Scuola politica di Rifai: dare dignità alla figura del facilitatore

Maurizio Dematteis in dialogo con Simone Foscarini.

Rifai – la Rete dei giovani facilitatori delle aree interne è un’associazione di promozione sociale che riunisce varie realtà under 35 attive nei campi dell’animazione territoriale e dello sviluppo locale nelle aree interne italiane. La sua origine si può ricondurre alla parola “sogni”, perché tutto nasce da un piccolo progetto di animazione in Valle Stura, in provincia di Cuneo, dove nell’autunno del 2020 si sono riunite tre comunità di giovani provenienti da Piemonte, Sicilia e Friuli Venezia Giulia, attive sui propri territori, che hanno iniziato a ragionare sulle problematiche del vivere nelle aree interne per i ragazzi “restanti” e su quali fossero i sogni per un futuro nei propri paesi.

Oggi Rifai coinvolge tutte le regioni italiane, tiene insieme 30 organizzazioni e un centinaio di soci, e ha iniziato a interrogarsi su “cosa manca” sul territorio nazionale per facilitare progetti di vita nei comuni montani. Una delle mancanze individuate riguarda proprio la formazione, e da qui nasce l’idea di una “scuola di politica” rivolta ai giovani delle aree interne. Ne parliamo con Simone Foscarini, professionista dello sviluppo locale e territoriale e dei modelli di governance orizzontale, socio fondatore dell’Associazione Tracciaminima e consigliere della rete Rifai.

Come nasce la scuola di politica di Rifai?
La Scuola politica nasce dopo un periodo di riassestamento dell’Associazione che, dopo sei anni di attività, ha nominato un nuovo direttivo e individuato nella formazione uno degli assi strategici di Rifai. Da tempo all’interno della Rete c’era la necessità, espressa da tutti, di conoscersi meglio e scambiarsi strumenti di facilitazione e animazione territoriale. Abbiamo deciso di dotarci di una scuola itinerante, innanzitutto per noi soci, e poi per tutti gli aspiranti tali che vedono in Rifai una possibile chiave di accesso al mondo della facilitazione territoriale.
La prima edizione nasce grazie al sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo di Torino, che ha dedicato un bando al tema della formazione. Abbiamo partecipato e vinto. Dopo la prima edizione ci è stato chiesto di ricandidare un nuovo progetto, con la possibilità di realizzare una seconda edizione l’anno successivo, sempre con il loro sostegno. Lo abbiamo fatto perché nel frattempo diversi territori ce l’avevano richiesta: l’idea è che la rete Rifai si faccia promotrice di una scuola di politica accolta e promossa dai territori, per affrontare insieme una sfida comune.

Come funziona la scuola di politica di Rifai?
Nella prima edizione abbiamo realizzato tre tappe in Valle Stura, Valdilana e Valle Soana, con 25 partecipanti a tappa provenienti da tutta Italia: un bel successo. Ogni tappa era costruita attorno a una sfida locale, dalla riattivazione di uno spazio comune alle passeggiate esplorative, fino al tema dell’abitare. Tre ambiti diversi, accomunati dal filo rosso dell’animazione territoriale, che si sono conclusi con un momento pubblico di restituzione ai cittadini. Un’occasione di riappropriazione di beni comuni che è stata anche politica, capace di attivare un dibattito aperto con le istituzioni nelle piazze.

Sono nate diverse scuole nelle aree interne: come vi ponete nei loro confronti?
Una parte fondamentale del nostro impegno è proprio il dialogo con le altre scuole. Abbiamo realizzato moduli per la scuola di Percorsi Spericolati e ci sono buone possibilità che la loro community entri a far parte della rete Rifai. Con Montagne in Movimento e la nuova edizione di NEO – Nuove esperienze ospitali, Rifai sta sviluppando progetti formativi. Alla scuola di LAMA parteciperemo a giugno per un raduno nazionale che stiamo coprogettando insieme, e proprio in quell’occasione ragioneremo sulle scuole di politica e sulla facilitazione territoriale.
Possiamo dire che oggi c’è una forte domanda di scambio di strumenti di animazione e facilitazione. Resta da capire se riusciremo a costruire un corpus condiviso di metodi e pratiche, affinché questa professione possa essere riconosciuta e percepita come importante per i territori.

Quanti di voi lavorano già su progetti di sviluppo territoriale?
Quasi tutti, e questo è interessante perché i progetti sono già in atto. Occorre però trovare strumenti condivisi per dare maggiore dignità a una professione che sta crescendo ma fatica ancora a essere riconosciuta. I giovani sognano di andare o tornare a vivere in un paese di montagna, hanno un’associazione di riferimento, promuovono attività di animazione culturale, e vorrebbero anche riuscire a vivere del proprio lavoro. Ma come si fa?
Oggi siamo una generazione sballottata, per cui il multilocalismo è diventato normale, ma mancano strumenti di facilitazione e animazione territoriale, competenze per la gestione dei gruppi e opportunità per imparare a muoversi tra le istituzioni. Mancano anche competenze imprenditoriali per chi si trasferisce o torna nelle aree interne, dove il lavoro è spesso portato avanti da realtà associative: ci si impegna molto, ma resta un “post lavoro”, e spesso si vive altrove, con tutte le difficoltà che questo comporta.

Quindi c’è bisogno di un riconoscimento di queste professionalità?
Se fossero riconosciute, probabilmente si aprirebbero più spazi di lavoro nei territori delle aree interne. E si attiverebbe un circolo virtuoso, come è successo ad esempio a Gagliano Aterno, dove si è invertito il trend dello spopolamento e sono stati attivati nuovi servizi, come l’infermiere di comunità. Con figure formate è possibile avviare processi concreti.
Oggi molte associazioni lavorano già molto bene, ma spesso operano in una zona grigia tra il non riconosciuto e il volontariato. Manca un riconoscimento forte da parte delle istituzioni, e questo non aiuta né noi né la causa.

Molti di voi escono dall’accademia con alta formazione. Cosa manca?
Ci siamo resi conto che i giovani sono sempre più preparati sui temi dello sviluppo locale e della rigenerazione territoriale, ma spesso si tratta di competenze non immediatamente spendibili nei territori. Manca la dimensione pratica, concreta.
Nonostante anche il mondo accademico si stia orientando verso progetti di ricerca-azione, con una componente sul campo, gli strumenti per la facilitazione dei gruppi e per l’interazione con le comunità restano spesso teorici. Gli studenti non hanno l’occasione di fare esperienza diretta e manca anche una rete entro cui svilupparla, senza essere lasciati soli.
La Scuola di Rifai è pensata proprio per affrontare una sfida locale in ogni tappa: lavorare su problemi reali, confrontarsi con le difficoltà, sviluppare relazioni con comunità che spesso vivono conflitti interni, coinvolgere amministrazioni non sempre pronte ad accogliere percorsi di innovazione. Facilitare gruppi, creare dibattiti, moderare discussioni pubbliche, scambiarsi pratiche: un ragazzo sardo che ha realizzato un progetto può confrontarsi con uno piemontese che affronta problemi simili. Mettendo insieme le esperienze, ci si arricchisce.

L’importanza della figura del facilitatore è riconosciuta dalle amministrazioni pubbliche?
Ci piacerebbe che la risposta fosse sì. In alcuni casi collaboriamo con comuni sensibili, che riconoscono il valore dell’animazione territoriale, ma più spesso le amministrazioni non sanno nemmeno cosa faccia un facilitatore. Non ne colgono il valore aggiunto, cioè la capacità di mettere in relazione persone e istituzioni.
Serve un lavoro collettivo per il riconoscimento di questa figura: costruire consapevolezza, fare rete e, in qualche modo, anche fare lobby, per far sì che la facilitazione territoriale venga riconosciuta come una competenza fondamentale per lo sviluppo dei territori.

Documenti disponibili: