di Marco Ranocchiari.
L’intelligenza artificiale è entrata nella quotidianità di milioni di persone e sta modificando anche il modo di immaginare, scegliere e frequentare la montagna. In un contesto in cui le informazioni sono sempre più mediate da algoritmi e chatbot, diventa necessario interrogarsi sulle opportunità offerte da questi strumenti e sui rischi che comportano. Attraverso il contributo di ricercatori, professionisti e operatori del settore, l’articolo propone alcune riflessioni sugli effetti di questa trasformazione per frequentatori, professionisti e territori montani.
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Dispensa consigli con l’apparente saggezza di un vecchio montanaro: gli itinerari migliori, le vette più facili e spettacolari da raggiungere, le accortezze da prendere per la sicurezza. In più, è loquace e affabile, e sempre aggiornato su dove mangiare e dormire, sul luogo in cui scattare la foto perfetta e in generale qualsiasi argomento. Soprattutto, dà forza e sicurezza all’avventore inesperto, assicurando che sì, ce la può fare, anche se ha poca dimestichezza con la montagna.
C’è però un dettaglio: quella voce che sempre più spesso accompagna gli escursionisti è quella dell’intelligenza artificiale (IA). E le informazioni che fornisce, ricavate statisticamente dal web, possono essere poco aggiornate o addirittura pericolosamente infondate. Anche tra i frequentatori delle alte quote, l’IA — che sia l’ormai quotidiana interazione con le chatbot o la voce integrata in app di navigazione o sportive — è ormai pervasiva.
Le conseguenze di questa rivoluzione investono anche il turismo e, soprattutto, i professionisti che operano sul territorio, come guide alpine, maestri di sci e soccorritori, cioè coloro che trasformano il rapporto tra visitatore e montagna in un’esperienza concreta.
Proprio per comprendere come coglierne le opportunità e, al tempo stesso, ridurne i rischi intrinseci, TSM–ADM Accademia della Montagna ha organizzato il webinar Intelligenza artificiale e frequentazione della montagna: potenzialità, rischi e criticità, in due incontri il 12 e il 19 maggio 2026. Ad aprire le riflessioni del primo appuntamento è stata Ilaria Perusin: «La sfida non è soltanto comprendere le potenzialità della tecnologia, ma sviluppare le competenze necessarie per utilizzarla in modo consapevole, senza sostituire il valore dell’esperienza diretta e delle conoscenze professionali». Nel secondo incontro, Luca Calzolari ha invece allargato lo sguardo alle trasformazioni in atto: «L’intelligenza artificiale non è una questione tecnologica che riguarda il futuro: è un fenomeno che sta già modificando il modo in cui le persone immaginano, scelgono e vivono la montagna».
Il «pappagallo stocastico»
Lo sappiamo, ma tendiamo a dimenticarlo: l’intelligenza artificiale attuale non “ragiona”, ma risponde alle domande sulla base di una predizione statistica fondata sui dati presenti sul web.
«È quello che a volte viene chiamato un pappagallo stocastico: ripete cose già sentite, rimettendole assieme in maniera sensata», spiega Alessandro Zorer, direttore del reparto Ricerca e Sviluppo di Delta Informatica. «Quando l’IA genera un testo – puntualizza – non sta scrivendo un pensiero, ma sta calcolando quale sia il “token successivo” (una parola o parte di essa) statisticamente più probabile all’interno di una sequenza».
Il più delle volte lo fa con un’accortezza sorprendente, ma non sempre. E per avere un incidente in montagna basta che le cose vadano male una sola volta.
Perché allora tendiamo ad affidarci in maniera così acritica a queste tecnologie? Per il professor Nicolao Bonini, docente di psicologia cognitiva all’Università di Trento, una parte rilevante del problema è nella nostra testa. «Spesso le nostre decisioni finali sono determinate da meccanismi rapidi, talvolta inconsapevoli». E l’IA sembra costruita apposta per assecondarli. A differenza dei risultati restituiti dai motori di ricerca, le chatbot di intelligenza artificiale sono costruite per risultare amichevoli, di facile lettura, e per presentarsi come entità con cui è possibile continuare a interagire. «Questo – continua Bonini – fa sì che si inneschi una pericolosa “delega cognitiva”, che ci spinge a fidarci della sintesi fornita, abbassando le nostre normali soglie di prudenza».
Una falsa familiarità con la montagna
I limiti dell’IA in materia di sicurezza sono oggettivi: l’algoritmo non può conoscere la reale preparazione della persona che si reca in montagna, né la montagna stessa, che “vede” solo attraverso gli occhi di chi ha condiviso contenuti in precedenza — e magari non sempre con obiettività.
Inoltre, per sua natura, l’algoritmo fatica a tenere conto dei rapidi cambiamenti delle condizioni, come temporali o frane, e tende a fornire indicazioni non sempre aggiornate, a meno che l’utente non lo istruisca esplicitamente.
Eppure, osserva Luca Bertolla, vicedirettore della scuola del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino, è proprio in questo campo che l’impatto delle nuove tecnologie rischia di essere più insidioso: «L’estrema facilità di reperire informazioni ci toglie dalla mente la necessità dell’esperienza, e anzi tende a darci una falsa familiarità con un territorio: l’IA non può farti vivere le diverse sfumature della montagna, ma può farti credere di averle vissute».
Non si tratta di un rischio solo teorico. Nella primavera del 2025 il tema è finito al centro delle cronache internazionali, quando due escursionisti canadesi, dopo aver pianificato un’uscita sulle montagne nei pressi di Vancouver affidandosi a ChatGPT e Google Maps, si sono ritrovati in quota con semplici scarpe da ginnastica, circondati dalla neve residua e inconsapevoli del pericolo. Per riportarli a valle è stato necessario l’intervento dei soccorritori.
In Italia, quest’anno l’iniziativa Sicuri in Montagna organizzata da Soccorso alpino e CAI, dedica un richiamo esplicito ai limiti delle informazioni reperite sui social e tramite l’intelligenza artificiale, ribadendo l’importanza della formazione e dell’esperienza diretta.
L’impatto crescente del tema ha spinto i colleghi di Bertolla a mettersi nei panni di un escursionista che interroga l’IA sulle attività da svolgere. «La richiesta riguardava una particolare via alpinistica. All’inizio il sistema aveva fornito avvisi sulle condizioni della neve, consigliando prudenza». Ma poi, prosegue, quando è stato stimolato ulteriormente, ha cominciato a dare risposte molto più problematiche, scritte tra l’altro con un tono decisamente persuasivo — soprattutto per un utente poco esperto: «È finito col consigliarmi di concatenare più tiri della stessa via per metterci meno tempo, così da arrivare in tempo al bar per bere una birra».
Un’altra criticità, per Bertolla, riguarda le fonti a cui l’IA rimanda per approfondire: «spesso l’algoritmo predilige video o contenuti prodotti da influencer rispetto ai siti ufficiali dei professionisti (come le guide alpine), perché l’immagine stimola maggiormente l’utente».
Guide e maestri ridotti a «validatori»
Delegare all’IA la scelta di percorsi e itinerari non è un problema solo per la frequenza degli incidenti, ma per tutta la frequentazione della montagna, a partire dai professionisti che ci lavorano.
Una delle categorie in prima linea è quella di chi accompagna fisicamente i frequentatori sul territorio, come le guide alpine e i maestri di sci, che rischiano di vedersi ridotti a “validatori” di scelte fatte altrove, spesso senza alcuna base.
«Il rischio è che una persona deleghi completamente la scelta del proprio itinerario a uno strumento puramente digitale, senza poi avere le competenze per capire ciò che gli viene fornito», spiega Gianni Canale, presidente del Collegio guide alpine del Trentino. «Ma la capacità di rinunciare, di capire l’evoluzione del meteo, di riconoscere la propria stanchezza, di leggere il terreno — prosegue — sono competenze che solo le persone possono cogliere».
Canale non nega i benefici potenziali dell’IA: «Possiamo immaginare un sistema che aiuta le persone a fare delle scelte più consapevoli, a informarsi meglio, ma a patto che si ricordi che le responsabilità finali delle scelte in montagna sono sempre delle persone».
Per questo, racconta, sta partecipando a un progetto pilota sulle Dolomiti che mira a creare un database omogeneo, da cui potranno attingere le app di intelligenza artificiale: «I parametri includono difficoltà, dislivello, esposizione, impegno fisico e tecnico, e ogni itinerario è validato da professionisti che lo percorrono metro su metro».
Il vento della tecnologia soffia forte anche dove impazza la velocità, cioè sulle piste da sci. «Nei comprensori — spiega Andrea Sini, presidente dell’Associazione Maestri di Sci del Trentino — si assiste alla cancellazione totale dell’autoassunzione del rischio: l’utente, avendo pagato uno skipass, percepisce l’ambiente come totalmente sicuro, un’esperienza tipo parco divertimenti, dove si può provare un brivido, ma mai davvero paura, perché tutto sembra sicuro».
Un problema non legato specificamente alle nuove tecnologie, ma che, secondo Sini, rischia di essere accentuato dalla diffusione di app sempre più sofisticate nel monitorare velocità e prestazioni, ormai in procinto di passare dagli smartphone ai sensori integrati direttamente negli scarponi.
Se l’algoritmo sceglie la destinazione
Le criticità non riguardano solo le attività outdoor, ma tutto il comparto turistico, a partire dalla scelta delle destinazioni. L’intelligenza artificiale riprende, e amplifica, una caratteristica già presente nei social e nei motori di ricerca: quella dell’eccessiva esposizione di alcuni luoghi a scapito di altri.
Un meccanismo insito nella tecnologia stessa, che si basa su recensioni e contenuti esistenti, ed è esacerbato dal fatto che sempre più spesso le chatbot rimpiazzano i risultati forniti dai motori di ricerca, riducendo al lumicino le possibilità di trovare autonomamente risultati “minori”.
«Siamo davanti a un cambio di paradigma: le piattaforme non portano più gli utenti verso i contenuti della destinazione, ma prendono i contenuti, li sintetizzano e offrono direttamente una risposta esaustiva a chi ha fatto la richiesta», spiega Umberto Martini, docente di marketing al Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento. Caratteristiche che suonano come un monito per gli operatori del settore: «Oggi è l’intelligenza artificiale a decidere cosa merita visibilità. E se non capisce la tua destinazione, scomparirai dalle raccomandazioni».
Creare una «massa critica» di informazioni autorevoli
Che piaccia o meno, l’IA è arrivata per restare. E se mettere l’accento sulle criticità è indispensabile per una gestione corretta, altrettanto importante è saper cogliere le enormi opportunità che essa apre. «Come ogni tecnologia dirompente, l’IA richiede una fase di adattamento, ma poi ci sarà un’evoluzione verso un uso più maturo. Gli utenti la vedranno meno come un “oracolo” e più come un “ponte” tra le fonti di informazione e le competenze umane», riflette Valentina Cappio di Trentino Marketing.
Un esito positivo, però, richiede prima di tutto uno sforzo collettivo. «Siamo prima di tutto noi operatori a doverci chiedere come governarla». Per contrastare le allucinazioni dell’IA, prosegue Valentina Cappio, la soluzione è alimentare i sistemi con dati certificati. «L’intelligenza artificiale è tanto più intelligente quanto più sono corretti gli input che le forniamo. Per questo dobbiamo creare una “knowledge base” ufficiale, condivisa da tutti gli operatori e validata da chi fa soccorso alpino, dalle guide alpine, dalla SAT, dall’Associazione rifugi».
Il tentativo di rafforzare la presenza online di contenuti e termini affidabili e condivisi esiste già, continua Cappio, pensando a iniziative come Prudenza in montagna (iniziativa che vede coinvolti Trentino Marketing assieme Fondazione Dolomiti UNESCO, l’Associazione Rifugi del Trentino, la S.A.T., il Soccorso Alpino e Speleologico Trentino, il Collegio delle Guide Alpine, il Collegio Provinciale Maestri di Sci del Trentino e le Forze dell’Ordine) che fornisce agli operatori turistici materiale informativo validato per minimizzare i rischi.
Il punto, spiega, è arrivare a creare una “massa critica” che porti l’IA a privilegiare contenuti autorevoli rispetto ad altri di dubbia provenienza.
«Per raggiungere questo obiettivo – aggiunge Valentina Cappio -, i canali istituzionali da soli non bastano. Serve il contributo di esperti e professionisti capaci non solo di fornire competenze tecniche, ma anche di produrre contenuti autorevoli in grado di educare gli utenti e alimentare correttamente gli algoritmi».
Una sfida che, in ultima analisi, richiama un principio più generale: anche nell’era dell’intelligenza artificiale, la montagna non può essere ridotta a una somma di dati e raccomandazioni. L’esperienza diretta e le competenze di chi la vive continuano a rappresentare una componente essenziale per frequentarla in modo consapevole.
[pubblicato il 30 giugno 2026]
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