Paesaggi utopici. Allenare l’immaginazione per la gestione dei paesaggi esistenti e per il loro futuro

di Luca Mori, filosofo e formatore, docente di Storia della filosofia presso il Corso di laurea in Scienze e Tecniche di Psicologia Clinica e della Salute dell’Università di Pisa. Luca Mori introduce un’interessante riflessione dedicata alla centralità dell’immaginazione per la gestione dei paesaggi esistenti e per il loro futuro presentando, al contempo, una possibile via per mettere in pratica questa modalità.

Il paesaggio in cui viviamo ci mette letteralmente al mondo, perché diventiamo persone diverse a seconda dei paesaggi che abbiamo intorno: in essi impariamo a camminare e ad orientarci e in essi ci abituiamo alla cultura che li ha plasmati, che trova espressione in particolari intrecci fra elementi naturali e antropici. Vale però anche l’inverso: noi umani mettiamo al mondo i paesaggi in cui viviamo, attraverso le nostre azioni e le nostre scelte (relative ad esempio a come spostarci da un punto all’altro, a cosa costruire o non costruire e così via).
Dal momento che ogni nuova scelta comporta un confronto tra quel che c’è e quel che non c’è ancora (o non ci sarà più), la qualità delle scelte dipende dalla qualità dell’immaginazione di chi sceglie: è l’immaginazione, infatti, che permette di proiettarsi dalla dimensione di quel che c’era e c’è alla dimensione di quel che non c’è.
Non c’è da stupirsi che l’immaginazione sia tanto importante per il paesaggio, perché il paesaggio non rientra nella categoria degli oggetti descrivibili e misurabili, e non è una “cosa” o uno “scenario” che sta semplicemente “fuori di noi”. Questo punto è stato espresso molto bene dal sociologo e filosofo Georg Simmel in uno scritto intitolato Filosofia del paesaggio, del 1913: seguendo Simmel si può dire che il paesaggio è al tempo stesso fuori e dentro di noi, perché le Alpi (ad esempio) sono certo fuori di noi, se con ciò s’intende che sono fuori dal perimetro fisico disegnato dalla nostra pelle; ma le Alpi come paesaggio sono al tempo stesso dentro di noi, perché l’impressione che ci fanno e che associamo al loro nome emerge dall’incontro tra la caratteristica conformazione dei loro profili rocciosi e lo stato d’animo (Stimmung)che quei profili generano in noi. In questo senso, si può dire perfino che il paesaggio è anzitutto una “forma spirituale” e che non è possibile in senso stretto toccarlo con le mani né attraversarlo con il cammino, perché esiste non di per sé e fuori di noi, bensì come intreccio del “dato” sensibile con la nostra creatività: mettendola in un altro modo, non dovremmo dire soltanto che attraversiamo il paesaggio, quando ad esempio camminiamo in un sentiero di montagna, ma anche che il paesaggio ci attraversa, perché nell’esperienza del paesaggio il “dato” materiale e il sentimento vissuto (bello o brutto che sia) si intrecciano continuamente.

Una volta riconosciuta la centralità dell’immaginazione per la gestione dei paesaggi esistenti e per il loro futuro, possiamo chiederci se e come sia possibile “allenare” questa immaginazione.
Uno dei modi che sto sperimentando da anni consiste nel proporre l’esperimento mentale dell’utopia a gruppi di tutte le età, con esperienze e in luoghi anche molto lontani. In estrema sintesi, l’esperimento mentale richiede di immaginare di avere a disposizione un luogo disabitato (ad esempio un’ampia isola con montagne, colline, pianure, corsi d’acqua ecc.) e di potervi andare, con l’obiettivo di farne un luogo in cui si possa vivere bene; anzi, non solo bene, ma – idealmente – al meglio delle umane possibilità.
Affrontare il compito è tutt’altro che semplice, ma ne vale la pena perché, a scanso di equivoci, immaginare un’utopia non significa perdere del tempo costruendo castelli in aria, ma guadagnare intuizioni ed esperienza applicabili alla negoziazione e alla progettazione sui paesaggi reali in cui si vive. Grazie all’esperimento mentale dell’utopia, infatti, i bambini, gli adolescenti, gli adulti e gli anziani con cui ho lavorato – compresi tecnici e professionisti della progettazione del paesaggio – sono riusciti a condividere e a dare forma ad intuizioni sul loro ideale di paesaggio che difficilmente sarebbero state messe a fuoco nelle conversazioni ordinarie sui paesaggi esistenti.
Come aveva già suggerito Socrate nella Repubblica di Platone, l’utopia funziona come una lente attraverso cui è possibile fare emergere in modo nitido le priorità (e anche le contraddizioni) di una comunità di persone in relazione al paesaggio, ed usare questa lente è molto importante, tenendo conto delle sfide inedite del XXI secolo in termini di buona vivibilità del pianeta: l’aspetto e il futuro dei paesaggi in cui viviamo, dei paesaggi “concreti” che concorriamo ogni giorno a costruire per noi stessi e per le generazioni future, potrebbero dipendere molto anche dall’aspetto delle utopie che riusciamo ad immaginare e a condividere con agli altri.

Letture consigliate: sulla circolarità tra l’essere messi al mondo dal paesaggio e il metterlo al mondo, si veda G. Cepollaro, L. Mori, Mettersi al mondo. Educazione al paesaggio per le nuove generazioni, Edizioni ETS, Pisa 2018 (volume che contiene idee e spunti per l’educazione al paesaggio, partendo da attività sperimentate da tsm|step, Scuola per il governo del territorio e del paesaggio e dal MUSE, Museo delle scienze di Trento); sul pensiero di Simmel si veda G. Simmel, Saggi sul paesaggio, a cura di M. Passatelli, trad. it., Armando, Roma 2006; sull’immaginario utopico di bambine e bambini di diverse regioni d’Italia si veda L. Mori, Utopie di bambini. Il mondo rifatto dall’infanzia, Edizioni ETS, Pisa 2017; per confrontare le utopie immaginate da bambine e bambini della scuola primaria con quelle immaginate da adolescenti, adulti e anziani si veda L. Mori, Paesaggi utopici. Un manifesto intergenerazionale sulla vivibilità, Edizioni ETS, Pisa 2020.

Foto: @ARCHIVIO tsm-step Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio

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