di Sara Luchetta.
Mobilità e confini hanno da sempre un rapporto strettissimo. Laddove incontriamo una linea che separa le proprietà o i diritti su un territorio, troveremo anche una via, più o meno ufficiale, che superi, tocchi o solo ricalchi questa stessa linea. Ogni paese di montagna, con i suoi confini contemporanei (e i suoi confini storici) ci parla di movimenti. E ogni mobilità, presente o futura, ci parla di un confine da superare. Il rapporto tra sentiero e confine, oltre ad essere incarnato nelle forme del paesaggio montano, ha un ruolo centrale nella costruzione delle identità alpine, nel modo in cui queste si raccontano (mostrando o tacendo quello che le ha costruite nei secoli).
Prendiamo un minuscolo esempio storico da un frammento di mondo alpino: siamo sulle Alpi carniche, più precisamente nel paese di Sauris (che si divide nelle due frazioni di Sauris di Sotto e Sauris di Sopra). Sauris è un’isola linguistica, vi si parla un’antica lingua germanica portata dai primi abitanti di questa zona delle Alpi orientali così difficile da raggiungere. Apparentemente isolata, a causa della sua posizione geografica e del fatto che qui si sia mantenuto fino ad oggi un idioma peculiarissimo, Sauris è stata per lungo tempo luogo di confine e dunque luogo di relazione. Come ci ricorda l’antropologo Gian Paolo Gri nel suo libro (S)confini (2000), nel paese «non c’è ambito che non riveli legami intensi con l’esterno» (p. 81). La storia del paese è una storia in movimento, in primis per lo scambio di prodotti che assicurasse la sopravvivenza degli abitanti, ma anche per i pellegrinaggi al santuario di Sant’Osvaldo (Sauris di Sotto), che ancora oggi riporta sulle sue pareti esterne le tante scritte che testimoniano un passaggio continuo di persone. In questa chiesetta alpina, così modesta nelle dimensioni ma così potente nel suo ruolo di costruzione di dinamiche territoriali dal XVI al XIX secolo, possiamo immaginare l’incontro tra i pellegrini carinziani e quelli provenienti dai territori della Repubblica di Venezia. È questa una terra di andate e ritorni: per questi pellegrinaggi, dunque, e per quelli che da Sauris raggiungevano altri luoghi (storico è quello al santuario di Maria Luggau, a Lesachtal, in Carinzia), per le migrazioni temporanee o definitive, per i tanti lavori basati sulla mobilità che ancora oggi vi si ritrovano. Di nuovo, con le parole di Gri, «la storia di Sauris è una storia fatta tutta di sentieri e di cammino» (p. 82).
Ci spostiamo poco più a ovest per dare uno sguardo su come i rapporti tra sentieri e confini possano cambiare radicalmente nel tempo, laddove la mobilità dà forma alle relazioni tra i luoghi. Siamo in Agordino, nella parte alta della provincia di Belluno, nel borgo di Vallada Agordina. Il paese apre la testa della Valle del Biois, una valle che storicamente è stata al confine tra il mondo veneto (legata alla Repubblica di Venezia a partire dal XV secolo, ma con la propria autonomia nella gestione del territorio tramite l’istituto delle regole) e il principato vescovile di Trento. La Valle racchiude la storia di tante altre valli di confine; la strada che ad oggi collega i vari paesi che la compongono passa nel fondovalle: sfrecciando a velocità sostenuta chi entra nella valle percepisce i borghi attraversati come entità lineari, quasi delle propaggini della strada stessa, un borgo nato in funzione della strada, come capita spesso. Quello che si percepisce a malapena viaggiando lungo la strada (che fino agli ultimi decenni del XIX secolo correva a ridosso del torrente Biois, in destra orografica, mentre adesso corre in sinistra orografica lungo un tracciato più sicuro dal punto di vista idrogeologico) è che i paesi sono come reti di capillari che si inerpicano lungo i pendii delle montagne, arrampicandosi e aggrappandosi a selle e pianori. La mobilità storica della valle non correva solo lungo la linea retta del fondovalle (trovata moderna per il risparmio di tempo e per la facilità del passaggio con carri di una certa portata) ma lungo i sentieri che collegavano i paesi nelle loro propaggini più settentrionali. Per Vallada, protagonista di questa nostra breve riflessione, il confine più varcato era quello con la regola di San Tomaso. Diverse mulattiere superavano il confine con questa regola, testimoniando un universo di relazioni quotidiane pedonali o con le bestie. A raccontarci un mondo di movimenti che anticamente collegavano i paesi è prima di tutto la chiesa di San Simon (la sua prima traccia storica è del 1185): a vederla adesso sbucare con il proprio campanile in mezzo al bosco di un colle separato dal paese sembra il dono fantasioso di qualche amante della solitudine e della natura. In realtà la chiesa, oltre a trovarsi in una posizione privilegiata dal punto di vista panoramico, si collocava proprio lungo uno dei tracciati di collegamento tra i paesi, probabilmente molto frequentato. A testimonianza di una mobilità di sentiero di collegamento viene in nostro aiuto anche una leggenda tramandata fino ad oggi: vi si racconta di un abitante di San Tomaso che incontra a Vallada, lungo una delle strade di collegamento, un gruppo di streghe intente a cucinare e danzare. Oggi per andare da Vallada a San Tomaso occorre scendere per la provinciale fino a un paese contermine e poi risalire attraverso un’altra strada il crinale della montagna: la distanza tra i due paesi è così notevolemente aumentata. Sentieri e strade possono cambiare del tutto la faccia dei confini, distanziandoli o avvicinandoli.

I luoghi di confine sono generalmente caratterizzati da mobilità più vivaci, attraversati da persone, animali e cose che intrattengono con i confini diversi rapporti. Lo scrittore Mario Rigoni Stern ha raccontato in diversi frammenti della sua opera la storia secolare dell’Osteria dell’Antico Termine (quell’Amore di confine che dà il titolo a una delle sue raccolte di racconti), situata oggi nel comune di Asiago, a pochissimi chilometri dal Passo Vezzena, verso Lavarone. Il sentiero (poi diventato strada), che costeggiava il riparo (con il tempo divenuto osteria), era percorso da migranti stagionali, soldati, commercianti, boscaioli, cacciatori, pellegrini in viaggio verso Roma. Sono gli stessi scambi e movimenti che rintracciamo anche lungo la via di Schenèr, strada di confine tra il dominio della Repubblica di Venezia (e una delle sue città più settentrionali, Feltre) e il Tirolo. Di questa via ci parla un altro scrittore, Matteo Melchiorre, attraverso il saggio (storico e narrativo al contempo) La Via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi (2016). Melchiorre, studiando a fondo ma anche percorrendo in lungo e in largo questa via di comunicazione, la racconta come spazio di collegamento: “a livello di vite, di persone, esistevano due mondi di confine […] che la via di Schenèr teneva uniti. Erano due mondi così intrecciati da essere quasi un unico mondo di confine, a sua volta diluito dentro uno spazio, le Alpi, fittamente percorso e attraversato” (p. 77).
Con l’avvento degli Stati nazionali le carte in tavola delle relazioni alpine cambiano completamente. È con la modernità degli Stati che il confine si sovrappone agli spartiacque, tagliando a volte mondi uniti da relazioni secolari. Come ci ricorda Varotto nel suo libro Montagne di mezzo (2020), se le Alpi nel Medioevo e nella prima età moderna possono essere definite come una cerniera, una spazio di relazione, con la nascita degli Stati nazionali e dei relativi confini, le Alpi diventano una barriera, dall’una e l’altra parte. Questo è anche lo spazio e il tempo in cui abitiamo noi: uno spazio alpino che è, a seconda di chi lo percorre, cerniera (quasi uno spazio liscio di flussi e relazioni libere, per usare un concetto coniato da Gilles Deleuze e Felix Guattari) o barriera. Lo racconta bene il regista Luigi D’Alife nel film documentario The Milky Way. Nessuno si salva da solo (2020), in cui si narra a livello visuale la potente contrapposizione tra i turisti dello sci che quotidianamente, sotto la luce del sole, percorrono le piste del comprensorio Vialattea (al confine tra Italia e Francia, tra Clavière e Montgenèvre) attraversando un confine che non sembra neanche esistere, e i migranti che la notte (con la solidarietà di associazioni e degli abitanti di quei luoghi) cercano di varcare la stessa linea per arrivare in Francia alla ricerca di una vita migliore. In questi casi il sentiero è l’unica possibilità per superare le montagne e oltrepassare il confine, sopravvivendo.

Se rimaniamo in Piemonte, e nel presente, un ultimo esempio ci porta dove il confine, come barriera e fortificazione a protezione di diritti territoriali, viene rinegoziato attraverso il cammino e i sentieri. L’esperienza è quella del Cammino dei Forti, nel Pinerolese: una strada a tappe, seguendo il codice di offerta turistica e di rivitalizzazione del territorio che in questo momento sta avendo particolare successo. La strada unisce alcuni punti strategici del confine di questa zona così contesa nei secoli, non da ultimo il Forte di Fenestrelle, la “grande muraglia piemontese”. Tra le bellezze dei parchi naturali e la presenza imponente delle diffuse fortificazioni che raccontano la potenza generativa di un confine, il cammino nasce intorno a parole chiave ben precise: unire, condividere, conoscere.
