Effetto UNESCO

Alessio Re, Segretario Generale della Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura di Torino, è un esperto in gestione dei beni culturali, consulente UNESCO e ITC-ILO e insegna presso l’Università di Torino, l’Università Pisa e in vari Master e programmi internazionali.
Gli abbiamo chiesto di riflettere con noi sull’opportunità o meno dei riconoscimenti UNESCO in un periodo in cui, da più parti, ne vengono denunciati gli abusi, arrivando in alcuni casi addirittura a metterne in dubbio l’utilità.

 

Quando e come nasce il “fenomeno UNESCO”?

Ormai il termine “UNESCO” è diventato di dominio diffuso, tanto che i media se ne occupano sempre più frequentemente. Spesso però ci si dimentica di che cosa realmente sia l’UNESCO: un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite, creata nel 1945, con sede a Parigi, con lo scopo di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni attraverso l’educazione, la scienza e la cultura.

La consapevolezza degli Stati della necessità di salvaguardare i siti di interesse culturale e naturali del mondo trova quindi le sue ragioni a seguito delle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, e si alimenta poi negli anni ‘60 attraverso le campagne internazionali per la salvaguardia di siti come Abu Simbel, Venezia, Angkor, Borobudur. È su queste basi che nel 1972 si formalizza la “Convenzione per la protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale”, che istituisce la Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, oggi indubbiamente lo strumento più conosciuto – ma non l’unico –  dell’UNESCO.

 

Cosa sono le candidature e le liste UNESCO e a cosa servono?

Quando si parla di candidature UNESCO, ci si riferisce generalmente alla Lista del Patrimonio Mondiale, cioè l’elenco di quei siti culturali e naturali ritenuti di valore unico e insostituibile. Oggi i siti che fanno parte di questa lista sono 1.092, di cui 845 culturali, 209 naturali e 38 misti, distribuiti in 167 paesi del mondo. Tra questi, per fare alcuni esempi, le Piramidi d’Egitto, la Grande Barriera corallina australiana, il sito archeologico di Petra, la Grande Muraglia cinese o il parco di Serengeti in Africa Orientale. Attualmente l’Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti: 54, tutti culturali, tranne le Isole Eolie, Monte San Giorgio, le Dolomiti, l’ Etna, e le Antiche faggete europee. L’ultimo sito italiano iscritto in ordine di tempo è la città olivettiana di Ivrea in Piemonte.

In realtà, oltre al Patrimonio Mondiale, l’UNESCO promuove altre “liste”, che stanno gradualmente diventando sempre più conosciute e popolari, tutte con un loro scopo specifico. Tra queste, i Registri dei Patrimoni Culturali Immateriali, il Network delle Città Creative, il Registro delle Memorie del Mondo. O, per quanto riguarda il settore Scienza, il Network delle Riserve della Biosfera o quello dei Geoparchi.

 

Chi può sottoporre una candidatura all’UNESCO?

Parlando di Patrimonio Mondiale, sono i governi centrali dei singoli Paesi a presentare le candidature alla Lista. Il procedimento è piuttosto lungo e selettivo.

La prima fase della candidatura prevede la richiesta di iscrizione nella “Tentative List” nazionale, con la quale lo Stato segnala al Centro del Patrimonio Mondiale i beni per i quali intende chiedere l’iscrizione.

In Italia sono il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, per i siti culturali e il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per i siti naturali, che valutano i contenuti della domanda e accompagnano i proponenti, d’intesa con la Commissione Nazionale, lungo le fasi di predisposizione delle candidature vere e proprie, composte da un dossier e da un piano di gestione. Le candidature vengono quindi esaminate dal Comitato del Patrimonio Mondiale, che si riunisce una volta l’anno, avvalendosi della valutazione di tre organismi tecnici: l’ICOMOS per i siti culturali e lo IUCN per i siti naturali, l’ICCROM specializzato nella conservazione e nel restauro del patrimonio culturale.

 

Qual è il vantaggio che un territorio può ottenere dal marchio Unesco?

Il tema dei benefici del marchio UNESCO è sempre attuale e ci sono ormai diversi studi al riguardo. In realtà le evidenze che emergono dalle esperienze indagate sono molto diverse a seconda del contesto geografico, politico e temporale, oltre che dalle caratteristiche del sito stesso. In termini generali si può dire che i principali vantaggi sono riconducibili all’attenzione generale per il sito e i suoi valori, quindi alla sua protezione e conservazione. Un secondo aspetto piuttosto evidente è la visibilità che viene associata al sito nel momento in cui entra a fare parte di un sistema riconosciuto a livello internazionale. Questi due aspetti si traducono in una migliorata capacità attrattiva dei siti sul piano turistico. Anche se non sempre i benefici si manifestano in modo così lineare: generalmente l’“effetto UNESCO” tende a manifestarsi con evidenza durante le fasi di candidatura e subito dopo il riconoscimento, e a sgonfiarsi altrettanto velocemente in assenza di politiche e strumenti gestionali appropriate. In altre parole, gestire un sito UNESCO non può essere solo marketing.

 

Quali gli strumenti per valorizzare il marchio UNESCO?

Parlerei piuttosto di valorizzare lo “status UNESCO”. Non c’è dubbio che l’UNESCO sia un marchio, e che la gestione dell’intero sistema UNESCO segua logiche riconducibili ai principi di funzionamento dei marchi collettivi. Ma parlare solo di marchio rischia di essere fuorviante, vista la tendenza a considerare l’UNESCO alla stregua di un’etichetta promozionale e non uno strumento di politica culturale, di programmazione territoriale e di cooperazione locale e internazionale. Ogni sito deve infatti dotarsi necessariamente di un piano di gestione. In Italia purtroppo non abbiamo una tradizione molto solida su questi strumenti tecnici, e la grande maggioranza dei piani di gestione dei nostri siti, le cui prime esperienze sono state avviate solo negli anni 2000, si è rivelata piuttosto debole in termini di efficacia. Con qualche eccezione positiva, naturalmente. Il problema è che si tende ancora a confondere sistematicamente la fase di gestione dei siti con il processo di riconoscimento culturale: sono due momenti distinti, che hanno bisogno di linguaggi, strumenti, soggetti attuativi e competenze molto diverse.

 

Oggi si fa un uso esagerato del marchio UNESCO?

Esagerato non credo. In fin dei conti l’UNESCO, o meglio, la Convenzione UNESCO per la protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale, è lo strumento di politica culturale più efficace su scala globale. Piuttosto si assiste ad un uso superficiale di questo marchio, banalizzato in operazioni di consenso o di stampo meramente turistico. Un rischio sicuramente amplificato per quanto riguarda le designazioni del Patrimonio Culturale Immateriale: prendiamo ad esempio il riconoscimento de “l’arte dei pizzaiuoli napoletani”, che si è immediatamente tradotta nel linguaggio comune nell’espressione “pizza UNESCO”. Alla fine si leggono giornali in cui l’UNESCO è diventata una pizza! Qualche cautela servirebbe per non banalizzare e svalutare il valore complessivo di questo marchio e la portata culturale delle operazioni di riconoscimento.

 

Quale evoluzione o involuzione subiranno nei prossimi anni le candidature e liste UNESCO?

Oggettivamente è difficile dirlo. L’UNESCO si regge su un’assemblea di rappresentanti delle nazioni che ne fanno parte. Le stesse liste UNESCO sono degli strumenti politici. La lista del Patrimonio Mondiale, nata per la protezione dei siti nel dopoguerra, ha oggi anche lo scopo di contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Le “liste” quindi sono oggi strumento di sviluppo, ecco spiegato il loro successo. Credo stia diventando chiaro a tutti che è molto più importante sapere come gestire tutte le opportunità offerte dall’UNESCO, e possono essere davvero tante, specie nei territori “minori”, meno centrali, e quindi più bisognosi di risorse, piuttosto che aggiungere una targa alla propria bacheca.

di Maurizio Dematteis

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