L’Ecomuseo delle Acque di Gemona

Maurizio Tondolo è uno studioso che dell’ecomuseo ha fatto la sua missione. Laureato all’Università Iuav di Venezia, dall’89 è attivo all’interno di Utopie Concrete, società cooperativa nata dalla volontà di alcuni amici di crearsi il proprio lavoro partendo dalle risorse del territorio. Nel 2000, non a caso, diventa Direttore del neonato Ecomuseo delle Acque del Gemonese, espressione di una comunità di persone che lavorano per non perdere memorie, saperi e tradizioni, con un occhio al futuro sostenibile dell’intera pianura alluvionale di Osoppo-Gemona, posta al centro del Friuli. Nel 2022 insieme a Daniele Jalla cura l’edizione italiana di “L’ecomuseo singolare e plurale”, il saggio pubblicato nel 2017 da Hugues de Varine, considerato il “padre” degli ecomusei e dei musei comunitari, già direttore del Consiglio Internazionale dei Musei (Icom), e ispiratore della nuova museologia, movimento che punta allo sviluppo culturale, sociale ed economico dei territori attraverso il coinvolgimento delle comunità locali.

Gli abbiamo chiesto di raccontarci questa avventura di una vita, passata tra i piccoli comuni di comuni di Gemona del Friuli, Artegna, Buja, Majano, Montenars e Osoppo, ma sempre con uno sguardo e delle reti internazionali capaci d’ispirare, mettere in circolazione e sostenere idee e progetti che partono dalle comunità.

 

Maurizio Tondolo, quando e come nasce l’avventura dell’Ecomuseo delle Acque del Gemonese?

L’esperienza ha inizio ufficialmente nel 2000, e sono 23 anni che opera sul territorio, ma in realtà il lavoro era già cominciato prima, all’interno della Cooperativa Utopie Concrete. In località Ospedaletto di Gemona viene individuato il vecchio mulino Cocconi, da restaurare e riconvertire a struttura attrezzata per attività didattico educative. Viene incontro il GAL locale, con bando che sostiene le spese, e viene realizzato il progetto, indirizzato a studenti e turisti intelligenti, curiosi di poter conoscere realmente il territorio. Il mulino Cocconi oggi è l’ecomuseo.

 

Avevate coscienza fin dall’inizio che il laboratorio didattico sarebbe diventato un ecomuseo?

In realtà in quel periodo all’interno della Regione Friuli Venezia Giulia non esistevano ecomusei. Allo stesso tempo però, con il recupero del Mulino Cocconi, eravamo coscienti del fatto che per la prima volta lavoravamo ad un progetto indirizzato sull’opportunità di far fruire il territorio. Possiamo dire che allora avevamo un concetto di ecomuseo minimalista, in nuoce, che si limitava a catturare scuole e turisti. Poi col tempo il concetto si è evoluto, dal 2000 abbiamo cominciato a prendere coscienza delle potenzialità del modello, ad ampliare il ventaglio di attività, a lavorare con la gente attraverso le mappe di comunità e tutto il resto. Ma ci siamo resi conto, fin da subito, che, se l’ecomuseo fosse voluto sopravvivere, avremmo avuto bisogno di una legge regionale, altrimenti rischiavamo di perderci. Nel 2006 in Italia c’erano ancora solo due esempi legislativi: la Legge regionale piemontese e quella della Provincia di Trento. E allora come ecomuseo abbiamo cominciato a studiare, scrivere, stendere bozze di legislazione. Abbiamo incontrato l’allora governatore Riccardo Illy, e con la sua amministrazione regionale, estremamente aperta all’argomento, abbiamo cominciato ad impostare un percorso legislativo. Un mese prima dell’approvazione della legge regionale del 2006 abbiamo organizzato un seminario a Buja, con esperti sul tema e gli esponenti regionali impegnati nella cultura di maggioranza e minoranza.  In quell’occasione è stato realizzato un testo di legge che poi nell’arco di un mese, siamo nel giugno del 2006, è stato approvato dal Consiglio Regionale. In Friuli Venezia Giulia venivano riconosciute due realtà ecomuseali: la nostra di Gemona e quello delle Piccole Dolomiti friulane in provincia di Pordenone.

 

Qual è l’elemento che fa da collante dell’Ecomuseo delle Acque di Gemona?

Nella legge 10/2006 FVG sugli ecomusei viene ribadito molto chiaramente che un ecomuseo deve

essere omogeneo da punto di vista geografico, culturale e sociale. La nostra realtà geografica è una pianura alluvionale cinta da rilievi intorno, che comprende sei comuni: Gemona del Friuli, Artegna, Buja, Majano, Montenars e Osoppo. I residenti dei sei comuni sono accomunati da una storia e una cultura comune, frutto del passaggio storico di persone e merci dirette o provenienti dal nord Europa, che dalla pianura alluvionale dovevano per forza passare. Infine mettiamoci anche un altro elemento che è quello del terremoto subito da questi territori, cui è seguita una ricostruzione non sempre coerente con la realtà locale. L’ecomuseo anche qui si è speso per accompagnare una ricostruzione coerente con la storia e le necessità odierne della comunità. Oggi, e siamo nel 2023, la nostra realtà la definirei più un’agenzia di sviluppo sostenibile del territorio, dal punto di vista ambientale, economica e sociale di partecipazione della comunità locale, che non un ecomuseo.

 

Quali sono le vostre attività oggi?

Oggi lavoriamo solo a progetti partecipati, in cui portiamo avanti un ruolo attivo per intercettare le esigenze della comunità e riflettere sul patrimonio che essa ha a disposizione, dal cibo, al paesaggio alle materie prime. A Montenars, ad esempio, dove c’è la parte montana del bacino idrografico del fiume Ledra, affluente del Tagliamento, abbiamo fatto un lavoro di studio sulle uccellaie, i roccoli come li chiamano qui, e successivamente le abbiamo valorizzate. Erano un bene comune molto sentito dalla comunità, e delle 60 originarie ne abbiamo recuperate quattro. Ma non in tutti i progetti che vorremmo realizzare troviamo lo stesso sostegno da parte della comunità, e allora quando capiamo che non sono sentiti li abbandoniamo. E per evitare false partenze, quasi tutti i progetti che proponiamo oggi, partono dalla mappa di comunità, strumento partecipativo che ci permette di sondare il terreno. Sempre a Montenars nella mappa di comunità costruita per capire come venivano percepiti i roccoli, è venuta fuori l’estrema importanza dei muretti a secco che sorreggevano i terrazzamenti coltivati. Oggi nel piccolo comune dei 1500 residenti d’inizio secolo scorso ne abitano solo più 500, molti dei quali anziani. Per poter dare un futuro al loro territorio ci hanno chiesto di intervenire sui muri di sostegno, che una volta caratterizzavano il loro territorio. La mappa, quindi, serve a far partecipare la comunità, che si attiva per riprendere il filo della gestione sostenibile del proprio territorio.

 

Siete in contatto con altre realtà ecomuseali?

A livello nazionale c’è una Rete degli ecomusei italiani. Inoltre, noi lavoriamo su reti con finalità specifiche. Tutti i nostri progetti vengono costruiti collaborando, facendo rete con altre regioni.

Per il progetto dei Roccoli, ad esempio, sono venuti dei colleghi dal Canton Ticino, gli amici del Museo etnografico Alta Brianza, e altre realtà con cui siamo rimasti in contatto. Perché lavorando in rete si costruiscono rapporti utili.

 

Quali sono le prospettive dell’Ecomuseo delle Acque di Gemona?

Sono molti i fronti su cui la comunità ci chiede di operare. Ad esempio il tema dell’acqua, sempre più sentito. Oggi c’è la necessità di operare a scala di bacino imbrifero, mentre noi siamo un sottobacino del fiume Ledra che si confluisce poi nel Tagliamento. Il Consorzio acquedotto Friuli centrale gestisce due prese sul nostro territorio e una falda vasta che porta acqua a 320 mila persone a valle.

Altro tema su cui lavoriamo da oltre 10 anni è quello delle latterie turnarie. Ne avevamo due, una a Buja e una a Gemona. Quella di Buja ha chiuso e ci siamo attivati su quella di Gemona, e oggi il formaggio realizzato al suo interno è diventato Presidio Slowfood. Nel frattempo ci siamo messi in rete con l’ecomuseo della Valle di Peio, dove opera l’ultima latteria turnaria del Tentino, e con la latteria della Val Morel, in provincia di Belluno. Una rete di tre soggetti con cui abbiamo redatto la prima “Carta dei principi delle latterie turnarie”. Si è aggiunta di recente anche Zrc-Sazu (The Research Centre of the Slovenian Academy of Sciences and Arts), realtà slovena che lavora sul versante del Monte Nero ad un sistema di malghe simile a modello turnario. Oggi siamo quattro realtà che si riuniscono periodicamente grazie al nostro museo per parlare di problemi e soluzioni comuni.

 Info: www.ecomuseodelleacque.it 

a cura di Maurizio Dematteis

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