Il turismo montano è ancora in grado di produrre nostalgia?

Dalle prime esplorazioni all’avvento della frequentazione più squisitamente turistica: com’è cambiato nel tempo – e come potrebbe cambiare ancora – il rapporto fra visitatori e terre alte.

«Pecca ugualmente chi all’ospite, che non vuole partire, fa fretta, e chi, mentr’egli già parte, lo ferma. L’ospite va ben trattato, se resta. Ma lasciato partire, se vuole».
Questa piccola regola aurea dell’accoglienza sembra uscita da un manuale moderno. Di più, contemporaneo. Così com’è di fatto estremamente contemporanea la capacità di lasciar partire e lasciar andare, superando quelle logiche di fidelizzazione e richiamo sfrenati che regolano oggi il turismo di massa. Questi brevi versi sono però tratti dall’Odissea, libro XV, e pronunciati da re Menelao al suo ospite Telemaco, figlio di Ulisse, intenzionato a tornare finalmente a casa dopo aver viaggiato invano alla ricerca del padre. C’è chi fa nascere il turismo – inteso come l’intrecciarsi di dinamiche quali il viaggio, la scoperta e l’accoglienza – con l’Odissea, nell’VIII secolo a.C. E se può sembrare fantasioso crederlo, è sicuramente con questo poema epico che fa la sua prima comparsa un sostantivo capace nei secoli di alimentare il turismo stesso, foraggiando proprio quelle dinamiche di viaggio, scoperta e accoglienza che ne determinano i contorni.  Nell’Odissea assistiamo infatti al primo utilizzo della parola nostalgia, intesa come dolore (dal greco “άλγος, algos”) del ritorno (“νόστος, nostos”). La nostalgia è dunque una strana mancanza, progressiva e non regressiva, del luogo visitato e dell’esperienza vissuta. Progressiva e non regressiva perché serba in sé la speranza di poter rivedere quel luogo in futuro, di riprogettarlo ancora, senza limitarsi a riportarlo alla mente con la memoria.

Sempre nell’epica antica, i singoli episodi tratti da un ciclo di racconti venivano chiamati “tracce”, così come la traccia è anche quella che l’uomo lascia sulla terra camminando. Cammino e racconto, territorio e mappa, viaggio e ricordo arrivano dunque a coincidere. Ed è proprio ai loro interstizi che nasce l’esperienza: quando un vissuto diventa raccontabile, incarnandosi nella parola. In caso contrario, altrimenti, resterebbe niente più che un frammento insensato di tempo che passa. Allo stesso modo, tuttavia, fare esperienza non significa accumulare massivamente un’infinità di vissuti come se fossero esperimenti, ma riconoscersi in un vissuto e “venire alla luce” grazie a quello, fosse anche uno soltanto. Declinando tutti questi concetti sul turismo che oggi conosciamo, appare evidente come esso sia definibile parimenti in termini di viaggio esperienziale, il quale necessita di essere raccontato e tendenzialmente provoca nostalgia – o dovrebbe farlo.

Esperienziali furono anche i viaggi portati avanti, nel corso dell’Ottocento, da singoli esploratori – del tutto assimilabili all’Ulisse da cui siamo partiti – che si mossero verso una scoperta geologica e botanica delle Alpi. L’esperienza, in questi casi, era quella dell’ignoto e del nuovo: qualcosa in grado di arricchire e fornire innovativi spunti alle conoscenze acquisite fino ad allora. Fu così che il biologo John Ball si avventurò in Dolomiti, in una maniera del tutto analoga a quella che un secolo prima aveva spinto Horace-Bénédict de Saussure a commissionare la prima ascensione del Monte Bianco, nell’estate del 1786: un’impresa – scientifica – che fu considerata da molti come la nascita ufficiale dell’alpinismo. Il primo approccio alla montagna, dunque, fatto di misurazioni, studi, esperienze che si traducevano letteralmente in esperimenti, sembra lontano anni luce da quel turismo montano che caratterizzò poi la fine dell’Ottocento, rimodulandosi durante tutto il corso del secolo successivo. Un turismo che vede nella montagna una fonte di svago e relax, non certo di studio e scoperta.

Gli Appennini, in questo senso, ci offrono un’ulteriore chiave di lettura in merito a ciò che spinse primariamente le persone “non montanare” – e dunque i non-abitanti delle terre alte – a frequentarne comunque gli spazi. Se infatti la prima scalata della storia, come detto sopra, avvenne nelle Alpi a metà Settecento, già nel 1573 Francesco De Marchi – all’allora veneranda età di 69 anni – conquistava, sul Gran Sasso, il Corno Grande, che con i suoi 2.912 metri è ancora oggi la cima più elevata dell’intera dorsale appenninica. Certo, per impegno, sforzo fisico e dislivello complessivo, il Monte Bianco fu tutt’altra cosa. Ma le motivazioni che spinsero De Marchi in vetta suggeriscono stimoli che ritroveremo nel turismo montano di secoli più tardi. La curiosità scientifica infatti aveva lasciato il posto ad un desiderio quasi spirituale di riconnessione con la natura e le sue altezze. Dopo aver portato a compimento l’impresa, infatti, De Marchi scrisse nei suoi diari parole poetiche e potentissime, fra cui ricordiamo quel «mirand’all’intorno, pareva che io fussi in aria» che conclude il racconta della giornata trascorsa. Andare in montagna, dunque, per “mirare all’intorno”: di fatto, fu la prima volta che accadde o comunque la prima volta di cui se ne ebbe attestazione. Non pago, il giorno seguente, accompagnato dagli stessi sodali che l’avevano seguito sul Corno Grande, De Marchi decise di esplorare gli anfratti della Grotta a Male, nei dintorni di Assergi, ancora una volta senza alcuna velleità scientifica a muoverne gli intenti. Arrivato sul fondo della grotta, De Marchi vi incise una croce, tuttora visibile, siglando la prima visita in senso speleologico di un anfratto: l’inizio della speleologia in Italia e probabilmente nel mondo.

Se a spingere le esplorazioni delle nostre montagne fu dunque una soluzione ben mescolata di ragioni scientifiche e slanci personali, i secondi inizieranno a prevalere soprattutto con la rivoluzione industriale e l’avvento di un orizzonte urbano sovraffollato e caotico. «Chi se lo poteva permettere – scrive lo storico dell’alpinismo Serafino Ripamonti in un suo saggio – si rivolse alle vallate alpine, cercandovi un eden perduto di armonia e salubrità, pace e bellezza che sembravano scomparse dalla dimensione cittadina. Diverse località alpine diventarono dunque ben presto autentici centri di ricreazione, dove i cittadini più abbienti ritrovavano tutti gli agi e i lussi della dimensione urbana, senza doverne subire i disagi».

Nel Novecento quello che si configurava come un privilegio di pochi, diventò appannaggio anche della nuova classe proletaria, che scelse le vicine mete alpine – distanti un tiro di scoppio, ovvero un biglietto del treno – per trascorrere all’aria aperta i loro momenti di ferie. La costruzione di strutture atte ad ospitare questi nuovi fermenti turistici fu il passo successivo, insieme al lavoro di tracciatura e segnalazione di nuovi sentieri. Ospitalità divenne la parola chiave di chi accoglieva, mentre la montagna assunse gradualmente la connotazione di “domenica della vita” in chi invece la frequentava: già allora iniziò a radicarsi, per certi versi, una visione distorta delle comunità locali, con la conseguente idealizzazione del contesto sociale montano. La distanza fra chi viveva in un territorio e chi lo visitava si fece pertanto abissale, destinata a rimanere tale fino ai giorni nostri.

Parallelamente, iniziò a manifestarsi una frequentazione invernale della montagna che fino alla Prima guerra mondiale era impensabile. Ma se nelle nevi si era potuto addirittura combattere, perché non trasformare quell’esperienza devastante nel godimento degli spazi, sci ai piedi? Fu così che a Chamonix, negli anni Venti, venne costruita la prima stazione sciistica delle Alpi, seguita nel 1934 da Campo Imperatore, sul Gran Sasso, primo comprensorio della dorsale appenninica. A partire dagli anni Sessanta, con il boom economico, il fine settimana sugli sci divenne poi parte della routine vacanziera per una vasta fetta della popolazione europea. A partire da quel momento non solo le Alpi ma anche gli Appennini conobbero un incremento di presenze mai visto fino ad allora, che insieme a nuove ricchezze portò con sé anche un radicale cambiamento del tessuto sociale e culturale, oltre che del contesto paesaggistico.

Proprio in quegli anni, il filosofo francese Guy Debord scrisse a tal proposito, nel suo saggio La società dello spettacolo (1967), una riflessione dotata di un certo grado di preveggenza: «Sottoprodotto della circolazione delle merci, la circolazione umana considerata come un consumo, il turismo, si riduce fondamentalmente alla facoltà di andare a vedere ciò che è già diventato banale». Nella temperie descritta da Debord, finirono via via per assentarsi proprio i tre elementi “epici” dai quali siamo partiti. Lo spirito di scoperta, sostituito dalla promozione di un territorio che sia quanto più praticabile possibile; la ricerca di un’unica esperienza capace di arricchire viene sostituita da un insieme eterogeneo e senza soluzione di continuità di esperienze differenti e per questo indifferenti; ed infine la fondamentale capacità di provare un “dolore del ritorno”, autentico e progressivo: il dolore descritto primariamente nell’Odissea, che serba in sé la speranza di rivedere quei luoghi in un futuro e di riprogettarli ancora. La domanda cruciale resta dunque una soltanto: nel 2024, il turismo montano è ancora in grado di produrre, per davvero, nostalgia?

di Monica Malfatti

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