Il cambiamento avverrà e non ci troverà impreparati. Dialogo con Maria Chiara Cattaneo

Maria Chiara Cattaneo è Presidente del Comitato Scientifico della Società Economica Valtellinese e membro del Consiglio scientifico del Centro di ricerche in Analisi economica e Sviluppo economico internazionale (Cranec) dell’Università Cattolica di Milano. Professore a contratto di Economia e politica dell’innovazione nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali e docente di Economia dell’ecoinnovazione nel corso di Politiche economiche per le risorse e l’ambiente, Maria Chiara Cattaneo è anche Responsabile Scientifico di Alps Benchmarking, rete delle Camere di Commercio dell’Arco alpino nata per costruire insieme un percorso verso un futuro di qualità.

 

 

Professoressa Cattaneo, ci siamo incontrate a «Cime a Milano» in occasione della presentazione del nuovo progetto di UNIMONT nato dalla collaborazione con l’Università degli Studi del Piemonte Orientale e l’Università degli Studi della Tuscia. Italian Mountain Lab intende mettere a disposizione di tutti gli attori della montagna italiana una piattaforma per la ricerca e lo sviluppo. Anche tsm crede fermamente alla necessità di unire le forze e ritiene che lo si debba fare trasversalmente, in modo partecipato e diffuso. È d’accordo con questo approccio inclusivo?

Maria Chiara Cattaneo: Certamente, operare in rete è fondamentale. È anche l’obiettivo delle attività del network fra i territori alpini Alps Benchmarking. Ossia quello di dare, sulla base di dati quantitativi e confronti qualitativi, delle indicazioni che possano essere utili ai decisori politici per le scelte da compiere sul territorio. Si tratta di una ricerca-azione che deve tenere chiaramente presenti tutti gli attori (pubblico, privato, società civile). Lo stesso vale per il ciclo di incontri “Montagna 4.0: un futuro da costruire insieme” che abbiamo recentemente organizzato come Società Economica Valtellinese (SEV). Una iniziativa che coordino come Presidente del Comitato Scientifico di SEV, fortemente voluta dall’amministrazione di Bormio che ha ritenuto importante riflettere sul futuro. Abbiamo così progettato un percorso formativo che si riallacci al tema dell’identità e dell’innovazione focalizzandosi di volta in volta su aspetti diversi ma tutti legati alla poliedricità della montagna.

 

Da dove nasce tutto questo interesse per uno spettro così ampio di riflessioni?

M.C. C.: Questo profondo interesse deriva innanzitutto dalla storia di SEV, una storia di costante attenzione per il territorio, a partire dall’impegno profuso per molti anni dal Professor Quadrio Curzio, Professore emerito di Economia Politica ora Presidente dell’Accademia dei Lincei, che promosse la costituzione di SEV nel 1993. Avendo dedicato molti studi alla montagna e allo sviluppo delle aree alpine a partire dalla Valtellina di cui è originario, fu lui ad elaborare e a proporre, prima nel 2008 e poi in una nuova edizione nel 2012, lo Statuto Comunitario per la Valtellina, dove emergono i valori di base della Comunità e sono indicati gli orientamenti per uno sviluppo di qualità. Lo Statuto offre così di fatto la prospettiva attraverso cui guardare al cambiamento; anche la rete Alps Benchmarking si sviluppa a partire da questa visionedove il confronto fra territori simili mira a stimolare un continuo miglioramento.

 

Quando si parla di innovazione il compito più difficile per chi governa i territori è comprendere come muoversi dentro un processo inevitabile di trasformazione. La paura del cambiamento può spingere le governance locali verso modelli consolidati ma non più efficaci, sebbene ancora in grado di garantire una certa dose di sicurezza e comfort.

M.C. C.: Sicuramente c’è bisogno di ragionare su offerte più integrate e guardare al futuro con le strategie di domani, e non con quelle di ieri. Il surriscaldamento globale costringerà alcune zone a farlo forzatamente, portando notevoli modifiche dal punto di vista dell’agricoltura, della biodiversità, della sicurezza economica, sociale ed ambientale. C’è poi da aggiungere, se parliamo in prospettiva, che anche il mercato turistico non è più lo stesso. Dico spesso che il turista è ormai diventato “infedele”, poiché cambia idea con una certa volatilità e sulla base di una serie complessa di variabili imprevedibili. Gli operatori lo sanno bene. Inoltre, la difficoltà di raggiungere alcune località di montagna non facilita certo le cose, presentandosi anzi come un evidente ulteriore svantaggio se confrontata con la situazione di altre destinazioni turistiche, più attrezzate dal punto di vista infrastrutturale. Il pesante traffico automobilistico e la palese difficoltà di accesso non giocano certo a favore delle terre alte… Le soluzioni però ci sono. Penso ad iniziative volte all’intermodalità, che combinino l’utilizzo dell’intelligenza artificiale a quello delle nuove tecnologie. Guardando ad altri settori penso invece alla riconversione, a modelli di business eco-innovativi, all’Internet of Things applicata all’agricoltura, con un’attenzione particolare verso il riutilizzo delle risorse, la qualità dell’ambiente, la creazione di valore nella logica upcycle, trasformando cioè gli scarti in prodotti a valore aggiunto. È proprio nel campo dell’innovazione che si aprono per la montagna spazi inesplorati di rinascita e attrattività.

 

Qual è il primo passo da compiere per riuscire a implementare questo processo virtuoso?

M.C. C.: C’è bisogno di formazione e consapevolezza. C’è l’urgenza di offrire strumenti e creare una base comune grazie alla quale il cambiamento non travolga ma diventi qualcosa che si può cercare di gestire insieme. L’innovazione, per essere portata avanti in questi territori, ha bisogno di agire su tre ambiti fondamentali: 1. costruire un ecosistema integrato, dove operino attori diversi, ciascuno con il proprio ruolo; 2. coinvolgere in questo processo anche l’ambito istituzionale, perché compito delle amministrazioni è offrire un contesto favorevole nel quale possano operare i vari soggetti, immaginando al centro le imprese, cui offrire supporto, specie a quelle in fase di costituzione; 3. individuare le risorse finanziarie che accompagnino i nuovi soggetti imprenditoriali attraverso un percorso fatto di servizi e relazioni. Questo è particolarmente importante per la montagna, dove il ruolo delle community viene ribadito spesso anche a livello europeo. Le reti, su scala diversa, sono fondamentali quanto la partecipazione ai cluster, perché entrambi, reti e cluster, permettono di far sentire di più la propria voce e le proprie esigenze, indicando agli interlocutori regionali quali sono gli interessi particolari delle zone montane. I cluster contribuiscono a delineare traiettorie integrate di sviluppo, uno strumento di fatto intermedio tra l’istituzione e il territorio dove è possibile aggregare necessità e competenze. Sono iniziative molto interessanti che forse non hanno ancora raggiunto tutti i risultati che si sono prefigurati ma che puntano all’eccellenza spingendo al contempo ciascuno ad approfondire le proprie abilità, focalizzandosi dunque sugli asset locali specifici. In un sistema integrato, per le aree montane, bioeconomia, efficienza energetica, manifatturiero avanzato, turismo sostenibile, agroalimentare… convivono e si relazionano fortemente l’uno all’altro.

 

Il problema infrastrutturale in montagna è però uno degli ostacoli più evidenti e difficili da superare. Senza un buon accesso alla banda larga, ad esempio, e senza vie di comunicazione adeguate, è impensabile valorizzare pienamente gli asset locali. Come si esce da questo vicolo cieco?

M.C. C.: Collegamento e connessione per me sono le parole chiave, perché in aree decentrate come quelle montane per fare massa critica bisogna essere in rete. E le reti non sono solo fisiche ma anche virtuali. L’accesso alla banda larga è importante. La politica di coesione europea mette al centro lo sviluppo economico e sociale nei territori attraverso innovazione e governance multilivello con la S3 Smart specialisation strategy che chiede a ogni regione di individuare le aree di specializzazione in base a una mappatura di quanto già c’è e delle potenzialità e prospettive future. I cluster infatti non si possono costruire proprio da zero ma nascono appunto su questa base con lo scopo di ‘mettere in rete’ altri attori territoriali, centri di ricerca, università, su temi specifici di interesse, come l’energia o la bioeconomia. Il loro obiettivo essenziale è fare massa critica e riuscire in tal modo a costruire progettualità comuni che possano utilizzare le risorse europee in modo intelligente, oltre a veicolare con più forza idee e interessi per le scelte che riguardano le aree di riferimento. Innovazione e internazionalizzazione sono due gap evidenti che separano ancora i territori montani da quelli di pianura e anche per questo è importante disporre di un aggregatore di sistema nei territori decentrati. Non mi piace definirli marginali perché appunto la marginalità deve trasformarsi in un nuovo rapporto centro-periferia che diventa policentrico e non più contraddistinto dallo squilibrio percepito tradizionalmente. La logica a cui ispirarsi è quella legata ai principi dell’open innovation. Bisogna puntare alle cose che si sanno fare meglio con i piedi ben piantati sul territorio, consapevoli di quelle che sono le criticità ma anche le opportunità e le ricchezze di queste aree, capaci di apportare un contributo prezioso al resto del Paese. Al contempo lo sguardo deve rivolgersi al mondo, tenendo nella dovuta considerazione l’aspetto globale delle proprie collaborazioni. Una prospettiva glocal costruita sulla base delle caratteristiche più autentiche dei singoli territori, l’unica veramente strategica e competitiva.

 

Quindi la linea è quella dell’individuazione dei valori di base del territorio e l’orientamento è rivolto verso un futuro di qualità per tutti?

M.C. C.: Sì. Questo è quanto sinteticamente propone lo Statuto Comunitario di cui parlavamo prima. Giunge all’essenza. Valori da un lato e orientamento strategico dall’altro. La qualità rispetto alla quantità e uno sviluppo che non deve essere omologazione alle aree metropolitane ma basarsi invece sulla specificità come ponte relazionale fra città e montagna. Ecco quindi che l’idea di costituire una rete tra territori alpini è stata un po’ quella di mettere in atto gli orientamenti per monitorare il percorso: bisogna avere chiaro l’orientamento verso uno sviluppo di qualità ma bisogna vedere come nel tempo ci si muove verso questo sviluppo e quindi monitorare il percorso confrontandosi con territori simili facendo particolare attenzione a come ciascuno si posiziona rispetto agli altri.  Le performance di tutti sono chiaramente in continuo movimento e non serve vedere chi è più bravo e chi è meno bravo ma procedere tutti per un miglioramento continuo.

 

Le reti sono davvero in grado di attivare efficaci processi di crescita e contaminazione positiva? O diventano spesso, per spirito competitivo e volontà di emergere rispetto ai concorrenti, interni ed esterni, contenitori di rivalità e autoreferenza?

La mia esperienza a riguardo a livello internazionale è senz’altro positiva. Le reti sono piattaforme che raggiungono il massimo del loro potenziale quando permettono di condividere risorse e conoscenze riducendo o azzerando le distanze.  Nei progetti europei cui ho partecipato o che ho coordinato, sui temi dell’innovazione, si sono attivate collaborazioni che sono proseguite anche a progetto finito proprio grazie ad una condivisione di obiettivi e percorsi. Mettere a sistema esperienze condotte in aree simili rappresenta un’occasione preziosa per imparare da quanto altri hanno già fatto, anche eventualmente dagli errori commessi. Credo quindi che le collaborazioni transfrontaliere e alpine anche per le aree montane siano estremamente preziose; si tratta di opportunità che permettono di dare forma e supportare o sviluppare e consolidare collaborazioni con attori di là dai confini per una messa in rete di elementi comuni.  Riguardo agli aspetti di rivalità a volte presenti direi che vanno sicuramente superati eventuali personalismi a vantaggio della massima inclusione. Nel nostro ambito, che è quello dello sviluppo sostenibile in area alpina e quindi orientato al bene delle Comunità, penso che le reti debbano cercare di essere quanto più aperte possibili per garantire a tutti l’accesso alle informazioni da un lato e la possibilità di contribuire dall’altro, riducendo il rischio delle duplicazioni. D’altro canto, è anche necessaria una certa “regia” sui contenuti per garantirne qualità e autorevolezza.

 

Collegandoci alle attività della rete delle Camere di Commercio alpine, vi è stato possibile evidenziare, con Alps Benchmarking, quanto la montagna sia, al di là dei settori di punta come quello agricolo e forestale, capace di fare impresa innovativa e di successo?

M.C. C.: Certo, e credo anche che sia opportuno ragionare a livello olistico sul complesso degli asset che riguardano la montagna, anche al di là delle risorse tradizionali. C’è bisogno di superare la versione ovattata, romanzata, stereotipata della montagna per muoversi verso una visione moderna che abbia il coraggio di servirsi del contributo della ricerca e dell’innovazione e che lavori anche a livello europeo alla scoperta e valorizzazione delle possibili filiere di sviluppo innovative e sostenibili. Aziende di qualità che operano e hanno scelto di stabilirsi in montagna non mancano, così come non mancano imprese che stanno lavorando alla riconversione ecologica delle proprie produzioni nella logica del riutilizzo degli scarti e del minor impatto ambientale possibile. Esistono esperienze interessanti in numerosi territori, esempi virtuosi di come sia possibile lavorare sulle competenze che serviranno alle aziende di domani, nel settore manifatturiero ma non solo. I territori di montagna sono quelli più sensibili all’impatto del cambiamento climatico e al contempo quelli dove le opportunità di sviluppo ecoinnovativo e green diventano maggiori. La rete Alps Benchmarking e la sua filosofia si basano proprio su di un approccio proattivo che si confronta con le grandi tematiche glocali partendo dalle caratteristiche autentiche dei territori. La storia, le abilità acquisite nel corso dei secoli e i valori identitari sedimentati nel cuore della popolazione di montagna fanno da fondamenta alla nostra attività.

 

Come possono essere sostenute, concretamente, nuove iniziative imprenditoriali nelle aree montane?

M.C. C.: Su questo tema nel corso di una ricerca (M.C. Cattaneo e A.Q. Curzio, Il mosaico dell’innovazione sostenibile, Franco Angeli, 2012) avevamo avanzato la possibilità di costituire un fondo pubblico-privato che potesse utilizzare parte delle royaltes derivate dallo sfruttamento delle acque per progetti di innovazione sui territori, anche per fare in modo che nuove aziende decidano di localizzarvisi. Perché se è vero che per favorire nuovi insediamenti sono essenziali tutta una serie di servizi, lo è altrettanto il fatto che poter avere risorse finanziarie, come piccoli fondi pubblico-privati o di seed capital o ancora matching funds, potrebbe contribuire nel convincere nuovi residenti a scommettere su possibili opportunità imprenditoriali legate innanzitutto agli asset locali non delocalizzabili. Prendere in considerazione la possibilità di destinare per lo sviluppo territoriale parte delle royalties derivate dalle acque – anche in un momento in cui si discute il rinnovo delle concessioni – attraverso la costituzione di fondi di questo tipo potrebbe permettere ai territori di montagna di puntare su un’attività innovativa locale o che magari viene da fuori ma che comunque decide di localizzarsi in montagna.

 

EUSALP, Alpine SpaceConvenzione delle Alpi e molte altre forme di cooperazione transnazionale e interregionale sono certamente un supporto all’espressione delle problematiche comuni a tutte le terre alte. Non c’è però il rischio che la forza necessaria per mettere al centro dell’interesse europeo le esigenze degli abitanti di montagna venga così dispersa in mille rivoli? Una rete così allargata ai territori circostanti come lo è EUSALP, non corre inoltre il pericolo, secondo lei, di far prevalere ancora una volta gli interessi della pianura su quelli della montagna?

M.C. C.: Si tratta di reti di dimensione diversa e con specificità diverse (Trattati, programmi, strategie) ma con importanti sinergie. Credo che la nascita di EUSALP come Strategia della Commissione Europea dimostri l’obiettivo concreto di dare una risposta coordinata a problemi che si affrontano meglio insieme piuttosto che da soli. Lo scopo condiviso è quello di porre la montagna al centro di una comune riflessione per valorizzarla. È fondamentale mettere in relazione competenze e risorse necessarie per lo sviluppo economico e sociale. La presenza delle aree circostanti di pianura viene spiegata con la volontà di creare una relazione nuova fra la montagna e la città, l’una ha bisogno dell’altra e viceversa. L’attenzione e il filo conduttore devono però restare sempre sulla montagna come focus centrale, nella piena consapevolezza che se da un lato la città ha ancora molto da offrire in termini di opportunità, dall’altro gli ultimi dati sulla qualità della vita stanno lì a dimostrare che anche alcuni territori montani se la cavano piuttosto bene. È allora necessario lavorare alla creazione di collegamenti, più efficaci materiali e immateriali, e nuove opportunità. Connettendo adeguatamente tali territori a centri di ricerca che possano anche svolgere il ruolo di incubatori di impresa, le aziende che sceglieranno la montagna diventeranno motori di innovazione e crescita, attraendo a sé ulteriori investimenti e forme di residenzialità.

Intervista di Vesna Roccon 


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