Intervista a Michil Costa: oste, imprenditore, uomo di natura e autore del libro “FuTurismo”.
Promuovere un’ospitalità che parta dall’educazione per ritrovare nella montagna il riposo attivo di uno svago consapevole. È questo il concetto che fa da sostrato all’intero libro di Michil Costa, FuTurismo: un accorato appello contro la monocultura turistica, vincitore nel 2023 del Premio ITAS per la sezione “Ricerca e ambiente”. Michil Costa gestisce l’Hotel La Perla e il Berghotel Ladinia, entrambi a Corvara in Alta Badia, seguendo i principi dell’Economia del Bene Comune. È inoltre presidente della Maratona dles Dolomites e con la sua fondazione promuove progetti di sviluppo in Africa, Asia e Sud America.
«Un’ospitalità come la intendo io – racconta Costa, che abbiamo intervistato – è molto semplice da realizzare, perché intuitiva e capace di parlare ai sentimenti e alle emozioni delle persone. Temo che, in assenza di un rinascimento umano, l’industria turistica finisca in mano a degli algoritmi. Se pure il creatore di ChatGPT dice che bisogna averne paura, perché vengono a mancare quelle cose che chiamiamo sentimenti umani e che potrebbero finire nelle mani sbagliate, un motivo ci sarà. È molto interessante questo concetto: quest’inverno sono stato ospite alla scuola alberghiera di Brunico, ho pranzato con i docenti, e mi sono reso conto come anche nelle scuole un certo umanesimo stenti a fiorire. Certo, è importante insegnare a servire i piatti, così come sono importanti tutti i tecnicismi del mestiere, ma letteratura e psicologia sono altrettanto importanti per la formazione di chi in futuro lavorerà nel settore».
La triste deriva del turismo come lo conosciamo, che lei racconta nel libro e a cui stiamo assistendo, era prevedibile già ai suoi albori oppure si è perso qualcosa lungo la strada?
«Forse la svolta in negativo più determinante, pensando alle nostre micro-zone montane, si è avuta con il boom economico, una crescita esponenziale che ha superato di gran lunga lo sviluppo culturale. Si è persa in questo modo la capacità di riflettere attentamente e globalmente sulle cose, perché la necessità contingente era quella di superare la povertà, uscire dall’indigenza servendosi di quell’arma a doppio taglio che chiamiamo pecunia».
Una pecunia che, se presa da sola, paradossalmente impoverisce più che arricchire.
«Assolutamente e da sempre. Nell’Ottocento, César Ritz, padre della ricettività moderna, privatizzò le sale da pranzo, rendendo ancora più evidente la sperequazione fra ricchi e poveri. Un tempo esistevano, negli alberghi, delle grandi tavolate che permettevano ai benestanti e ai meno ambienti di consumare i pasti in un unico spazio e di dialogare, confrontandosi tra loro. Questo rendeva l’albergo una sorta d’istituto sociale, finanziato dai commercianti locali. Arriva Ritz e pensa bene di dividere i tavoli: ricchi con ricchi e poveri con poveri. Il senso autentico dell’ospitalità, in questo modo, si perse per sempre».
Forse in montagna questo trend è giunto però un po’ più tardi: mi vengono in mente i rifugi in quota e la loro frequentazione da parte di alpinisti “cittadini” accompagnati dalle loro guide “valligiane” e circondati da persone di vari ceti sociali, quasi “costrette” nello stesso luogo, che per forza di cose non poteva vantare grandi spazi.
«Senza dubbio. E magari è anche per questo che le terre alte, per quanto “urbanizzate”, faticano a seguire modelli di turismo che in pianura si sono ormai imposti come tradizionali. Allo stesso modo, però, non riusciamo a sottrarcene. Lei citava le guide alpine, che ancora adesso devono dimostrare una capacità di dialogo, apertura e ospitalità notevole, necessaria per poter passare intere giornate insieme ai propri clienti. Ma il maestro di sci, ad esempio, che storicamente faceva più o meno la stessa cosa, passando anche molto tempo libero con l’ospite che doveva formare, oggi trova la sua attività ridotta al mero insegnamento di curve perfette: una didattica spesso sterile, che segue una tabellina oraria quasi scolastica».
E qui si ritorna alla tematica di partenza: un’educazione sentimentale che manca all’ospitalità, così come forse manca alla scuola. Di fatto una didattica categoricamente suddivisa in tabelline orarie non funziona nemmeno nel mondo dell’istruzione.
«Sono derive che si ripetono uguali in tante dinamiche della nostra società. Il mondo non è diviso in comparti stagni, dobbiamo ragionare sulle relazioni interumane tout-court se vogliamo cambiare alcune tendenze. E va fatto nel nostro interesse. Se ci pensiamo, già la parola inter-esse suggerisce un rapporto e una relazione. Si tratta di “stare in mezzo” ad un ambiente, alle persone che ci vivono, riuscire a costruire ponti e non barriere. Il cliché della montagna isolata è una realtà, purtroppo: spesso abitanti e amministratori si isolano perché incapaci di dialogare come ente unico. Personalmente mi piacerebbe che le Alpi fossero unite a livello geopolitico come regione amministrativa unica. Questo permetterebbe a realtà diverse ma simili, dalla Valle d’Aosta al Trentino, di mettere in comune dilemmi, difficoltà, problematiche ma anche opportunità, per affrontare in maniera più compatta le sfide dell’oggi: da quella che io chiamo monocultura turistica, allo spopolamento delle valli, passando per i cambiamenti climatici».
A proposito di sfide odierne, quali politiche di sviluppo, applicabili già nel presente, potrebbero configurarsi come una risposta concreta ad un turismo massivo difficile da arginare nell’immediato?
«Sicuramente si può agire fin da subito contro lo spopolamento delle nostre valli, spalmando in modo coerente e intelligente il grande flusso di turisti che arriva negli hotspot montani, dall’Alta Badia a Cortina, fino a Courmayeur. Occorre diluire le grandi masse e fare in modo che i turisti scelgano di passare le loro vacanze in posti diversi o ancora da scoprire, dove non c’è questa grande affluenza che invece caratterizza le zone più blasonate. Se riusciamo a togliere un po’ di turismo dove già ce n’è tanto, si manterrebbero sotto controllo i costi delle abitazioni, al momento improponibili perché esorbitanti: un giovane non riesce neanche con le più buone intenzioni del mondo a comperarsi una casa qui, in Alta Badia. Spesso tendiamo a credere che la diminuzione di richiesta turistica sia il male supremo per una località che dell’ospitalità fa la sua ragion d’essere, ma in realtà sarebbe un primo passo verso una sana rivoluzione che permetterebbe alle giovani famiglie che vogliono vivere la propria vita in montagna di realizzare i loro progetti».
E qui la pecunia di cui parlavamo all’inizio ritorna ad avere una sua pratica importanza.
«Penso che il nostro hotel sia l’unico della zona a calmierare i prezzi in base alla provenienza degli ospiti: in buona sostanza, nel nostro bar, i locali pagano un caffè molto meno rispetto ai nostri ospiti tedeschi o americani. Altrimenti, in alta stagione, gli abitanti di Corvara faticherebbero davvero a trovare un caffè che costi meno di due euro: e questo non tutti possono permetterselo. Tornare ad afflussi turistici più sostenibili renderà anche i prezzi più sostenibili, favorendo una vita migliore per tutti, anche nelle piccole cose, come può esserlo un caffè al bar».
Uno degli strumenti da lei citati nel libro per riuscire a gestire la massa convogliandola anche altrove è la chiusura dei passi. Sul tema c’è anche l’impronta di un forte attivismo, ma dal suo punto di vista – al di là di ogni visione ottimista o pessimista di sorta – esiste margine per attuare concretamente una limitazione di questo tipo nel futuro, oppure si tratta ancora di un sogno quasi utopico?
«C’è sicuramente bisogno di una politica lungimirante per trasformare quest’utopia in realtà, anche se l’attivismo che lei cita di fatto può agire da importante propulsore. Le faccio un esempio: qualsiasi albergatore può scegliere in autonomia le modalità attraverso cui gestire le proprie prenotazioni. Nel libro auspico un regime di prenotazioni iper-dilatato nel tempo, con almeno 7 anni di anticipo. Potrebbe sembrare una boutade senza riscontro, ma se davvero un turista, soprattutto proveniente da Paesi d’oltreoceano, è intenzionato a visitare con la giusta consapevolezza – che è anche tempo, attesa e lentezza – le nostre Dolomiti, potrà pianificare senza sforzo o sacrificio la sua vacanza da qui a 7 anni. Non è uno scandalo o una chimera. Ecco, se la maggioranza degli albergatori di qui – invece che chiedere a gran voce un collegamento stradale con Passo Rolle, che sicuramente avrà come unico risultato quello di aumentare ancora di più i flussi disordinati che già conosciamo – cominciasse ad attuare politiche di prenotazione simili, le cose inizierebbero a cambiare da sé, senza bisogno di un intervento top down dei decisori politici, spesse volte più indecisi di quanto il loro nome suggerisca. Lo stesso discorso vale anche per la cosiddetta “tassa ambientale” che propongo nel libro: un newyorkese che decide di venire qui dovrebbe pagare di più rispetto ad un tedesco, per il semplice fatto che il suo tragitto e l’impronta ambientale che ne deriva è nettamente superiore, ergo inquina di più».
Nota da parte dei suoi colleghi una certa disponibilità a mettersi in gioco in questi termini, tentando di cambiare le cose senza che siano gli altri ad imporlo?
«Purtroppo l’intero mondo, non solo il settore dell’ospitalità, è mosso da un’inveterata domanda: perché cambiare le cose se tutto funziona benissimo anche così? Ed è legittimo chiederselo: sono tanto critico quanto autocritico, dunque mi domando a volte se non sia io a sbagliare, con le mie teorie balzane. Soltanto il tempo potrà dirlo, ma ciò su cui bisognerebbe forse insistere, a livello di riflessione collettiva e personale, è la questione in merito alla felicità. “Mi sveglio e do l’opportunità alla giornata che mi sta dinanzi di essere la più bella della mia vita” diceva Mark Twain: allo stesso modo io, privilegiato abitante della montagna, voglio essere mosso dallo scopo primario di essere felice, di vivere il mio giorno più bello. Che cosa devo fare per esserlo? È a partire da questo interrogativo che muovo il mio agire: sono felice se faccio il mio lavoro in un certo modo e se vedo il mio dipendente felice, perché soddisfatto e orgoglioso di quello che fa. Sono felice se mi sento coinvolto e partecipe all’interno della comunità montana che, volente o nolente, rappresento. Allo stesso modo, avere 40 cuochi che lavorano in armonia è una cosa bellissima e rende felici. Un altro esempio: tempo fa il mio chef di cucina ha chiesto al suo staff la disponibilità di partecipare ad un concorso interno, da lui organizzato, che consiste nel preparare un piatto con il cavolo nero come ingrediente principale, per poi assaggiarlo insieme al sottoscritto, in modo che il piatto migliore di questa piccola performance culinaria trovi infine posto nella carta invernale dell’Hotel La Perla. Le posso garantire che vedere dei cuochi che s’impegnano così alacremente su un semplice cavolo nero, perché partecipi in prima persona dell’evoluzione aziendale, è una cosa capace davvero di farmi commuovere. Vedere persone che lavorano non per me, ma con me, per creare qualcosa insieme, mi rende felice e appagato».
Forse allora – e arriviamo all’ultima domanda – è proprio dal “creare insieme” che si potrebbe impostare un dialogo con l’ospite stesso. Nel suo libro, parla alternativamente della montagna come “domenica della vita” o come “ricreazione”, eppure fra i due concetti la differenza salta agli occhi.
«Se la “domenica della vita” è riposo assoluto e totale, quasi passivo, come quello biblico di dio che dopo aver creato si ferma ad ammirare, sgravato da ogni responsabilità, la “ri-creazione” presuppone la forza di prepararsi a creare di nuovo: è un riposo attivo e partecipativo, al quale occorre educare l’ospite, ma anzitutto noi stessi quali abitanti delle terre alte. C’è bisogno di questo, insieme ad un nuovo desiderio di cultura personale, ispirato non soltanto dall’ambiente in cui siamo immersi ma anche dalla letteratura e dalla musica. Solo così la montagna potrà tornare ad essere quel luogo caratterizzato da un silenzio “abitato” e riposante che molti cercano ma che in pochi riescono a trovare».
di Monica Malfatti
