La vite maritata all’acero. Dialogo con Isabella Dalla Ragione

Isabella Dalla Ragione, agronoma e ricercatrice, da molti anni studia e conserva antiche varietà locali di alberi da frutto. Ha fondato, insieme al padre Livio, Archeologia Arborea, un patrimonio genetico e culturale di inestimabile valore.

Questo pomeriggio la Fondazione Archeologia Arborea sarà visitata da alcuni studenti della Jacksonville University. Un riconoscimento d’oltreoceano che non può che farle piacere, giusto?

IDR: Certamente, e a cui hanno contribuito una serie di articoli pubblicati sulla stampa internazionale, a partire da quello più recente uscito sul New York Times lo scorso settembre. Al nostro lavoro si sono interessate anche alcune compagnie cinematografiche, come la canadese EyeSteelFilm di Montréal che a maggio 2012 ha lanciato il documentario «Fruit hunters» – cacciatori di frutta – che in Italia sfortunatamente non è ancora stato distribuito.

 

La 65ma edizione del Trento Film Festival ha visto vincere Samuel in the clouds, un film che racconta una storia boliviana straordinaria legata alle conseguenze del cambiamento climatico. Secondo lei l’arte è un elemento importante in questa fase di transizione ecologica?

IDR: Mi viene in mente a questo proposito Up the Yangtze, un documentario del 2007 sorprendente che ci parla della Three Gorges Dam, la diga simbolo del mercato economico cinese. Un progetto che ha spazzato via per sempre paesaggi millenari, facendo perdere a due milioni di persone la propria terra e i mezzi di sussistenza tradizionali. Poco tempo fa incontrai una rappresentante dell’Agenzia Forestale Cinese, a cui feci alcune domande a proposito del mandorlo. La Cina ha dato vita a tutte le specie di mandorlo coltivabili. Mi rispose che di lì a poco si sarebbe recata negli Stati Uniti alla ricerca di alcune specifiche varietà. «Perché la nostra esigenza –proseguì – è quella di nutrire milioni di persone. E ci serve qualcosa di estremamente produttivo, subito». Ecco qual è il problema. Riuscire ad avere una visione globale è la cosa più difficile. Rendersi conto che se perdi una varietà, la perdi per sempre, insieme al patrimonio genetico che la caratterizzava.

 

La Biodiversità in questi ultimi anni è comunque emersa come uno dei criteri più inequivoci per definire cosa deve essere fatto se vogliamo garantire performance ambientali equilibrate e reti ecologiche sane, non trova?

IDR: Però in realtà succede spesso che lo scienziato e il tecnico dicano cose scomode, difficili da utilizzare nell’immediato. E allora è chiaro che a quel punto l’amministratore o il dirigente – che di sovente sono anche politici di professione – preferiscano “dotarsi” di strumenti più semplici, flessibili, malleabili. Coltivare le varietà locali e difendere la biodiversità sono operazioni culturali, prima ancora che colturali e richiedono molta attenzione.

 

Ci sta dicendo che non basta concentrarsi sulla rivalorizzazione di specifiche varietà se non si tiene conto del più ampio e originario contesto di appartenenza?

IDR: La varietà locale è espressione di un insieme di rapporti umani di grande delicatezza e saperi molto raffinati. Prendiamo il farro. Un cereale quasi abbandonato che negli anni ’70 qualcuno, in Lunigiana e a Lucca, nella Garfagnana, ha ricominciato a coltivare. Questo cereale, il più antico frumento coltivato, si è trasformato velocemente in un prodotto di nicchia ed ora è coltivato in Romania a discapito dello stretto rapporto che lo legava al territorio d’origine e ai suoi abitanti.

 

Però almeno, così facendo, si garantisce la sopravvivenza a colture che prima erano in via d’estinzione, giusto?

IDR: Il farro viene da una economia di alta collina e montagna e ha permesso alle popolazioni di quelle zone di sopravvivere. Ma è chiaro che un territorio aspro come quello montano non garantisce la stessa resa del territorio di pianura. E se voglio realmente salvare la varietà locale devo salvare il mondo che l’ha prodotta. È questa la cosa più difficile.

 

Porsi volutamente fuori mercato come può essere considerata una scelta vantaggiosa e vincente?

IDR: Io ho condotto il Dottorato di Ricerca sulle varietà di pere. Sono consapevole che anche a causa delle loro caratteristiche intrinseche le varietà locali da me studiate non potranno mai avere un futuro commerciale. Ma non è questo il punto su cui ci si deve focalizzare. L’attenzione va puntata sulla pera come serbatoio genetico fondamentale per tutta la collettività. Poter far conto sulla molteplicità e variabilità dell’informazione genetica tra specie ci permette di costruire un’assicurazione sulla vita formidabile.

 

Cosa significa per lei parlare di biodiversità in montagna?

IDR: La biodiversità può essere una grande risorsa, soprattutto per i territori marginali. Ma per rivalorizzare questi territori senza stravolgerli, puntando sulle minime risorse che hanno a disposizione significa essere disposti a fare i conti con le seguenti, elementari domande:

  • Tieni conto del territorio?
  • Tieni conto della storia del territorio?
  • Tieni conto della diversità del paesaggio?

Ed è l’amministrazione che deve rispondere a tali domande, fornendo alla popolazione strumenti intellettuali, conoscenze e chance di riscatto concrete.

 

Risposte che mi par di capire devono essere tailor made, di tipo sartoriale, costruite su misura rispetto al contesto?

IDR: Non si può arrivare in montagna e fare dell’agricoltura industriale. Perché non si tratta di ritrovare le piante ma di ritrovare il sapere. Prendiamo l’esempio della vite maritata all’acero campestre. Essa prevedeva un antico metodo di coltivazione: una potatura combinata perché la vite era proprio maritata, avvinghiata all’acero. Un tipo di coltivazione del passato che sfruttava tutto lo spazio a disposizione, anche in verticale. Si partiva dal grano, a terra, si passava alla vite e un po’ più su si arrivava all’acero, che veniva potato parecchio per permettere ai raggi di sole di raggiungere il terreno. Un sapere molto ricercato, non scritto né descritto da nessuna parte. Una modalità di potatura che si sta completamente perdendo e di esempi come questo ce ne sono migliaia. Saperi straordinari, dati dall’esperienza, dalla relazione stretta e continua con le piante, con la terra. Lo spessore storico manca spesso totalmente ai giovani agricoltori, uomini e donne di grande volontà, con una voglia enorme di mettersi in gioco e in possesso di un elevato livello culturale.

 

Se potesse dare loro un consiglio, quale sarebbe?

IDR: Di riflettere sull’importanza del tessuto socio-culturale che ha permesso alle varietà locali di sussistere nel corso dei secoli. Di unire le forze e formarsi, pretendendo dalle singole amministrazioni un supporto tecnico e legislativo capace di promuovere un know-how diffuso e consolidato. Perché non basta parlare di rivalorizzazione di antiche varietà quando si vuole affrontare il tema della biodiversità: un concetto stratificato e poliedrico, che deve includere l’uomo e il paesaggio nella sua definizione singolare e concreta.

Intervista di Vesna Roccon

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