Una montagna che educa: metafore letterarie a confronto

di Sara Luchetta.

Una montagna che insegna, che educa, che mostra e dimostra: quante sono le metafore legate alla sfera pedagogica che quotidianamente attribuiamo alle terre alte?

La montagna viene da lungo tempo immaginata come un’enorme creatura dotata di capacità cognitive (e di volontà), in grado di incidere e modellare la vita umana. Una montagna dotata diagency (la capacità di agire intenzionalmente), che ritroviamo riprodotta in molte metafore quotidiane che disegnano gerarchie in cui l’essere umano impara, segue consigli, ascolta (o non ascolta, e allora la montagna da maestra diventa la Parca che recide i fili della vita). Queste metafore sono riprodotte in tanti e diversi contesti della vita umana: dai discorsi politici, alle riflessioni antropologiche sui cambiamenti del rapporto umano con lo spazio montano, al linguaggio del marketing, alle tante narrazioni verbali o visuali che mettono la montagna al centro.

È proprio alla dimensione narrativa o, per meglio dire, alla dimensione letteraria che possiamo guardare a questo con interesse: la letteratura ancora una volta si fa strumento per comprendere in quali modi e con quale potenza la metafora della montagna educante si riproduce. Lo faremo qui attraverso tre libri diversissimi, appartenenti a due tempi lontani (la metà del secolo passato e la contemporaneità) e scritti per pubblici di età diverse.

Il primo romanzo appartiene alla collana editoriale “Caprioli”, una collana di narrativa per ragazze e ragazzi frutto della collaborazione tra la casa editrice Salani e il CAI. Si tratta del romanzo Montagna si scrive in stampatello di Davide Longo (2023). Il romanzo è narrato in prima persona: la voce è quella di Davide, un bambino di seconda elementare che con la madre partecipa a un trekking sulle Dolomiti di Brenta nell’ambito della rassegna “I suoni delle Dolomiti”. I due, insieme ad altre sessantotto persone, seguono per alcuni giorni il noto violoncellista Mario Brunello lungo sentieri più o meno impervi, ascoltando di tappa in tappa l’esecuzione di diverse suite di Bach. La montagna è raccontata attraverso gli occhi del bambino (la sua voce si può ascoltare attraverso la forma della narrazione, che segue i pensieri del piccolo protagonista e il suo modo di percepire il mondo). All’inizio le Dolomiti hanno la forma di un luogo ignoto e pericoloso, prospettiva che cambia man mano che l’esperienza in cammino prende forma. L’intero libro ha a che vedere con la metafora della montagna educante: prima di tutto è una montagna che educa alla relazione. Il rapporto tra la madre e il figlio (in una situazione problematica in cui i rapporti tra i genitori separati sono densi di attriti e rancori) si rafforza in maniera considerevole durante il cammino, e soprattutto in grazia all’esperienza del (quasi) perdersi nel bel mezzo di un bosco. Quello è infatti il momento in cui Davide scopre che la sua mamma, con tutte le sue debolezze, merita la fiducia incontrastata che lui le dona. La montagna educa, con ironia, anche lo sguardo: nel momento in cui il percorso prevede un tratto in arrampicata, Davide conclude che “salire in questo modo ti fa notare i sederi della gente che sono molto sottovalutati. […] Adesso mi accorgo che sono molto diversi uno dall’altro e ognuno ha il suo, come per tutte le cose personali” (p. 85). Sempre il luogo in cui il protagonista e gli altri hanno arrampicato ritorna nei pensieri di Davide come un elemento iconico della montagna intera che sembra “un posto che fa paura, così buio e stretto, ma in fondo ti protegge e ti porta verso l’alto e qualcosa di bello” (p. 89). Mettendolo di fronte alle sue paure di bambino (non meno potenti e invalidanti delle paure dell’età adulta) la montagna insegna a Davide la mutabilità delle prospettive, la possibilità di cambiamento: una montagna fatta di orsi, lupi e aquile che “possono gettarsi in picchiata dall’alto e strapparti i capelli” (p. 14) diviene un luogo in cui superare le proprie paure:  “Mi è piaciuto [il trekking] e poi non ci sono stati problemi con le aquile” (p. 130).

Il secondo romanzo che entra doverosamente nella rosa di questo approfondimento è forse il più efficace, potente e meno retorico romanzo pubblicato in Italia per raccontare l’esperienza della Resistenza. Si tratta de I piccoli maestri, dello scrittore vicentino Luigi Meneghello (1964). Pubblicato a quarant’anni dall’esperienza di lotta civile resistenziale a cui Meneghello stesso (poco più che ventenne) aveva partecipato, è un romanzo che riesce a leggere e narrare con lucidità, ironia e una fine capacità analitica una delle esperienze che ha segnato la storia del nostro Paese. I piccoli maestri racconta di un’esperienza partigiana corale e individuale allo stesso tempo che si svolge in diversi luoghi del nord-est dell’Italia. Il luogo tuttavia che qui ci interessa maggiormente per sondare le forme della montagna educante è l’Altipiano dei Sette Comuni (Vicenza) nel quale Meneghello e i compagni vivono i momenti più intensi della lotta (“quel dono alto e compatto di Dio che è il bastione dell’Altipiano”, p. 66). L’Altipiano entra nella narrazione come una creatura viva, con la sua pelle (le distese infinite e dolci di pascoli e boschi che si protraggono dal suo centro verso le creste montuose ai suoi confini), le sue ossa (le rocce che lo formano, i monti nudi a nord della conca di Asiago, “la parte più vera dell’Altipiano”, p. 67), la sua pancia (le cavità ipogee date dalla natura carsica del territorio). Questa creatura viva accoglie e forma i protagonisti alla lotta, alla vita, alla libertà; li forma come giovani “apprendisti italiani” facendoli crescere e ponendo le basi di quello che diventeranno nella vita. Oltre ai maestri umani (tra cui non scordiamo la figura fondamentale di Antonio Giuriolo, comandante partigiano e maestro civile che trasforma i giovani ragazzi in cittadini consapevoli), il paesaggio dell’Altipiano contribuisce a dare forma al pensiero dei giovani personaggi: “Fu in queste settimane, credo, che ci entrò così profondamente nell’animo il paesaggio dell’Altipiano. […] A mano a mano le parti vive, energiche, armoniche del paesaggio prendevano il sopravvento sulle altre, e presto trionfarono dappertutto, e noi ne eravamo come imbevuti. Le forme vere della natura sono forma della coscienza. […] Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi, e quel paesaggio s’è associato per sempre con la nostra idea di libertà.” (p. 111). La montagna con la sua conformazione (“eravamo sopra l’Italia, arroccati”, ivi) e le forme di cui è composta (“un mondo organico”, ivi) è un universo che non solo contiene i protagonisti, ma li guarda, li culla, li cresce. Tanto che il distacco dalla montagna stessa verso la città di Padova, alla fine del libro, viene narrato con nostalgia: “Benedetta la nostra Tebaide, dove cercavamo l’acqua negli anfratti della roccia, e il corvo ci portava la polenta e la margarina!” (p. 208).

Il terzo romanzo da esplorare appartiene alla contemporaneità, anche se il racconto è ambientato nel 1961-’62 ; si tratta di Fronte di scavo di Sara Loffredi (2020), un romanzo che racconta i lavori per lo scavo del traforo del Monte Bianco, che collega Courmayeur (Italia) a Chamonix (Francia).Fronte di scavo è uno dei pochi romanzi contemporanei che racconta la dimensione lavorativa legata alla montagna (e soprattutto un lavoro diverso da quelli iconicamente attribuiti allo spazio montano come la pastorizia e l’agricoltura). È un romanzo che nelle note di chiusura dichiara: “Questa è una storia vera e allo stesso tempo non lo è”, facendo riferimento all’intreccio tra la realtà dei lavori di scavo, raccontati con grande precisione e studio, e i personaggi finzionali che abitano la storia per darle la forma che ha e raccontare “lo scavo che avanza nel ventre della montagna e nell’animo di Ettore”. Ettore è la voce narrante, giovane ingegnere che arriva per seguire il traforo e che si porta sulla schiena una serie di nodi legati al passato. Con il cantiere incontrerà alcuni personaggi che gli permetteranno di scavare sempre più a fondo nelle pieghe del tempo, ma soprattutto incontrerà la montagna: “Sopra di noi, o meglio tutt’intorno, c’era Lei. La prima vetta delle Alpi eppure con quella base più stretta, che pareva disegnata apposta per essere scavata” (p. 4). La montagna è una presenza quasi umana (o sovrumana), che controlla, decide, parla (Ettore: “Sento la voce della montagna – dissi – A volte mi entra nella testa e non ne esce”, p. 74). E la voce della montagna è una voce che avverte riguardo i limiti invalicabili, che l’uomo si prenderà la briga di valicare. L’insegnamento – continuo, pressante – non è colto: i lavoratori della galleria purtroppo pagheranno l’incapacità di ascolto con un alto tributo di vite umane. I pericoli giungeranno dal ventre della montagna e dalla sua pelle: il primo morto cade trapassato da una trivella scaraventata dalla pressione altissima di una faglia di acqua glaciale (il continuo rilascio di acqua durante lo scavo è il segnale più eclatante che la montagna restituisce allo scavare umano); altri personaggi pagano con la vita dopo che due valanghe di dimensioni mostruose colpiscono il cantiere che si trova in mezzo al loro percorso. Di nuovo, nei pensieri di Ettore: “La Regina Bianca mi aveva tradito, scatenando la valanga. Avevo trovato il passo, retto la sua voce, ma non era bastato. Hervé aveva ragione: avrei dovuto ascoltare. Ero convinto che la potessimo domare, che si sarebbe piegata al nostro volere, ma lei era antica, sapiente, vigorosa. […] Aveva richiesto un tributo di vite e ottenuto qualcosa che ai suoi occhi doveva apparire giustizia” (p. 108). Anche inFronte di scavo dunque la montagna è viva, parla, insegna, ma la prospettiva è completamente diversa: i suoi duri insegnamenti non lasciano scampo.

[pubblicato il 23 aprile 2026]

_____________________________________________

Vedi altri approfondimenti sul tema EDUCARE

Documenti disponibili: