Perché mettere una palma di plastica gonfiabile a 3000 metri d’altitudine!? Dialogo con Luigi Lorenzetti

Luigi Lorenzetti è coordinatore del Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Accademia di architettura di Mendrisio e redattore della rivista «Histoire des Alpes – Storia delle Alpi – Geschichte der Alpen». Professore titolare all’Accademia di architettura, ha insegnato presso le Università di Friburgo, Grenoble e Ginevra. Ha pubblicato numerosi saggi sulla storia della famiglia e delle popolazioni e sulla storia economica e sociale dell’arco alpino in epoca moderna e contemporanea.

 

Professor Lorenzetti, lei guida un centro di ricerca prestigioso e collabora con numerose realtà alpine altrettanto importanti. Con l’Università di Grenoble, ad esempio, sta seguendo un progetto dedicato all’innovazione nei territori di montagna. Cosa ci può raccontare di questa interessante iniziativa?

Luigi Lorenzetti: Si tratta di un grande programma di ricerca finanziato dal governo francese e in corso ormai da alcuni anni. Il titolo è proprio “Innovazioni e territori di montagna” ed è un programma interdisciplinare che coinvolge, geografi, sociologi, storici, economisti, urbanisti, architetti e specialisti delle scienze naturali, coprendo un ampio raggio di temi e di problematiche. Il convegno dello scorso anno, La montagne, territoire d’innovation è una delle attività svolte all’interno di questo programma di ricerca che seguo in qualità di membro del consiglio scientifico. Una delle prossime attività è prevista il prossimo mese di aprile quando il LabiSAlp accoglierà la terza edizione di una scuola dottorale dedicata ai territori di montagna.


La storia del territorio è uno dei filoni di ricerca meno battuti a livello nazionale. Esistono certamente piccole realtà attive nel recupero della memoria locale, ma non è stato per nulla facile, soprattutto nella fase di mappatura della dorsale appenninica, individuare dei referenti istituzionali che si occupassero della necessità di conoscere e trasmettere la storia delle montagne italiane nel loro complesso. Potrebbe consigliarmi qualche indirizzo utile?

L. L.: È un problema che ho riscontrato anch’io, effettivamente. Quando abbiamo organizzato il convegno di Grenoble ho cercato di coinvolgere dei ricercatori che lavorassero sugli Appennini ma bisogna ammettere che fino ad ora le iniziative volte ad approfondire in un’ottica comparativa lo studio dei contesti montani (Alpi, Appennini, Pirenei, ecc.) rimangono piuttosto rare. Nell’area appenninica sono comunque attivi numerosi ricercatori che sviluppano studi molto innovativi e validi sia in prospettiva storica che su tematiche sociali ed economiche riguardanti la realtà attuale. Vorrei segnalarle il professor Antonio Calafati e due ricercatori in particolare, Manuel Vaquero Piñeiro e Augusto Ciuffetti. A loro bisogna poi aggiungere i numerosi geografi, sociologi ed economisti che in varie università – l’Aquila, Pescara, Bologna, Chieti, Ancona – da anni lavorano su questo importante spazio montano.

Dispiace rendersi conto che lo studio della Storia, in una certa misura, pare oggi tuttavia essere sminuito nella sua valenza conoscitiva e nella sua capacità di rendere oggettiva, il più veritiera possibile la memoria.

L. L.: Bisogna riconoscere che la Storia ha perso peso specifico all’interno delle università rispetto a quello che aveva alcuni decenni orsono. Le faccio un esempio: a Lugano presso la facoltà di Economia non viene impartito alcun corso di Storia economica. È, a mio avviso, una scelta miope in quanto uno sguardo diacronico rimane essenziale per leggere e comprendere le complesse realtà odierne. Come capire la grave crisi finanziaria del 2007-08 se non si cerca di guardare all’evoluzione economica globale degli ultimi decenni e senza cogliere le similitudini e le differenze rispetto alle grandi crisi del passato, dalla bolla di Internet dei primi anni 2000  al crollo borsistico del 1987, dalla crisi del 1929, alle svariate crisi industriali del XIX secolo, fino alla grande crisi speculativa del ‘600 nota come la “crisi dei tulipani”? Con ciò non si tratta certamente di dare alla storia un valore predittivo ma di ricordare che per essere capiti, i processi economici devono essere colti e analizzati sul medio e lungo termine. Se lo si fosse fatto, forse si sarebbe potuto scongiurare la crisi che ha investito l’economia mondiale 10 anni orsono.

 

Sta dicendo che lo sguardo storico permetterebbe di affrontare con maggiore sicurezza i problemi economici e sociali contemporanei, comportandosi conseguentemente?

L. L.: Molte diagnosi fatte nel secondo dopoguerra in Italia a riguardo del fenomeno dell’abbandono della montagna ricalcano quelle già avanzate negli anni ’30 del secolo scorso. Penso alla famosa inchiesta sullo spopolamento montano promossa dall’INEA; un’inchiesta magnifica, pubblicata in otto volumi tra il ’29 e il ’36, in piena epoca fascista. Un rapporto davvero preciso, documentatissimo e coraggioso, che metteva in evidenza le molteplici cause dello spopolamento e il fatto che certe politiche del regime, adottate per combatterlo, si rivelavano disastrose perché finirono per incoraggiarlo. 

 

Una maggiore attenzione storica favorirebbe inoltre il recupero di un’identità genuina nella popolazione, spesso rimossa o alquanto evanescente, soprattutto in quest’epoca globalizzata. 

L. L.: Parlando delle Alpi, è chiaro che vi è una contraddizione fra gli stereotipi – introiettati persino dagli abitanti locali – che rimangono legati alla loro immagine di spazio pittoresco, dominato dalle bellezze naturali e paesaggistiche – e ciò che le Alpi sono (e sono state), ovvero uno spazio composito, eterogeneo, contrassegnato anche da una vocazione industriale che nel passato ha avuto un forte impatto su parte del loro territorio e del loro tessuto sociale. Basti pensare alle difficoltà che nascono allorquando si cerca di far dialogare i segni materiali del mondo industriale e la memoria di cui sono portatori; una memoria che nella maggior parte dei casi finisce per essere occultata se non addirittura cancellata. L’oblio è ancora più forte quando si tratta di realtà produttive che implicano delle “memorie problematiche”. Gli svariati casi di inquinamento ambientale con gli effetti sulla salute delle persone, o i problemi sociali sorti a seguito dei processi di delocalizzazione degli ultimi decenni sono solo gli aspetti più visibili e traumatici di un dialogo problematico che ha concorso ad affievolire la consapevolezza che le Alpi dei nostri giorni sono anche il prodotto di un passato fatto di importanti vicende industriali. È una memoria che sta  faticosamente riemergendo e che va di pari passo con  la crescente  attenzione verso i temi della sostenibilità e del basso impatto ambientale delle attività economiche.

 

Cosa ha comportato questa rimozione collettiva della memoria? Che rapporto c’è oggi con quel passato tanto ingombrante?

L. L.: Dal punto di vista territoriale molte località alpine che un tempo erano all’avanguardia della modernizzazione industriale, oggi sono sovente luoghi segnati dalla marginalità economica e sociale. Gli esempi sono molteplici, in Francia come in Italia, in Svizzera e in Austria. Sono luoghi segnati da una sorta di dismissione sociale e territoriale che certamente non contribuisce a promuovere una memoria collettiva la quale, bisogna ricordarlo, si interseca sovente con un passato migratorio fatto di percorsi di integrazione, ma anche di storie di sradicamento e di segregazione.  Non sorprende quindi che a lungo questa memoria sia sovente stata una memoria parziale, condivisa solo da una parte delle comunità in questione.

L’ignoranza storica di cui parlavamo prima si è ormai diffusa e non può che preoccuparci in quanto da essa deriva l’incapacità di riconoscere e leggere tutta una serie di segni presenti sul territorio. Non essere più in grado di leggere questi segni vuol dire privarli del loro significato e dimenticare i processi che li hanno generati, compresi quelli che hanno prodotto gli attuali problemi che toccano da vicino i territori montani.

La questione mette in causa la capacità della Storia ad alimentare una sensibilità che tenga conto dei valori paesaggistici ma anche del valore d’uso del territorio, troppo spesso rimosso a profitto del suo valore di scambio. Oggi al turista si offrono le emozioni di poter vivere simultaneamente delle situazioni che rimandano a contesti diversi, a volte “antitetici”. Si giunge così a promuovere una località alpina di sport invernali con un’immagine che immortala sui campi da sci una piccola piscina con una palma in plastica posta di fianco. È un’immagine che sintetizza piuttosto bene questa ricerca di spaesamento e ubiquità che offre ai turisti la sensazione di essere nel contempo in alta montagna e in una spiaggia tropicale. Analogamente ad alcuni decenni fa, quando Bernard Crettaz denunciava la folklorizzazione della montagna, anche oggi siamo di fronte a un gioco di ruoli che porta i “montanari” a dare ai turisti ciò che essi si aspettano di vedere.  In tal senso la montagna deve assumersi le sue responsabilità

 

Puntare tutto sull’adeguamento dell’offerta territoriale alle bizzarre richieste del turista è piuttosto rischioso anche dal punto di vista economico …

L. L.: Questo lo si vede molto bene in Francia dove fino agli anni ’50 del secolo scorso il sostegno alle economie di montagna e la lotta contro lo spopolamento passava per l’agricoltura. Poi a partire dagli anni ’60 si decise di puntare quasi esclusivamente sul turismo. Si è così passati a una monocultura economica votata allo svago e al tempo libero. Adesso ci si rende conto che questo modello non funziona più e che nemmeno integrare l’offerta turistica con l’attività agricola (riproducendo il modello della pluriattività che per secoli ha caratterizzato la vita economica di moltissime valli alpine) è sufficiente. Da anni in Svizzera l’agricoltura di montagna sopravvive in quanto la popolazione del paese ha accettato di sostenere economicamente i contadini a cui è riconosciuta una funzione di salvaguardia del paesaggio e del territorio montano. Senza tale riconoscimento, è evidente che l’agricoltura di montagna svizzera avrebbe già chiuso i battenti da tempo. Fortunatamente non si è dimenticato quanto sia importante sostenere anche le aree periferiche per  evitare i problemi ecologici e ambientali provocati dalla dismissione del territorio.

 

C’è il rischio che si possa fare lo stesso discorso nei confronti di un possibile reinsediamento in montagna dei poli produttivi? Ossia che in fondo la montagna resti sempre meno produttiva delle zone di pianura?

L. L.: Non forzatamente. Io non sono un economista ma mi sembra che nei settori economici più avanzati i fattori di localizzazione svolgano ormai un ruolo abbastanza secondario e che determinate realtà aziendali possono acquisire spazi di mercato indipendentemente dal fatto di trovarsi in montagna a 1500 metri di altezza o a due chilometri da Milano. Ancor più, alcuni contesti montani, lontani dagli intasamenti tipici del mondo urbano, possono favorire l’insediamento di attività economiche sfruttando i vantaggi della qualità di vita che essi possono offrire. Penso al parco tecnologico che si sta sviluppando nella regione di Bolzano e che in breve tempo è riuscito ad attrarre ona sessantina di aziende e di startup anche estere attive nei campi delle energie rinnovabili, dell’alimentazione, dell’automazione e delle tecnologie innovative. È un esempio tra molti altri che dimostrano che le qualità territoriali e ambientali possono essere un atout importante per le regioni di montagna.

Quest’anno in Italia si è svolto il primo convegno nazionale di Public History, organizzato dall’AIPH e interamente dedicato all’uso pubblico della Storia. Un approccio estremamente innovativo, sebbene rimanga ancora molto da fare anche in ambito museale.

L. L.: Oggi i musei sono degli importanti canali per la comunicazione storica. È per questo che con alcuni colleghi italiani e francesi stiamo avviando una riflessione per capire come i musei rappresentano e hanno rappresentato il passato e il presente del mondo alpino. Quali aspetti scelgono di rappresentare? Come li rappresentano? Perché si preferisce parlare di alcune tematiche (ad esempio la cultura materiale, l’abitazione contadina o l’alimentazione tradizionale) piuttosto che altre (ad esempio le ineguaglianze socio-economiche, le immigrazioni o le crisi ambientali)? La produzione, ad esempio, è poco presente nei musei alpini e quando appare è rappresentata nelle sue forme protoindustriali o artigianali; molto raramente si tiene conto delle industrie sorte alla fine del XIX secolo. In questo caso vi è una riflessione da fare assieme ai musei non solo in merito alle loro strategie di comunicazione ma anche alle conseguenze delle loro scelte espositive. Oggi i musei si fanno veicolo di dibattito anche sulle realtà e i problemi attuali, affrontando anche le nuove criticità del mondo alpino: dal cambiamento climatico alle sfide della mobilità sostenibile.  Vale qui la pena riprendere la riflessione di Marco Cuaz, uno storico valdostano secondo il quale il compito odierno di un museo alpino non è tanto quello di occuparsi di tradizioni ma piuttosto di innovazioni, non solo però di natura tecnologica ed economica, ma anche sociale e culturaleÈ un suggerimento che condivido e che aiuterebbe anche a lasciarci alle spalle l’immagine delle Alpi (anche quelle del passato) come un mondo immobile, statico, refrattario ai cambiamenti. D’altronde, anche nel passato le società alpine hanno sempre saputo rispondere ai grandi cambiamenti storici e farvi fronte con originalità.

Intervista di Vesna Roccon

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