La scuola raccontata: breve viaggio per immagini

di Sara Luchetta.

Questo è un viaggio che, navigando attraverso spazio e tempo, esplora montagne vicine e lontane. È un viaggio alla ricerca di scuole, maestre e maestri, studenti e studentesse e i loro diversi sguardi, forme e significati. Un viaggio che si interroga sulla presenza (o assenza?) della scuola tra le pagine della letteratura contemporanea che ha deciso di raccontare la montagna.

La scuola è forse uno dei servizi più essenziali (se è possibile disegnare una classifica dell’essenzialità dei servizi di base) che un territorio è chiamato a fornire ai propri giovani cittadini e cittadine. Ma sappiamo anche che la scuola nelle aree interne italiane (quelle montane, ma non solo) è uno dei punti più critici: per fare una scuola servono bambine e bambini, ragazze e ragazzi, e nella recessione demografica che stiamo vivendo, e che interessa in maniera più incisiva le aree marginali del nostro Paese, questi piccoli portatori di interesse stanno diminuendo in maniera drastica. Da qui le domande che ormai ogni comunità della montagna è chiamata a porsi: è legittimo tenere aperta una scuola dell’infanzia con poco più di cinque bambini? Si possono tenere in piedi scuole che si reggono su pluriclassi quinquennali che contano in totale al massimo quindici alunni? Quali sono i significati e gli effetti della chiusura di una scuola? Ma che valore ha la rivendicazione di un diritto all’istruzione in un territorio demograficamente sfilacciato, che fatica a tenere insieme i servizi che gli permettono di continuare ad esistere? Sono domande che hanno implicazioni molteplici: legislative e politiche (le scelte che ogni anno un Ufficio scolastico territoriale compie decidendo chi deve chiudere e chi invece può rimanere aperto, seguendo la normativa vigente che permette ai territori montani di superare alcuni scogli meramente numerici), di certo economiche, ma anche culturali e sociali.

Questo viaggio però non è un viaggio tra aperture e chiusure di scuole, ma tra le narrazioni delle difficoltà e delle meraviglie che una scuola porta su un territorio di montagna. Il viaggio è un viaggio per immagini, piccole scene che prendono forma attraverso le parole.

La prima immagine non appartiene a un romanzo scritto, ma a un racconto orale di vita vissuta tramandato di generazione in generazione: sono gli anni Quaranta del secolo scorso, e la guerra si è appena conclusa. Siamo in una piccola valle dell’alta provincia di Belluno. È l’alba di un lunedì e un maestro elementare di poco più di trent’anni si accinge a iniziare la propria settimana lavorativa: a piedi si reca nella frazione di un paese vicino al suo in cui rimarrà tutta la settimana; tornerà a casa forse a metà della settimana, per poi ripartire a piedi per sentieri che oggi turisti e valligiani percorrono per svago. La frazione della scuola in cui lavora dista oggi circa quindici minuti di automobile, ma negli anni ‘40 le automobili sono pochissime, le strade ancora meno e per lavorare si vive un tipo di pendolarismo pedonale che ci fa sorridere, quasi increduli. Oggi, ben servita da una strada asfaltata, quella scuola è chiusa.

La seconda immagine ci viene invece consegnata da un romanzo che arriva da lontano. Siamo sulle montagne del Kyrgyzstan, in Asia centrale, lo scrittore si chiama Tschingis Aitmatov e il romanzo si intitola Il primo maestro, pubblicato per la prima volta nel 1961, tradotto in Italia per la casa editrice Marcos y Marcos nel 2020. Come in molte delle altre immagini che compongono questo viaggio, il punto di vista non è quello adulto ma quello dell’età che sta al confine tra l’infanzia e la prima giovinezza. Siamo nel 1924 e la protagonista di questo romanzo è una ragazzina orfana che vede arrivare nel suo piccolo paese un giovane uomo che ha imparato a leggere e scrivere sotto le armi. Il giovane propone alla gente del paese di mettere in piedi una scuola in una vecchia scuderia dismessa, per permettere a bambini e bambine di imparare a leggere e scrivere. Il paese male accoglie la proposta dell’uomo: quella che ne emerge è la prospettiva patriarcale, rurale e arretrata di una comunità che crede che l’unico valore possibile sia riconducibile al lavoro manuale e al sostentamento materiale della famiglia, ai campi e alle bestie: “A che ci serve una scuola? […] Saper leggere e scrivere serve ai dirigenti, mentre noi siamo semplici popolani” (p. 32). La ritrosia degli abitanti viene superata grazie alla tenacia del giovane che ogni mattina andrà a prendere bambini e bambine (senza differenze di genere) nelle loro case per portarli nella scuola improvvisata nella scuderia. La protagonista quattordicenne, anche se già in età da marito, riesce a ottenere il permesso di andare a scuola: “Guardatemi! Come sono orgogliosa. Studierò, andrò a scuola e porterò con me anche altri” (p. 42). Il diritto all’istruzione è fortemente rivendicato dalla protagonista come principio di libertà e di autodeterminazione che il giovane maestro (“il primo maestro” del titolo) farà fiorire e crescere come i pioppi piantati sulla collina della scuola in una primavera luminosa. Le difficoltà del territorio, il piccolo paese isolato, le fatiche del sostentamento non riusciranno a fermare una scuola che, ancora prima di essere uno spazio fisico, è un modo di pensare e di pensarsi nel mondo.

La terza immagine ci riporta sulle montagne di casa: siamo in un piccolo paese delle Alpi orientali. Il protagonista è di nuovo un bambino, quasi un ragazzino, al confine con l’adolescenza. Si chiama Tonìn ed è attraverso i suoi occhi che viviamo la quotidianità contadina e le sue fatiche negli anni ‘50 del secolo scorso. Il romanzo è Paesi alti (edito da Biblioteca dell’Immagine, 2015) dello scrittore Antonio G. Bortoluzzi. Tonìn ha già molta vita sulla schiena, tra le difficoltà date da un padre che stagionalmente migra all’estero alla ricerca di un lavoro più sicuro e una madre scontrosa, dura, che soffre di pesanti problemi di salute. Tonìn è un altro sguardo possibile sulla scuola, uno sguardo che incarna una prospettiva molto simile a quella della comunità di montagna narrata da Aitmatov: una scuola che è in parte un luogo in cui si spreca il tempo che dovrebbe essere invece mirato alla sopravvivenza di campi da coltivare in pendenza e poche bestie da governare. “La scuola è una gran merda schifosa. Da dargli fuoco, come avevano fatto i tedeschi con le case vicino al ponte durante la guerra” (p. 15); per Tonìn la scuola è un luogo di costrizione in cui il maestro, ad ogni movimento inconsulto dello scolaro, non esita ad alzare le mani. Un luogo che ruba il tempo all’aria aperta, alle corse, alla presunta libertà. Questo pensiero è l’incarnazione dell’idea comune della gente contadina che abita il libro e lo ritroviamo – duro e ironico – quando il padre di Silvión, ragazzino di undici anni che è arrivato solo fino alla terza elementare ma che grazie ai lavori che svolge per la maestra sta imparando tutte le tabelline, afferma deciso: “Basta consumare scarpe su e giù per la strada, ringrazia la signora maestra e dille che noi abbiamo solo dieci pecore e due vacche e ci basta la tabellina del cinque” (p. 53). Eppure, nell’ambiguità che la letteratura sa incarnare, tra le pieghe del pensiero di Tonìn si infila un’altra idea: quella che la scuola sia un luogo da salvare, perché in fondo è l’unico luogo in cui può vedere abitualmente Emi, la ragazzina verso la quale prova un sentimento ancora sconosciuto.

La quarta immagine è una scuola messa in piedi in fretta e furia in una stalla o in una cantina, in una soffitta o in una canonica: è la scuola clandestina raccontata nella prima parte del romanzo Resto qui (Einaudi, 2018) di Marco Balzano. È la scuola in tedesco che le maestre altoatesine di Curon Venosta cercano di salvare nel momento in cui (siamo nel 1923) Benito Mussolini avvia il programma di italianizzazione forzata dell’Alto Adige e costringe le scuole ad insegnare unicamente in italiano, tramite l’assunzione di maestri provenienti da territori esterni all’Alto Adige. Lo sguardo che ce la racconta è quello di Trina, la protagonista, giovanissima maestra che racconterà in tutto il libro la vicenda della costruzione del bacino idrico di Resia che sommerse definitivamente nel 1950 il vecchio borgo di Curon. Ma prima di entrare nella lunga vicenda della costruzione del bacino, la protagonista ci racconta una scuola proibita in cui giovani donne disobbediscono alla legge portando avanti la propria identità culturale e linguistica. Una scuola che è la rivendicazione di esistenza, che si fa strumento di resistenza e di lotta non armata, sottile e silenziosa. Di nuovo, una scuola che non è solo uno spazio fisico (se fosse solo questo, sarebbero poche sedie messe insieme in una stalla o in una cantina) ma un modo di stare nel mondo.

[pubblicato il 04 agosto 2026]

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