quale collaboriamo – per un’offerta di lavoro. Nel tempo abbiamo anche formato tutto un gruppo di giovani che si occupa esclusivamente di sottotitolazioni. Questo tipo di competenze si acquisiscono sul campo, come quelle di montagna, e sono un patrimonio culturale formidabile che alimenta la ricerca e la conoscenza tecnica, favorendo la riproduzione degli stessi beni culturali.

 

Qual è, a questo proposito, il rapporto del Trento Film Festival con le scuole e il mondo dell’educazione?

L.B.: Il festival ha sempre riservato un’attenzione particolare all’alfabetizzazione al cinema e al mondo della montagna. Il “Parco dei mestieri” è una iniziativa totalmente gratuita rivolta esclusivamente alle scuole e coinvolge ogni anno più di 1500 studenti delle elementari e delle medie. I bambini possono trascorrere circa un’ora, un’ora e mezza all’interno di una sala cinematografica – cosa che, soprattutto quando si parla delle valli, può accadere per la prima volta. Una volta usciti vengono trasferiti nel bellissimo giardino dell’arcivescovado che ospita per l’occasione tutta una serie di postazioni che di anno in anno propongono laboratori ed esperienze. I più piccoli ricevono così un’educazione visiva e si cimentano in numerose attività pratiche legate al mondo di montagna.

 

Anche in questo caso si può parlare di una notevole ricaduta sociale…

L.B.: Certamente. I bambini poi tornano con i genitori, perché vogliono rivivere con loro le emozioni provate nel corso di queste giornate di scoperta. La scuola primaria è il nostro principale interlocutore, anche se disponiamo naturalmente di vari progetti legati all’alternanza scuola lavoro e alle famiglie. Il nostro è un festival pragmatico, legato al territorio, alla sua popolazione e alla sua quotidianità. La gente se ne rende perfettamente conto e comprende il valore del Trento Film Festival: un bene comune, riconosciuto e protetto da tutta la collettività.

Intervista di Vesna Roccon

Documenti disponibili: