di Sara Luchetta.
Il mondo del turismo è un magma in continua mutazione: cambiano le destinazioni, cambiano i modi di raggiungere quelle stesse destinazioni, cambiano i desideri, cambiano i tempi dedicati al viaggio, cambiano le pratiche e cambia anche i significati che attribuiamo a ciò che chiamiamo “vacanza”. In questo magmatico mondo che, non dimentichiamolo, è anche un settore economico di primaria importanza, tra le pratiche che stanno prendendo sempre più piede c’è il camminare.
La vacanza in cammino
Le vacanze in cammino vantano di certo una storia più antica, ma sono diventate negli ultimi anni un settore particolarmente strategico, incoraggiato da efficaci processi promozionali e soprattutto dall’idea di dare vita a un’alternativa alle destinazioni turistiche più tradizionali. Camminare, rendere il viaggio stesso (più che la meta) il fulcro della vacanza, ha determinato la nascita e la crescita di itinerari turistici dedicati interamente allo spostamento a piedi: i cosiddetti cammini. Il pensiero va subito al gesto antico dei pellegrini che nel IX secolo raggiungevano da varie parti d’Europa la tomba di San Giacomo Maggiore a Santiago de Compostela, in Galizia. Con i loro piedi, questi pellegrini tracciavano rotte che sarebbero state percorse da migliaia e migliaia di piedi con significati, motivazioni e strutture diverse, ma attraverso la stessa pratica del camminare. In anni recenti, al famosissimo cammino di Santiago e agli altri itineari culturali d’Europa e del nostro Paese si sono aggiunti innumerevoli cammini che sono tra di loro molto diversi ma che condividono l’appartenenza a un modo alternativo di fare turismo, che sia lento (il turismo in cammino rientra a pieno titolo sotto l’ombrello dello slow tourism su cui si sono spese molte parole e riflessioni negli ultimi anni) e possibilmente sostenibile e responsabile nei confronti delle comunità e dell’ambiente in cui questi itinerari si innestano. Per chiudere poi il quadro della definizione di questa pratica turistica in crescita, la vacanza in cammino incontra la dimensione del turismo sportivo e outdoor. Pur a livelli diversi, i cammini richiedono alla camminatrice o al camminatore un discreto livello di preparazione: si va da cammini di 90/100 km fino a itinerari decisamente più estesi che prevedono un buon allenamento sullo sforzo prolungato.
Parlare di cammini in Italia significa necessariamente parlare di montagna: infatti, la generosa percentuale di territorio montano che vanta il nostro Paese, all’interno del quale i comuni totalmente o parzialmente montani sono più della metà del totale (secondo la legge n. 991/52, art. 1). Anche se lo sappiamo, e il libro del geografo Mauro Varotto Montagne di mezzo ce lo ha spiegato bene, che definire ciò che è o che non è montagna è un compito molto più complesso della semplice misurazione altitudinaria. E se parlare di cammini significa parlare di montagna dobbiamo allora parlare di sentieri. In questo approfondimento toccheremo il tema del camminare sui sentieri come pratica turistica che sta interessando con sempre maggiore forza sia le Alpi che gli Appenini, ma è in particolare sugli Appennini che cercheremo di puntare il faro, su quella montagna antica che disegna la spina dorsale del nostro Paese e che, proprio come un’antica spina dorsale, scricchiola, trema, respinge e richiama, si consuma ma resiste. In questo viaggio (necessariamente incompleto) toccheremo i cammini dell’Italia centrale attraverso alcune delle loro caratteristiche.
I cammini come costellazioni
I sentieri che solcano l’Appennino formano la materia prima su cui vengono disegnati anno dopo anno nuovi cammini. Di fatto, ogni itinerario insiste su un patrimonio esistente di infrastrutture della mobilità lenta e ogni cammino può essere equiparato a una costellazione: il disegno che si va formando sotto i piedi del turista camminatore non è altro che l’unione di punti (e linee) preesistenti a cui vengono dati nuovi significati e nuove funzioni. I titoli dei cammini (passo necessario della promozione turistica: la riconoscibilità) danno connotazioni precise a queste costellazioni, ponendo di volta in volta l’accento su aspetti diversi, tra cui: le caratteristiche storiche e geografiche del territorio (il cammino dei borghi sabini, l’anello dei borghi ascolani, il cammino dei borghi silenti, il cammino dei Forti, il cammino della Linea Gotica, il cammino delle Terre Mutate, il cammino naturale dei Parchi, il cammino dei Briganti), le narrazioni leggendarie o i patrimoni culturali come strumenti di costruzione identitaria (il cammino della regina Camilla, il cammino di Dante), la spiritualità e la religione come filo conduttore di lettura ed esperienza del territorio (la via di Francesco, il cammino dei Cappuccini, il cammino di San Pietro Eremita, il cammino di San Bendetto, la via degli Abati, il cammino di San Tommaso), le economie e micro-economie come strumenti di narrazione (la via della lana e della seta, la via del sale, la via del tratturo). Ogni cammino è un disegno che prende forma sulle ossa di cui è fatto il nostro Paese, quel patrimonio inestimabile di sentieri che ci raccontano di un rapporto secolare (o perfino millenario) tra l’essere umano e la superficie della terra. Come ogni patrimonio, quello sentieristico è complesso, ed è complesso avvicinarlo e raccontarlo: non si tratta solo di materialità, di infrastruttura, di solco nella terra, bensì anche di piedi che camminano, di significati che si aggrappano a ogni metro di terra o pietra. Un patrimonio di materia (il luogo fisico su cui si cammina) e di pratiche (i piedi che lo camminano, i modi di camminare).
Per quanto riguarda la materialità di cui sono fatte le ossa dei cammini, la prima caratteristica che li accomuna è la capillarità: si tratta prima di tutto di patrimoni materiali che permettono di raggiungere e attraversare luoghi che altrimenti, seguendo le direttrici di mobilità più classiche, non potrebbero mai essere raggiunti. La capillarità dei cammini getta luce su luoghi che esistevano ben prima del cammino stesso, rendendoli visibili, raggiungibili. È così che la frazione di Forme, nel comune di Massa d’Albe (AQ), il comune di Monteleone di Spoleto (PG), il comune di Ferentillo (TR), per dare la concretezza del nome a questa capillarità, diventano i punti di una mappa da percorrere.
Le infrastrutture sentieristiche hanno un’altra caratteristica in comune: collegano. Sono nate infatti per allacciare, mettere in relazione, con funzioni molto diverse da quelle del presente; sono direttrici capillari che ci raccontano la mobilità passata di umani e animali (stagionale o quotidiana) che avevano bisogno di ragggiungere luoghi nel modo più semplice possibile. Prima delle strade asfaltate che hanno cambiato completamente il modo di spostarsi tramite la crescita esponenziale della mobilità su gomma, il collegamento fra i paesi lavorava in parte su direttrici diverse che ancora compongono il patrimonio sentieristico di cui sono fatti i cammini. Un turismo che cammina sulle montagne prediligendo il collegamento tra i paesi rispetto alla mobilità verticale della classica ascensione è un turismo che si mette in relazione costante con la montagna abitata.
L’abbandono come motore di esperienza
Spostiamoci dunque sulla dimensione immateriale che compone il patrimonio sentieristico dei cammini. La prima faccia della relazione con la montagna abitata che abbiamo appena nominato è l’incontro, costante e inesorabile, con l’abbandono, lo spopolamento, con quell’Italia interna che ormai da più di cinquant’anni si sposta verso i centri urbani. È un incontro ambiguo, come ambigue sanno essere molte pratiche turistiche: una sorta di fascinazione, unita a un sentimento di nostalgia e a un senso di impotenza verso qualcosa che sta in qualche modo per sparire (o che è già sparito). Su questa linea di emozioni lavorano alcuni cammini, trasformando l’abbandono in uno dei possibili motori dell’esperienza. Nella Via dei Tusci, per esempio, l’abbandono è citato nella mappa del cammino più volte (per esempio collegato al nome di Civita di Bagnoregio, indicato come “il paese che muore”) come una sorta di motore narrativo che invita i camminatori a fare esperienza di questa realtà. Anche il cammino dei Borghi Silenti lavora sul concetto di silenzio come valore aggiunto (un silenzio che certo ha a che fare con la scarsa presenza umana nei luoghi visitati). I due cammini appena citati trasformano l’abbandono in un fattore di attrazione, parte integrante del disegno del cammino, ma l’abbandono è un incontro costante di tutti gli altri itinerari: si incontra un’Italia dall’elevata età media, che si è lasciata alle spalle le attività del settore primario (colpiscono le stalle in pietra vuote di alcuni borghi della Marsica), che si è spostata e ancora si sposta verso i centri più importanti (anche se distanti pochi minuti di auto). Il camminatore dei sentieri fa esperienza anche di questo e forse tiene in vita i sentieri attraverso il suo passo forse proprio grazie a questo. Ma l’Appennino dei cammini è anche quel territorio in cui nascono piccole realtà di ospitalità diffusa, in cui un negozio di quartiere riapre perché la gente che cammina ha bisogno di comprare viveri e oggetti di prima necessità, è quel frammento di mondo di cui qualche camminatore o camminatrice forse si innamorerà. Insomma, cammini come costellazioni per salvare patrimoni (materiali, ma anche di piedi e di significati in movimento), una strada possibile per non vedersi dissolvere l’Italia interna davanti agli occhi?
