Italia regione d’Europa: intervista a Paolo Verri

Paolo Verri è uno che di sicuro con la cultura ci vive. E non solo lui, perché è un professionista che grazie a un solido network di relazioni nazionali e internazionali, con la leva della cultura, fa vivere, tal volta rivivere, anche interi territori. È esperto in sviluppo urbano e grandi eventi, con particolari capacità di innovazione nelle politiche pubbliche, di coinvolgimento del territorio, e forte capacità di far lavorare insieme pubblico e privato. “Creo relazioni e progetti internazionali Ue ed extra UE che mi fanno girare tutto il mondo – spiega – poi finisco nei micro borghi”, a ragionare su processi di sviluppo a base culturale. Come per la candidatura di Matera a capitale europea della cultura per il 2019, o quella di Saluzzo e terre del Monviso a capitale italiana della cultura 2024.
Gli abbiamo chiesto di raccontarci alcune prerogative del suo lavoro, con un occhio particolare alle terre alte

Come la cultura può agire da leva di sviluppo nelle realtà montane e rurali del paese?

La cultura, in senso proprio, è già il cuore delle aree rurali e di montagna. È la cultura di questi luoghi che li rende unici ed appetibili, è il sapere del lavoro manuale, è il modo in cui si cammina o con cui si cura il territorio. Se per cultura intendiamo gli eventi culturali, attività che promuovono meglio competenze esistenti o che stimolano chi abita nelle valli a confrontarsi di più e meglio con la contemporaneità, molto lavoro è ancora da fare. Si può subire la cultura contemporanea o si può cercare un dialogo e una prospettiva. Nelle metropoli italiane è accaduto tra il 1993 e il 2008; nelle città di medie dimensioni tra il 2007 e il 2019; si era avviato qualcosa dopo il 2010 per le aree interne ma la pandemia – a mio modesto parere – anziché accelerare una tendenza, l’ha stoppata.

È vero che con la cultura non si mangia?

Secondo il rapporto 2023 di Symbola Fondazione per le qualità italiane, il settore culturale offre lavoro a quasi un milione e mezzo di persone, dato che corrisponde al 5,8% dell’occupazione. In particolare, Lombardia e Lazio, sono le regioni che producono più ricchezza con la cultura. Milano, Roma, Torino, Arezzo, Trieste, Firenze e Bologna sono nella top ten delle province. Ma questo dato è tale sicuramente per difetto; è ancora enorme il numero delle persone che lavorano in ambito culturale per pura passione, come atto consapevole di volontariato, sia nel settore della gestione del patrimonio sia in quello degli eventi e della formazione. La cultura sta alla base anche dell’innovazione d’impresa. Come sempre noi in Italia riusciamo a dare alla parola “cultura” un’accezione molto ristretta rispetto alle altre nazioni. Tuttavia va detto che in alcuni settori in cui siamo leader poi le ricadute rispetto ai potenziali utenti nazionali sono ridotte: per fare un esempio, sapevate che abbiamo il quarto settore editoriale europeo e il sesto al mondo?
Come in tutto, gli italiani sono più bravi a fare prodotto che a fare sistema, specialmente in ambito pubblico. Quindi non solo è falso che con la cultura non si mangi, ma è vero il contrario: la cultura è il motore indiscusso della nostra economia, che poi diventa produzione manifatturiera di altissimo profilo.

Quali esempi di strategia culturale vincente in aree interne del nostro paese?

È molto importante, esattamente come nel fare impresa, saper copiare, farlo bene, e far sembrare che l’abbiamo fatto per primi; quindi prendere i casi vincenti nazionali e internazionali e adattarli su misura ai nostri territori. Ma è altrettanto importante guardare al tempo lungo, oltre il metro dei social, con attenzione ridotta ad otto secondi, e oltre il metro della politica, con attenzione ridotta al voto. Si tratta di costruire coalizioni locali intersettoriali e addirittura possibilmente trasversali alla politica, cosa che nei piccoli paesi è più facile, perché ci si conosce tutti. Si tratta di capire come attrarre giovani e investitori per farli stare bene in territori che di solito hanno quattro valori: bellezza, sicurezza, onestà, autenticità. Ogni luogo può diventare attrattivo, come è successo nel meraviglioso caso di Grottole, a 25 chilometri da Matera, che ha saputo reinventare con il progetto Wonder Grottole dove un paese di 11.000 ettari e soli 2.000 abitanti si è trasformato in un luogo conosciuto a livello mondiale per la sua ospitalità. Ed è solo uno degli infiniti esempi che si possono fare in Italia, anzi suggerirei di costruire e pubblicare un vero e proprio atlante, magari in open data, che ci riempirebbe di soddisfazione e di speranza.

Quali strade suggeriresti a una piccola amministrazione e comunità di montagna per riuscire a intraprendere progetti culturali finalizzati allo sviluppo locale?

Riprendo e ribadisco a livello di metodo quanto detto poco sopra: si tratta di mettere insieme tutte le teste pensanti del territorio, farle lavorare per un piano di sviluppo integrato e partecipato, chiamando a confrontarsi con le migliori esperienze di luoghi simili. Aggiungerei tuttavia due elementi di merito: il primo, quello di puntare non solo a dare visibilità al patrimonio del passato, materiale o immateriale che sia, ma puntare a creare qualcosa di nuovo, che ancora non c’è, e che costituisca la base per l’identità futura della comunità, qualcosa di cui essere orgogliosi perché prima non c’era e l’abbiamo fatto noi; secondo, quello di fare rete, di non farlo da soli, ma insieme agli altri. Magari a molti non piacerà, ma dobbiamo ridurre il numero dei comuni, delle province e finanche delle regioni, perché la stessa Italia dovrebbe essere una regione di uno stato più grande chiamato Europa.

A cura di Maurizio Dematteis

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