La montagna che forma dal basso: le scuole territoriali di politica

Percorsi Spericolati. Foto di Giulio Nascimben

di Sara Luchetta.

Il margine come luogo privilegiato del cambiamento, spazio “vuoto” all’interno del quale ricreare significati, prospettive, pratiche. La montagna del margine, quella di frontiera, l’area interna che guarda in faccia le forme più nere dello spopolamento, dell’impoverimento sociale, della frammentazione territoriale è un possibile spazio del cambiamento, della ri-progettazione. Pensando alle caratteristiche fisiche e sociali della montagna italiana, non è difficile viaggiare con il pensiero al capolavoro dei pensatori Gilles Deleuze e Félix Guattari, Mille piani (1980), all’interno del quale si discute, tra le altre cose, del rapporto dialettico e mai risolto tra spazio striato (lo spazio della griglia urbana, del controllo, della norma) e spazio liscio (lo spazio “vuoto”, fluido, del nomadismo). In un progressivo “svuotamento” di spazi montani un tempo densamente abitati e adesso in via di ridefinizione, lo spazio striato lascia posto a quello liscio come campo di possibilità e di traiettorie per (ri)pensare il presente e il futuro.

Ma facciamo un passo indietro: questo approfondimento, insieme alle interviste che compongono la newsletter, è dedicato alle scuole territoriali di politica che sono sempre più presenti in diversi contesti montani del Paese, scuole che nascono da quegli stessi territori, dal basso. In un contesto di progressivo e radicale allontanamento dei centri decisionali urbani dalle realtà più periferiche, una parte della montagna italiana sta diventando un vero e proprio laboratorio a cielo aperto di formazione politica territoriale. Il contrasto alla marginalizzazione è uno dei primi obiettivi: per decenni la montagna italiana è stata narrata come luogo della marginalità e del ritardo (Il mondo dei vinti di Nuto Revelli e Lassù gli ultimi del fotografo Gianfranco Bini sono tra i titoli di libri scritti tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70 che ben esplicano la narrazione marginalizzante della montagna, una narrazione che non ha ancora perso la propria forza), ma anche come luogo appiattito unicamente sulla dimensione turistica. Le scuole politiche nascono per restituire soggettività ai residenti, trasformando le terre alte da oggetto di politiche a soggetto attivo della propria governance.

La ricostruzione del tessuto sociale è un secondo obiettivo fondamentale delle scuole: in contesti dove i servizi calano e la solitudine aumenta (a causa di un calo demografico demoralizzante), la scuola diventa un presidio di socialità consapevole, uno spazio in cui il “restare” o il “ritornare” smettono di essere scelte individuali e diventano un progetto politico collettivo.

Per studiare i fili che uniscono le diverse esperienze in corso sul territorio nazionale, svisceriamo qui tre parole chiave: politica, rete, giovani.

Il termine “politica” abita le scuole territoriali nella sua accezione primaria, quella della gestione e della cura della cosa pubblica. Le scuole territoriali nascono dall’esigenza di presidiare il territorio come uno spazio di cittadinanza attiva in cui ricostruire la soggettività della montagna e rivendicare il diritto di chi vive in un territorio di definirne le priorità.
Per le scuole territoriali della Rete RIFAI (Rete Italiana Facilitatori Aree Interne) la politica è intesa come “restanza”, dove restare nelle aree interne non è un atto passivo o nostalgico ma una scelta politica radicale. Al centro della politica c’è il soggetto, il facilitatore, un mediatore che riconosce e connette le energie locali con le opportunità istituzionali, mettendo insieme comunità di progetto che condividono le forze per la gestione del territorio. La dimensione politica sta inoltre nel far tornare le competenze perse nelle terre alte in seguito alla continua migrazione di giovani in formazione. In breve, la politica delle scuole RIFAI è una politica del luogo: è la sfida di trasformare il margine da zona di abbandono a laboratorio di futuro.
Politica è anche la parola chiave che ritroviamo nella Scuola di ecologia politica in montagna, un’esperienza che nasce dall’Appennino emiliano e che conta attualmente anche una scuola attiva in Piemonte. L’ecologia politica, come recita il sito della Scuola, “è una disciplina che intreccia i fattori economici, sociali e culturali ai fenomeni ambientali, per interrogarsi – e interrogare il potere politico – su come possiamo positivamente incidere sulla crisi ecologica che il mondo sta attraversando.” Dunque il margine della montagna come luogo chiave (e politico!) per rispondere alla crisi che sta toccando tutti i territori del nostro Paese e del mondo intero. Si tratta di una questione di prospettive: è politica anche la scelta di adottare uno sguardo che osservi da distante i cortocircuiti dei modelli di sviluppo attualmente in vigore in gran parte del territorio nazionale. Nell’esperienza di questa Scuola, la politica è la cura del bene comune (acqua, boschi, pascoli) in un’epoca di crisi climatica e di crisi sociale. La politica diventa una governance comunitaria: l’idea cioè che chi vive il territorio debba avere gli strumenti critici per autodeterminarne le traiettorie di sviluppo. L’ecologia stessa è un atto politico, è la lotta di un territorio che decide consapevolmente sulla distribuzione delle risorse e sulla decostruzione del modello estrattivista nei confronti delle terre alte. 

La seconda parola chiave, la “rete”, riguarda tutte le esperienze di scuole politiche territoriali: non può esistere un’esperienza isolata, la direzione da seguire è la connessione, nel suo senso più materiale, quello di rompere l’isolamento tra le singole valli creando reti tra abitanti, lavoratori, attivisti, ricercatori. La rete RIFAI ne è di certo una testimonianza potente, promuovendo il localismo cosmopolita con il quale “i piccoli paesi non sono entità isolate ma nodi di un’unica rete che parla la stessa lingua, al di là dei confini, lavorando per un obiettivo comune: la garanzia di un futuro di sviluppo sostenibile per le Aree Interne” (dal sito della Rete). In un contesto geografico e sociale spesso segnato dalla frammentazione, la capacità di connettere territori ed esperienze diverse è uno dei motori del cambiamento. Della necessità di fare rete è testimonianza il pubblico che frequenta le diverse Scuole: pur trattandosi di scuole territoriali che nascono da peculiarità geografiche e sociali e su questa peculiarità formano i propri studenti e studentesse, a frequentarle troviamo persone che arrivano da tutta l’Italia. È anche questa la rete: imparare a leggere territori distanti per poi riportare uno sguardo e un modo di operare sul proprio territorio. Sia le Scuole politiche della rete RIFAI che la scuola Percorsi spericolati (promossa dalla fondazione Pittini in Friuli Venezia Giulia) raccontano un pubblico di ragazzi e ragazze provenienti da tutte le regioni d’Italia, un pubblico curioso, attento, aperto e pronto a mettere in relazione le proprie realtà e la propria identità con quelle altrui. Nella stessa direzione viaggiano le esperienze formative della Londa school of economics (nata per ripensare il paradigma economico urbano-centrico a partire dalle aree interne) che sono rivolte a persone che aspirano ad essere attrici del cambiamento e attivatrici di sviluppo nei territori marginalizzati. Nessuna chiusura localistica riguardo il proprio pubblico, ma una dichiarazione di intenti che fin da subito pone la necessità universale di ripensare il modello di sviluppo.

La terza parola chiave riguarda la materia prima di queste scuole, grazie a cui nascono e a cui vogliono giungere le esperienze formative: i “giovani”. Colpisce, ad un’esplorazione delle esperienze che stanno piano piano emergendo nel Paese, la lucidità pragmatica che contraddistingue quasi tutte le Scuole: il cambiamento nasce dalle giovani generazioni. Si tratta ancora una volta di ribaltare completamente una prospettiva fossilizzata: i giovani che restano o che arrivano nelle aree interne non sono quelli che non sono riusciti ad andare in città, ma quelli che hanno voluto restare o che sono voluti arrivare, come atto politico, e che quindi possono essere i motori del cambiamento. Rivolgere le esperienze formative alle giovani generazioni significa dare forma al protagonismo di fasce della società che in tanti e troppi contesti non hanno alcun ruolo. L’esperienza dei “Percorsi spericolati” è completamente gratuita (condizione fondamentale per l’accessibilità ai giovani) e si rivolge a ragazze e ragazzi tra i 18 e i 30 anni. La rete RIFAI è rivolta agli under 35. Nata nell’ambito della Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), l’Officina Giovani Aree Interne funge da piattaforma di formazione e progettazione per giovani amministratori e chi vuole mettersi in gioco come innovatore sociale. Insomma, il dato anagrafico è tutt’altro che marginale: portatori di sguardi nuovi all’interno di territori antichi costretti a ridefinirsi per sopravvivere, questi sono i giovani e le giovani che danno linfa vitale dal basso nelle scuole politiche della montagna italiana.

[pubblicato il 04 maggio 2026]

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