Una conversazione con Paolo Costa per approfondire, a partire dal libro L’arte dell’essenziale. Un’escursione filosofica nelle terre alte, alcuni aspetti centrali del rapporto tra uomo e montagna. Il dialogo si è articolato attorno a cinque parole-chiave — soglia, diagonalità, tempo, risonanza, amore — che diventano strumenti per riflettere, attraverso il caleidoscopio delle terre alte, sui nostri modi di essere al mondo.
Centrale nel tuo lavoro è il concetto di soglia: cosa rappresenta la soglia, e che ruolo ha nel modo in cui entriamo in relazione con la montagna?
Il tema della soglia, che può sembrare tecnico, è in realtà un modo per parlare del nostro stare al mondo. Alla base c’è un rompicapo esistenziale. Se si immagina il venire al mondo come un passaggio di soglia, allora la nascita rappresenta un enigma persino più intricato della morte stessa. L’immagine dell’attraversamento ha un’enorme forza evocativa, perché ci mette di fronte a un limite fisico e allo stesso tempo cognitivo, di significato: ci suggerisce, cioè, che per entrare in un mondo, in un luogo, in un contesto devi attraversare una frontiera, superare un limite. È interessante notare come la parola soglia rimandi al linguaggio della casa, dell’abitare. La soglia è quindi anche una figura d’ospitalità: ti invita a entrare, ma ti chiede rispetto.
La Val Zoldana – lo spazio montano del mio libro – ha proprio questa caratteristica morfologica. Per raggiungerla devi infilarti in una gola scavata dal fiume Maè e passare curve su curve che ti danno fisicamente l’idea che per entrare in quel luogo bisogna attraversare una soglia. È quasi un rito di passaggio, che ti permette di compiere un cambiamento di stato, postura, sguardo, linguaggio. L’idea della soglia mi è servita per spiegare perché il rapporto con la montagna non sia mai immediato: servono disponibilità, apertura, attenzione. Varcare una soglia implica la disponibilità a confrontarsi con l’altro da sé, a lasciarsi cambiare, a diventare altro. La soglia è quindi anche un dispositivo di conoscenza: nel momento in cui la attraversi, conosci qualcosa di te e del mondo.
Poi, certo, può esserci anche una modalità distratta di attraversamento della soglia, come accade talvolta nella frequentazione turistica dove non si verifica nessun passaggio di stato e si crede di potersi appropriare dei luoghi visitati assimilandoli a noi stessi, quasi fossero una mera eco o un riflesso delle nostre vite quotidiane. Quando manca la consapevolezza della soglia, però, si perde la dimensione profonda dell’esperienza, si diventa consumatori superficiali.
Nel tuo pensiero ricorre spesso la diagonalità: come può lo sguardo obliquo aiutarci a comprendere diversamente la montagna?
Affiancare l’immagine della diagonalità a quella più classica della verticalità ci consente di mettere a confronto due modi diversi di fare esperienza della montagna. L’approccio diagonale si oppone alla visione frontale e verticale: è uno sguardo alternativo, più vicino al movimento reale delle cose e delle storie che attraversano e popolano la montagna. La diagonalità è una dimensione osservabile anche nel comportamento degli animali: nei boschi, le linee diagonali tracciate dai cervi rivelano percorsi nascosti e se hai la lucidità di seguire queste tracce ti conducono in luoghi inaspettati.
La diagonalità è quindi un modo poliforme di percepire e abitare lo spazio alpino. È un vincolo morfologico dell’ambiente montano, ma è allo stesso tempo un’offerta “agentiva” di quel luogo: un’opportunità per modificare il proprio atteggiamento verso il mondo. Il pensiero obliquo è un prezioso strumento filosofico per comprendere e trasmettere l’essenza della montagna, per coglierne le implicazioni non solo estetiche, ma anche politiche e sociali. Essendo una condizione in fondo banale del paesaggio montano, essa coinvolge tanto l’esperienza personale quanto le scelte collettive e di governo del territorio.
La diagonalità, tra l’altro, è un topos della rappresentazione della montagna che troviamo nell’arte, ma anche nei disegni dei bambini e perfino nella scrittura. In queste forme di rappresentazione e narrazione vediamo riflessa la tensione strutturale tra verticale e obliquo, personale e collettivo, fretta e lentezza, che caratterizza la condizione umana in quanto tale.
La lentezza è spesso associata alla montagna: che tipo di esperienza del tempo offrono le terre alte e in che modo può modificare il nostro modo di percepire e vivere la quotidianità?
La montagna consente di fare esperienza diretta di un tempo profondo, diverso dal nostro modo consueto di padroneggiare il tempo grazie a dispositivi che ti permettono, a seconda dei casi, di “valorizzarlo” o “ammazzarlo”. D’altra parte, nelle nostre vite funziona così: il tempo occorre farlo fruttare al massimo e non annoiarsi mai. Tuttavia, la duplice misura del tempo ci è familiare ed è presente in tutte le culture, dove esistono sempre il tempo del lavoro e quello della festa, il tempo profano e quello sacro. Oggi assistiamo a una progressiva omogeneizzazione dei tempi della vita, che può anche metterci a disagio. Ce ne accorgiamo, in genere, quando le abitudini vengono meno, il tempo si addensa e scorre in modo diverso, smascherando la nostra difficoltà di vivere nella lentezza e di accettare che esistono piani temporali diversi nelle nostre vite. Basta pensare al tempo lungo del lutto. Ci sono molte persone oggi che vanno nel panico all’idea di non avere più a disposizione strategie per “ammazzare il tempo”.
La strategia, in genere, è quella di saturare, non lasciare tempi morti. In montagna, però, questa via di fuga è meno efficace. In montagna serve pazienza. La frequentazione della montagna può diventare così un’occasione preziosa per sperimentare le varie modulazioni del tempo. La montagna ti insegna a usare il tempo a trecentosessanta gradi, massimizzandolo quando serve, ma anche calandosi di tanto in tanto nel tempo profondo, in bilico precario tra nostalgia e noia. Nel libro, per restituire questa percezione complessa del tempo, mi servo a volte della densità del linguaggio poetico. Anche la poesia richiede notoriamente pazienza: è un uso coraggioso delle parole che si fa carico della complessità. A me sembra che ci sia una sorta di poesia naturale nella morfologia montana che consente di raccontare un tempo che è allo stesso tempo soglia, risonanza, ritorno all’essenziale.
Cosa significa entrare in risonanza con la montagna?
La risonanza, per come la interpreto io, è anzitutto un modo di fare i conti con il difficile equilibrio tra necessità e libertà nelle nostre vite. Per entrare in risonanza con un luogo, una persona, un prodotto della creatività umana si deve azzeccare il giusto punto di bilanciamento tra attività e passività, tra il dare e il ricevere. Ora, se c’è una cosa che ha fatto la civiltà moderna, è proprio liberare l’iniziativa, la creatività, la produttività umana. La modernità è l’età della libertà individuale e del prometeismo dell’Homo faber. Ma se vogliamo che il mondo resti un luogo risonante, dobbiamo avere cura che la presenza dell’uomo non sia strabordante, eccessiva. E questo vale tanto più per la montagna, proprio perché è un luogo morfologicamente diagonale: né puramente orizzontale, né puramente verticale – né piatto né sublime.
La risonanza, insomma, non è una roba solo di testa, ma ti è trasmessa anzitutto dal corpo. Risuonare è captare un senso e un valore, indipendenti dal tuo desiderio, attraverso il corpo. Questo modo di entrare in relazione attiva/passiva avviene in maniera più fluida nei bambini, che hanno un contatto originario con il mondo meno dipendente dal linguaggio e dall’astrazione. Per questo all’inizio de L’arte dell’essenziale cito due versi della poetessa Louise Glück che dicono con grazia che le cose essenziali sul mondo le capiamo da bambini, tutto il resto è ricordo.
In una civiltà costruita attorno alla difesa e all’affermazione della libertà di consumare, viaggiare, le esperienze risonanti sono lì a ricordarci che non può esserci libertà autentica senza una qualche forma di relazione con un’alterità che ci determina. Libertà e necessità sono le due facce di una stessa consapevolezza profonda, che può maturare più facilmente in un contesto naturale montano perché è veicolata dal corpo stesso, dal respiro, persino dalla pianta dei piedi.
Nel tuo percorso di riflessione sta assumendo un ruolo sempre più centrale il concetto di amore: ce lo racconti?
Il libro che ho appena finito di scrivere è incentrato proprio sul tema dell’amore per la montagna. Nel testo, in maniera un po’ provocatoria, pongo la questione in una chiave schiettamente romantica, persino erotica. D’altra parte, che cosa c’è di più essenziale dell’amore nelle vite umane? Ma si può amare un paesaggio? Nella mia esperienza l’amore per la montagna ti dà la possibilità di esplorare trasversalmente le varie facce dell’amore: l’amicizia, l’amore per tuo padre, per tua madre, per i figli, l’amour-passion, la generatività miracolosa dell’amore, ma anche l’amore che ti salva dalla disperazione, dall’insensatezza e, più spesso di quanto crediamo, da noi stessi. L’amore ha in sé una generatività iperbolica: è come una forza che riesce a curare ferite che sembrano incurabili, a rimettere in moto ciò che era fermo.
Al contempo, l’amore richiede però di accettare la propria esposizione: sei alla mercé di ciò che ami, sei passivo, disarmato, vulnerabile. Ed è forse proprio in questa passività accettata, persino goduta, che si rivela la verità più radicale dell’amore. Se ci pensate, lo scandalo del Dio cristiano è lo scandalo di un Dio che ama, e per questo si espone, si lascia toccare, si fa debole: se Dio ama veramente la sua creatura, allora ne subisce il potere – si svuota, come un amante che assiste impotente allo spostamento dell’asse della propria esistenza.
Così capita anche con l’amore per la montagna. C’è dentro di tutto: amicizia, innamoramento, disamoramento, una relazione allo stesso tempo filiale e parentale, di affidamento e custodia, e anche il senso di un amore che va oltre ogni misura. E come tutti gli amori è loquace: ti spinge a parlare, parlare, parlare, come sto facendo anch’io adesso. Le conversazioni sulla montagna sono disordinate e bellissime. Hanno dentro di sé fratture, cicatrici, epifanie che sono la sostanza stessa del legame che chi ama la montagna è chiamato in qualche modo a riconoscere. Ciascuno di noi può dare un piccolo contributo a questo sforzo. Ne vale la pena.
