Premio Mario Rigoni Stern 2017. Una edizione all’insegna della storia

La via di Schenèr e La guerra verticale sono i due libri vincitori del Premio Mario Rigoni Stern 2017. Entrambi, scelti tra una lista di dieci opere – Alpi Ribelli di Enrico Camanni; Di roccia di neve di piombo di Andrea Nicolussi Golo; Il giro del miele di Sandro Campani; Il sentiero degli eroi di Marco Albino Ferrari; In nome dell’orso di Matteo Zeni; La battaglia del Cervino di Pietro Crivellaro; Le otto montagne di Paolo Cognetti; Le temps suspendu/Il tempo sospeso di Alexis Bétemps – si caratterizzano per essere studi storici originali e appassionati.

Matteo Melchiorre e Diego Leoni hanno percorso due sinuosi itinerari storiografici, che offrono ai lettori spaccati antropologici e territoriali evocativi e coinvolgenti, ricavati da un intenso lavoro di ricerca archivistica e documentale.

Queste le motivazioni della giuria – coordinata da Margherita Detomas e composta da Ilvo Diamanti, Paola Maria Filippi, Mario Isnenghi, Daniele Jalla e Paolo Rumiz:

  • «La guerra verticale di Diego Leoni costituisce l’esito solido e intenso di un lucido e appassionato itinerario. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna 1915-1918, spicca anche per originalità e varietà di approcci alla quotidianità della guerra (la flora, la fauna) nel panorama delle opere uscite in occasione dell’anniversario. Il libro di Leoni è l’esatto contrario dell’occasionale e dell’effimero»;
  • «La via di Schenèr di Matteo Melchiorre presenta una  grande originalità di scrittura che trasforma il dato storico documentario in una narrazione appassionata  pur nel rigoroso rispetto della fattualità. Un passo montano ai più sconosciuto e i suoi abitanti riacquistano vita emergendo dalle carte polverose degli archivi. La presenza in testo dell’autore, discreto e ironico, assicura un perfetto equilibrio di affabulazione e realismo a un mondo di confine, metafora del quotidiano di ciascuno».

Un premio, Mario Rigoni Stern, cruciale per la valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e sociale delle montange italiane, che ribadisce annualmente il legame con «un universo culturale affascinante e complesso, ispirato alla tolleranza e alla solidarietà, cerniera tra nord e sud, tra area mediterranea e area mitteleuropea: una vera e propria “civiltà alpina”, collocata nel cuore del Vecchio Continente».

Un premio che non si dimentica però che le montagne italiane non sono solo Alpi ma anche Appennini, come dimostra il nuovo riconoscimento della sezione I guardiani dell’Arca, andato a Marco Scolastici di Visso, paese duramente colpito dal terremoto dello scorso anno. Questo giovane pastore di 28 anni, dopo aver abbandonato gli studi universitari, si è impegnato tenacemente per preservare la montagna e la sua cultura e lo ha fatto rimanendo in un territorio fragile e stravolto, vivendo in una Yurta – una tenda mongola – ai piedi dei monti Sibillini. Producendo, sulle orme del nonno, un particolare formaggio biologico presidio Slow Food, ricavato dalle proprie greggi senza l’uso di conservanti, antibiotici o prodotti di sintesi.

Un tipico esempio di caparbietà montana, un segno tangibile di come la raccolta di testimonianze storiche, attraverso la loro narrazione e il loro ascolto, sia un atto culturale fondamentale, capace di trasfmettere emozioni, sentimenti e valori sociali condivisi, dando vita a progetti «di riscatto e progresso del proprio mondo».

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