Uno sguardo diverso sulla montagna. Per fare la differenza

“La montagna di mezzo è un territorio ma al tempo stesso un ideale, un progetto di futuro: il tentativo di guardare alla montagna scavalcando a piè pari il modo in cui l’abbiamo pensata nel nostro immaginario da due secoli a questa parte. Una montagna tutta da costruire, ovviamente, prima di tutto nella nostra mente”

Mauro Varotto è docente di Geografia e Geografia culturale presso l’Università degli Studi di Padova. Conduce studi e coordina progetti sulla rivitalizzazione dei paesaggi culturali nella montagna alpina e prealpina contemporanea. Come coordinatore del Gruppo Terre Alte, in seno al Comitato Scientifico del Club Alpino Italiano, ha promosso la campagna di segnalazioni “Living Stones” sul recupero di aree terrazzate in Italia e raccolto testimonianze di ritorno alla montagna nel libro La montagna che torna a vivere. Testimonianze e progetti per la rinascita delle Terre Alte (Nuova Dimensione, 2013). Per Cierre edizioni ha curato Uomini e paesaggi del Canale di Brenta (2004, con Daniela Perco), L’Altopiano dei Sette Comuni (2009, con Patrizio Rigoni), Marmolada (2011, con Alberto Carton) e Montagne del Novecento. Il volto della modernità nelle Alpi e Prealpi venete (2017). Ha ideato e prodotto il documentario Piccola terra (di Michele Trentini e Marco Romano), risultato miglior documentario italiano al Festival Cinemambiente di Torino 2012. Di prossima uscita (giugno 2020) per Einaudi il libro Montagne di mezzo sul rilancio delle montagne marginali.

 

Prof. Varotto, Lei si occupa da tempo di ricerche sul fenomeno dell’abbandono e sulla evoluzione territoriale delle aree marginali alpine e prealpine. Allo stesso modo, indaga i fenomeni di rivitalizzazione delle “montagne di mezzo”, intese come luoghi di mediazione tra scale e funzioni territoriali differenti, tra natura e cultura, mondo rurale e urbano, sviluppo locale e apertura alle dinamiche globali. Come possiamo inquadrare queste due spinte che possono apparire antitetiche?

Non si tratta in verità di spinte antitetiche, piuttosto a mio avviso di due fasi distinte nel processo evolutivo delle montagne contemporanee. L’abbandono e la marginalizzazione sono il portato di una organizzazione industriale della montagna (e per industriale non intendo solo il settore secondario, ma un approccio economico più complessivo basato sulla concentrazione, standardizzazione, specializzazione produttiva), produce esiti territoriali estremi, alternando sfruttamento e spazi di scarto. La rivitalizzazione delle aree marginali è un fenomeno di segno opposto, sfida gli stereotipi e le semplificazioni della montagna, fanno della varietà e diversità delle nostre montagne il punto di partenza per traiettorie diverse. Le montagne di mezzo non sono solo qualcosa di altimetricamente intermedio: sono il luogo della mediazione tra immagini e funzioni diverse e complementari della montagna. Una montagna che è natura quando è cultura, che è radicamento nel movimento, che è se stessa quando si interfaccia alla pari con il mondo della pianura, che è luogo di lavoro quando rifiuta il lavoro specializzato e standardizzato, e lo coniuga con l’abitare. Insomma, la montagna di mezzo è un territorio ma al tempo stesso un ideale, un progetto di futuro: il tentativo di guardare alla montagna scavalcando a piè pari il modo in cui l’abbiamo pensata nel nostro immaginario da due secoli a questa parte. Una montagna tutta da costruire, ovviamente, prima di tutto nella nostra mente.

 

Nell’ultimo libro che sta curando (Montagne di mezzo, che uscirà a giugno per Einaudi), si concentra proprio su quei territori che possono ancora oggi essere attrattivi e proporre una nuova idea di montagna: non più luogo perdente, marginale, dimenticato o immolato al godimento turistico urbano, ma realtà vivace, sorprendente, capace di dare senso a nuovi e alternativi progetti di vita. Cosa caratterizza questi territori? Possiedono delle “qualità”, delle risorse che possono davvero fare la differenza?

Le montagne di mezzo sono una opportunità di andare oltre le montagne dicotomiche del Novecento, quelle che alternano baraonde turistiche a luoghi marginali, nastri urbani di fondovalle e abbandono dei versanti, la montagna del “tutto intorno a te” a misura solo di turista o di vigneti e meleti in batteria. Ciò che può fare la differenza è innanzitutto uno sguardo diverso sulla montagna, in grado di cogliere e valorizzare la specificità del suo patrimonio naturale e culturale, senza piegarlo ad esigenze di esclusiva produttività economica: non è una sfida facile, perché mette in discussione il modello economico ora dominante, che privilegia le alte rese per ettaro o gli allevamenti intensivi associati ad un buon marketing infarcito di immagini fasulle di paesaggi e personaggi del passato. La loro qualità principale è il fatto di coniugare montuosità fisica e montanità antropologica, riuscendo a tenere tante cose insieme, senza essere dedicate solo ad un settore o ad una attività economica. Per questo si sposano bene con la pluriattività, l’artigianalità, le piccole produzioni adattate al contesto, invitano a riscoprire (e a innovare) il ruolo del centomestieri alpino. È una “terza” montagna, diversa sia da quella marginale ed economicamente misera, sia da quella ricca e specializzata ma culturalmente povera. Sono montagne intermedie anche in termini di rapporto tra tradizione e innovazione: le esperienze di “ritorno” (ma preferirei parlare di “recupero”) non sono scelte passatiste o pauperistiche, né sono da considerare tali i fuggitivi dal mondo urbano alla “into the wild”, alla ricerca di una wilderness compensatoria: necessitano di banda larga e innovazione, puntano a coniugare wifi e motozappa (un po’ meno la piccozza), aspirano a tenere insieme il meglio della ruralità e dell’urbanità, disinnescando la retorica spesso vuota del selvatico come valore assoluto.

 

Dicevamo rivitalizzazione, esperienze di re-insediamento delle zone marginali o di “non abbandono”. Ma chi sono, cosa cercano e di cosa si occupano le persone che ancora oggi scelgono di abitare e appartenere alla montagna, quelle che da più parti sono definite “montanari per scelta”?

I “montanari per scelta” sono in genere persone alla ricerca di una migliore qualità della vita, che a volte decidono di rinunciare a condizioni economiche più vantaggiose ma complessivamente più alienanti. L’identikit e la provenienza possono essere molto vari, ma in generale sono accomunati da un livello di istruzione elevato, da una particolare sensibilità ambientale o storico-culturale, da una grande passione e da una “vision” sulla montagna alternativa a quella dei modelli oggi dominanti. Scelgono di abitare luoghi marginali ma che consentano di rimanere connessi: piccole borgate, vallate secondarie, frazioni ai margini delle località più gettonate. In genere svolgono più lavori o mansioni, oppure interpretano un’unica attività in termini polifunzionali con attenzione agli equilibri di contesto: ad esempio un gregge di pecore o allevamento di capre che contribuiscono a mantenere il paesaggio, producono latte o carne di qualità, diventano occasione di educazione ambientale per scolaresche o turisti, anche attraverso l’uso di social network, blog, libri; una attività ricettiva che si concepisce anche come opportunità di educazione alla montagna, di commercializzazione di piccole produzioni artigianali, propone una articolata serie di proposte per valorizzare le stagioni intermedie (le cosiddette “stagioni morte”); artisti, scrittori o studiosi che fanno della montagna il loro luogo elettivo, ma che decidono anche di “sporcarsi le mani” con le attività più umili della montagna o di allearsi con la popolazione locale a sostegno di istanze quotidiane; sono escursionisti e appassionati che adottano terrazzamenti abbandonati e partecipano a corsi di restauro dei muri in pietra a secco, insegnanti che praticano a turno attività di sfalcio per mantenere in vita i prati, cittadini che acquistano rustici semiabbandonati non solo per prendere il sole alla domenica ma per prendersi cura di un territorio in abbandono, praticando la politopia. A ben vedere stanno portando avanti una piccola rivoluzione copernicana: non più la montagna di servizio “tutta intorno a te”, colonia per cittadini stressati, ma “tu al servizio della montagna” e delle sue esigenze, non senza un certo spirito di sacrificio che tuttavia è ricambiato da un respiro lungo e un più elevato grado di soddisfazione esistenziale.

 

Le diverse esperienze di riattivazione della montagna che si stanno registrando tanto sull’arco alpino che su quello appenninico nascono da spinte individuali che a poco a poco coinvolgono – non in tutti i casi – intere comunità. Ma quali servizi, strategie o infrastrutture sono necessarie per garantire e supportare questo ritorno alla montagna? Quali processi e quali strumenti di governo del territorio possono supportare dal punto di vista politico e culturale questo cambiamento?

In queste traiettorie di ritorno in effetti il punto più delicato e strategico, quello cioè in grado di trasformare esperienze episodiche, isolate, virtuose ma tutto sommato precarie, in qualcosa di più stabile e strutturato, è la cooperazione. In montagna la cooperazione è fondamentale, a tutti i livelli: tra singoli, tra pubblico e privato, tra margine e centro. Una delle doti vincenti, a livello individuale, è la capacità di dialogo ed interazione di questi protagonisti a diversa scala: con il contesto sociale in cui si insediano (dal quale hanno bisogno di apprendere molto spesso cognizioni, saperi ereditati, esperienza di vita in contesti difficili), con le amministrazioni pubbliche locali, con le normative e la burocrazia (forse l’ostacolo e il nemico più grande) a scala regionale, nazionale, europea. Queste traiettorie diventano vincenti quando riescono a concepirsi in termini multiscalari, non si fanno imprigionare all’interno di individualismi, prospettive autarchiche o schemi antagonistici che prevedono un “noi contro loro”.

 

Cosa possono rappresentare alcuni recenti eventi che hanno portato la montagna alla ribalta del dibattito politico e culturale come, per citare i principali, il Manifesto di Camaldoli, gli Stati Generali della Montagna tenutisi a Roma a gennaio (preceduti da una serie di mozioni parlamentari a tema) o la recente Piattaforma Montagna proposta dall’Uncem?

Sono secondo me il segnale che la fase pionieristica del ritorno alla montagna – fatta di iniziative individuali, episodiche, lungimiranti ma slegate tra loro e a volte velleitarie – inizia ora a strutturarsi, a fare rete, a diventare sistema. È un cambio di paradigma: un margine che si sta facendo lentamente centro, il segnale di una crisi del modello di sviluppo che inizia a fare breccia al “centro”, e costringe così a ripensare ai margini: non luoghi di scarto ma spazio liminale che custodisce e può ispirare qualcosa di diverso. Le strategie e i documenti citati (SNAI, Stati generali della Montagna e piattaforma UNCEM, Manifesto di Camaldoli per una nuova centralità della montagna), oltre a molte altre iniziative e progetti coordinati dal basso, invitano ad una nuova alleanza tra pianura e montagna, che vada oltre il modello attuale di una montagna asservita a forme di turismo di stampo neocoloniale e dissipativo di risorse, incentivando servizi, presidi territoriali, infrastrutturazione digitale per una residenzialità orientata al presidio del territorio. Parafrasando la frase oraziana Graecia capta ferum victorem cepit, la pianura ha conquistato la montagna con le armi della modernità, è forse giunto il momento di lasciarsi conquistare da un modello di gestione del territorio e di organizzazione della vita capace di offrire risposte all’insostenibilità dell’attuale sistema economico. La crisi climatica, e per certi versi anche l’emergenza coronavirus con la forte spinta allo smart working, sono altrettante occasioni per invertire rotta, prima che sia troppo tardi.

 

a cura di Maddalena Pellizzari

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